23 agosto 2019
Aggiornato 00:00
Vertice dei ministri degli Esteri europei

«Peggio della Brexit»: come l'Ue e i poteri forti temono l'effetto Trump

Nel giorno del vertice dei ministri degli Esteri europei, a Bruxelles si respira aria di preoccupazione. Perché Donald Trump incarna ciò che l'Ue, ad oggi, teme di più

Il nuovo presidente americano Donald Trump.
Il nuovo presidente americano Donald Trump. Shutterstock

BRUXELLES - Che i principali leader europei e le istituzioni Ue siano rimasti - per usare un eufemismo - «sorpresi» dalla vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti è fuor di dubbio. Qualcuno si è ripreso subito, come il premier italiano Matteo Renzi, che, dopo aver espresso l'augurio che il prossimo inquilino della Casa Bianca «fosse femmina», si è subito congratulato con nonchalance con Donald Trump, nel quale ha intravisto il «nuovo» che avanza. C'è chi è stato, almeno in apparenza, più prudente, ma anche meno pronto di lui: come il presidente francese Fracois Hollande, a giudicare dall'indiscrezione secondo cui l'Eliseo avrebbe preparato solo la lettera di congratulazioni a Hillary Clinton, perché una vittoria del miliardario repubblicano non era stata neppure lontanamente contemplata. C'è poi chi ancora fatica ad accettare il risultato, come il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, che, pochi giorni fa, ha detto chiaro e tondo in un'intervista: «Trump ci farà perdere due anni, dovremo spiegargli cos'è l'Europa». Alla faccia della diplomazia.

I timori del Wall Street Journal... e di Wall Street
Ad ogni modo, è innegabile che la vittoria di The Donald oltreoceano costituisca uno scossone geopolitico bello forte per il Vecchio Continente. Uno scossone «ancora più devastante» del voto sulla Brexit. A sostenerlo, nientemeno che il Wall Street Journal, un quotidiano che, per dirla con una battuta, di establishment se ne intende, e che non ha mai fatto mistero di non apprezzare particolarmente il magnate newyorkese. Ad ogni modo, per il WSJ entrambi i voti – quello americano e quello sulla Brexit – testimoniano il ripudio della globalizzazione e dell’integrazione economica serpeggiante nelle due economie più aperte e orientate al mercato del mondo. Un segnale, aggiungiamo noi, che fino ad ora la politica ha cercato di ignorare con tutte le sue forze, ma che oggi è diventato semplicemente impossibile non cogliere (LEGGI ANCHE «Trump ha vinto contro tutto e tutti perché ha spiegato che la crisi è colpa della globalizzazione»).

Il vertice dei ministri degli Esteri Ue, i dossier sul tavolo
Devono esserne ormai pienamente consapevoli persino i ministri degli Esteri dell’Ue, riuniti in queste ore a Bruxelles per un vertice straordinario, con l’obiettivo di concertare una strategia nei rapporti con il nuovo presidente Usa.  La preoccupazione è innegabile, viste le questioni sul tavolo. E visto che, nel documento firmato dal presidente del Consiglio europeo Donald Tusk in cui si invitava a rafforzare ancora di più i rapporti transatlantici, erano enfatizzati molti dei dossier verso i quali Trump ha già espresso scetticismo. Sul piatto c’è la questione della Nato, con Trump che ha affermato, in campagna elettorale, di voler riequilibrare l’impegno finanziario – per ora in gran parte sulle spalle degli Usa – tra i suoi membri; c’è la questione Russia, dossier verso il quale da The Donald ci si aspetta un repentino cambio di linea rispetto alla precedente amministrazione; c’è poi il Ttip, l’accordo di libero mercato tra Europa e Stati Uniti messo qualche mese fa in stand by a causa dell’opposizione interna di alcuni Stati membri (come la Francia), e che Trump ha promesso di affossare definitivamente nei primi cento giorni di presidenza.

L'appello sul nucleare iraniano
E ancora, c’è l’accordo sul nucleare iraniano, uno dei pochi successi dell’amministrazione Obama, sul quale il nuovo Presidente si è espresso negativamente. E proprio a tale proposito, i ministri degli Esteri europei hanno adottato un testo in cui esortano Trump a conservarlo: «E' indispensabile che tutte le parti rispettino i loro impegni per continuare a costruire la fiducia», hanno scritto i capi della diplomazia dei 28. In un passaggio in cui menzionano specificamente gli Usa, l'Ue «si compiace del fatto che l'ufficio americano di controllo degli asset stranieri rilasci le licenze di esportazione per la consegna all'Iran di aerei commerciali», e «si augura che questa situazione prosegua».

La profezia che incarna Donald Trump
I dossier sul tavolo, insomma, sono tanti e sostanziosi. Ma a preoccupare i leader europei non ci sono solo i singoli punti, ma la linea che li unisce. E la linea assomiglia a una inquietante «profezia» per l’Europa: la vittoria di Trump scatenerà in maniera definitiva il ciclone del populismo? E’ questo, in fondo, che le cancellerie europee temono più di ogni altra cosa, visto che molti Stati si preparano alla prova del nove delle urne. In programma c’è il referendum italiano; le elezioni presidenziali in Austria per ripetere il ballottaggio dello scorso maggio tra il candidato dell’estrema destra Norbert Hofer e il verde Alexander van der Bellen; ci sono le elezioni tedesche in cui verrà eletto il presidente federale; poi sarà la volta dell’Olanda, dove il partito legato al leader populista Geert Wilders è in vantaggio; quindi le presidenziali francesi, dove Marine Le Pen rischia di sbancare il botteghino. Il prossimo autunno, soprattutto, ci sono le elezioni in Germania, elezioni a cui non è ancora certo se Angela Merkel, cancelliera tedesca e «regina d’Europa», decisamente in calo nei sondaggi dopo l’ondata migratoria, deciderà di ricandidarsi.

Per Trump, l'Ue è un «buco infernale»...
Dopo la Brexit, Trump potrebbe insomma dare il via a un autentico «effetto domino» nell’Ue. Istituzione che peraltro l’attuale presidente Usa non ha mancato di criticare aspramente, definendo Bruxelles «un buco infernale». Per la prima volta, insomma, il maggior alleato dell’Europa non sembra essere particolarmente interessato alla conservazione dell’integrazione europea, e addirittura sembra incarnare delle istanze che, nel Vecchio Continente, vengono associate continuamente a quelle dei leader euroscettici. Contingenze che da Bruxelles è ormai impossibile ignorare.