20 febbraio 2019
Aggiornato 08:00
Tanti gli ostacoli sulla strada del nuovo Presidente

Trump, il Presidente del disgelo con Putin

A giudicare dalle promesse fatte in campagna elettorale, Donald Trump sembra destinato a migliorare le relazioni tra Usa e Russia. Ma non è affatto detto che ciò potrà avvenire

Il nuovo presidente americano Donald Trump con Vladimir Putin in un murales
Il nuovo presidente americano Donald Trump con Vladimir Putin in un murales Shutterstock

MOSCA - Se c'è una cosa, in particolare, su cui la forbice tra i programmi di Hillary Clinton e Donald Trump si allargava particolarmente era la politica estera. Molto più interventista quella della candidata democratica a sorpresa sconfitta alle urne, più isolazionista e concentrata sugli interessi prettamente americani quella del magnate neopresidente degli Stati Uniti d'America. Un isolazionismo che dovrà reggere alla prova dei fatti, visto che l'America di oggi è implicata economicamente, geopoliticamente e culturalmente nel resto del mondo da una lunghissima tradizione, oltre che dall'impostazione impressa dal potente comparto di apparati burocratici, in particolare militari e dell’intelligence.

Il primo banco di prova: le relazioni con la Russia
E il primo banco di prova per Donald Trump sarà quello più difficile e spinoso di tutti: le relazioni con la Russia. Perché è questo, forse, il fulcro della «diversità» della ricetta trumpiana rispetto a quella della Clinton, che avrebbe invece proseguito nel solco tracciato da George W. Bush prima e da Barack Obama poi. Un fulcro sul quale molto si è speculato in campagna elettorale, con politica e media democratici pronti ad accusare The Donald di essere il «cagnolino» di Putin, il peggior nemico degli americani. Deve aver sorpreso molto l’establishment favorevole alla Clinton vedere come neppure l’accostamento con l’«orribile» leader russo ha dissuaso gli americani dal votare Trump.

Il Presidente del disgelo?
Ad ogni modo, la notizia della vittoria del miliardario è stata accolta positivamente dal Cremlino, e Putin è stato il primo leader mondiale a porgere le sue congratulazioni al nuovo inquilino della Casa Bianca. Il Presidente russo ha augurato al suo omologo americano «successo nell'attività di grande responsabilità che è la presidenza», e ha espresso la speranza di «lavorare assieme alla ricerca di risposte efficaci alle sfide poste dai problemi di sicurezza globale». Nel nuovo comandante in capo delle Forze armate americane, da Mosca vedono incarnarsi una speranza: quella che Trump sia il Presidente del disgelo. Obiettivo per il quale la Russia, ha detto Putin, è «pronta a fare la sua parte». «Sappiamo che sarà un cammino difficile ma siamo pronti a fare la nostra parte e a fare tutto il possibile per tornare a un rapporto con gli Usa che proceda sulla traiettoria dello sviluppo» nonostante l'attuale deterioramento, ha chiarito il capo del Cremlino.

Le tante dichiarazioni e promesse pro-Russia in campagna elettorale
Del resto, Donald Trump ha mandato molti segnali di apertura alla Russia in campagna elettorale. Più volte, al miliardario è «sfuggito» di stimare la forte leadership di Putin, che ha definito addirittura un leader migliore di Obama. Lo scorso settembre, poi, si è dichiarato in grado di lavorare con Mosca, di cui ha anche appoggiato esplicitamente la strategia in Siria, per l’amministrazione Obama e Hillary Clinton un vero tabù. E ancora, ha ventilato una possibile collaborazione con la Russia e Assad per sconfiggere l’Isis, cessando il sostegno americano ai ribelli cosiddetti «moderati». Ha addirittura promesso di riconoscere la sovranità della Russia sulla Crimea, spianando così la strada alla fine delle sanzioni contro Mosca, altro inviolabile tabù del duo Obama-Clinton. Ha anche definito la guerra del Donbass un «problema della Germania», accennando alla fine del sostegno incondizionato americano a Kiev e alla sua politica di ostruzionismo nei confronti dell’implementazione degli accordi di Minsk.

Dalla geopolitica all'economia...
E ancora: Trump ha promesso di mettere in discussione gli accordi di libero mercato come il NAFTA, il TPP e il TTIP, trattati che Mosca ha sempre guardato con preoccupazione, sentendosi esclusa dallo sviluppo di nuove regole globali di mercato. Trump ha anche promesso di alzare i dazi sui prodotti cinesi e di costringere la Cina a rivalutare la sua moneta, mossa che provocherebbe una profonda crisi nelle relazioni tra Washington e Pechino e che spingerebbe quest’ultima tra le braccia di Mosca.

... fino alla Nato
Senza contare, poi, la proposta di ricalibrare il ruolo dell’Alleanza Atlantica e il contributo economico dei singoli membri all’interno della Nato. Tutto ciò porterebbe a un’America meno protagonista sulla scena globale, più realista nella definizione dei suoi reali interessi, meno proiettata all’esterno e più al suo interno: uno scenario che sarebbe decisamente positivo per Mosca.

Dalle parole ai fatti: a chi i posti chiave della sicurezza nazionale?
Ma se queste sono le promesse, che tali promesse verranno effettivamente mantenute è un’altra storia. Molto dipenderà da chi occuperà i posti chiave della sicurezza nazionale dell’Amministrazione: e se alcuni dei papabili – come l’ex direttore della Cia Jim Woolsey, l’ex ambasciatore presso le Nazioni Unite John Bolton, e i senatori repubblicani Bob Corker e Jeff Sessions – si sono espressi in passato a favore di un riavvicinamento verso Mosca, altri, come Stephen Hadley, ex consigliere di Sicurezza Nazionale, si attestano su tutt’altre posizioni.

Quel pugno duro repubblicano nei confronti di Mosca
E’ inoltre vero che Donald Trump, eletto tra i repubblicani, ha anche un Congresso e un Senato conservatori: ma se sullo smantellamento dell’eredità di Obama in molti settori – come l’Obamacae, la riforma sanitaria – le Camere gli daranno certamente man forte, difficile che ciò si realizzi anche sui rapporti con Mosca. Tradizionalmente, il partito repubblicano si è mantenuto su una linea ancora più dura rispetto all’ex Presidente democratico nei confronti della Russia: molti repubblicani, infatti, hanno accusato Obama di essere stato troppo morbido con il Cremlino, e hanno fortemente criticato la decisione di non imporre nuove sanzioni sui dossier russo e ucraino. Addirittura il vicepresidente Mike Pence, in campagna elettorale, ha promesso una linea dura nei confronti «dell’aggressione russa in Ucraina e in Siria».

Quanto contano gli apparati
Secondo Aleksandr Gusev, esperto di scienza politica intervistato da Sputnik, le relazioni tra Russia e Usa non cambieranno di molto. Perché il presidente Usa, chiunque esso sia, è direttamente dipendente dai gruppi che lo hanno sostenuto in campagna elettorale e dagli apparati amministrativi. E i comparti finanziario-industriali, finanziario-economici e bancari americani continueranno a spingere per una politica molto dura nei confronti di Mosca, a maggior ragione perché, dopo aver perso la guerra economica con Pechino, stanno perdendo con la stessa Russia la battaglia sul piano geopolitico.

Dalla Siria all'Ucraina alle armi nucleari
Forse, il dossier con più potenzialità è quello siriano, qualora Mosca riesca a moderare alcuni degli obiettivi di Assad per una vittoria militare completa. Un ritorno alla cooperazione nella lotta contro l’Isis e Al Nusra è dunque possibile, ma Trump non potrà comunque permettersi di farsi vedere debole nei confronti dell’opinione pubblica, concedendo a Mosca un totale via libera nei bombardamenti. L’Ucraina pare un campo più delicato, così come delicata potrebbe essere la questione del controllo delle armi nucleari: c’è chi ventila, speculando sul motto trumpiano «Make America great again», un nuovo riarmo militare in stile Reagan, anche in campo nucleare (LEGGI ANCHE «Italia come Usa vota ‘no’ al disarmo nucleare. Tutte le bugie di Obama e del suo amico Renzi»). Per ora, insomma, siamo ancora nel campo delle ipotesi. E se lo stile di Donald Trump rimarrà imprevedibile come è stato fino ad ora, ci attendono ancora molte sorprese.