19 gennaio 2020
Aggiornato 16:00
Perché questo ulteriore e disperato tentativo di ricucire?

Obama in Arabia Saudita: l'insopportabile ipocrisia della «più grande democrazia del mondo»

Nonostante analisti ed esperti giudicassero i rapporti tra Washington e Riad ormai gravemente compromessi e profetizzassero il fallimento del viaggio di Obama, il presidente Usa ha voluto comunque fare un tentativo. E la vera questione da porsi è se sia ancora accettabile che la «più grande democrazia del mondo» tenti di ricucire con un alleato inguardabile come Riad

RIAD - E' stato un viaggio difficile e turbolento, quello di Barack Obama in Arabia Saudita. Un viaggio, per certi versi, storico, perché storiche sono le tensioni che almeno dal 2011 dividono i due alleati. Non a caso, l'obiettivo primario del presidente Usa era quello di appianare le divergenze e di rassicurare il partner saudita. E il tentativo non deve stupire, se si pensa che quello tra Washington e Riad rappresenta senza dubbio uno dei più solidi, redditizi e longevi rapporti di alleanza nello scenario geopolitico globale. Un'intesa che dura da almeno 70 anni, e affonda le sue radici nella logica della Guerra fredda: allora, la strategia americana da applicare al fronte meridionale dell'Urss poggiava sulla Turchia, sull'Iran e sull'Arabia Saudita, rispettivamente per sorvegliare gli stretti sul Mar Nero, presidiare il territorio a sud del gigante sovietico e garantire i rifornimenti petroliferi agli States. Di questi tre fronti, quello saudita storicamente è stato il più saldo. Un asse che ha resistito nel tempo a crisi geopolitiche del calibro di quella di Suez del 1956 e della guerra dello Yom Kippur.

Perché queste tensioni?
Ma negli ultimi tempi, qualcosa è cambiato. Il primo vero punto di rottura risale al 2011, quando gli Usa hanno appoggiato gli oppositori di Hosni Mubarak, l’ex presidente dell’Egitto destituito durante la cosiddetta «primavera araba», alleato privilegiato dei sauditi. Le cose sono notevolmente peggiorate da quando Obama ha firmato l'accordo sul nucleare con l'Iran, nemico storico dell'Arabia Saudita per ragioni religiose (è sciita, mentre i sauditi sono sunniti), ma soprattutto economiche e geopolitiche (i due Paesi sono competitor nella vendita di petrolio, e appartengono a due «assi» tradizionalmente contrapposti in Medio Oriente). Così, Riad non ha preso bene la decisione americana di alleggerire le sanzioni a Teheran, e lo sdoganamento del Paese che ciò implicava. Non solo: l'Arabia Saudita è anche nemica acerrima di Assad in Siria, e avrebbe aspirato a un intervento diretto americano contro il presidente siriano. E poi c'è il petrolio: perché la relazione tra le due nazioni è complicata anche dal calo dei prezzi del greggio, pari a circa il 60% dai massimi del giugno 2014. E il fallimento del vertice di domenica scorsa a Doha deriva proprio dalle tensioni lungo l'asse Riad-Teheran. L'Arabia Saudita, leader de facto del cartello dei Paesi produttori, non vuole limitare la produzione ai livelli dello scorso gennaio se anche l'Iran non fa altrettanto. Ma Teheran è decisa a tornare a estrarre greggio a pieno regime sfruttando la rimozione delle sanzioni occidentali, avvenuta a gennaio con l'implementazione dell'intesa sul nucleare. Il tutto, mentre la strategia saudita ha messo sotto pressione i produttori americani di shale oil a cui è dovuto il boom energetico della prima economia al mondo, sempre meno dipendente dall'energia altrui.

Il processo sull'11 settembre
A ciò si aggiunga un particolare fondamentale: nelle ultime settimane, il Congresso Usa - a maggioranza repubblicana - ha tentato di dare la possibilità ai familiari delle vittime dell'11 settembre di fare causa all'Arabia Saudita, in virtù della nazionalità di molti degli attentatori, e dei finanziamenti sauditi ad Al Qaeda. Provvedimento contro il quale, naturalmente, la Casa Bianca si è opposta, per non rischiare di far innervosire ulteriormente l'alleato. Un alleato già parecchio nervoso, da quando Obama, lo scorso marzo, ha rilasciato un'intervista all'Atlantic in cui ha definito «scrocconi» molti alleati degli Stati Uniti: una definizione che i più hanno letto come riferita proprio a Riad. Non ci si deve stupire, dunque, se la stampa internazionale si è mostrata piuttosto scettica in merito alla visita di Obama dei giorni scorsi. Addirittura, secondo Politico, il presidente Usa e i sauditi non hanno semplicemente più nulla da dirsi, e il vertice si rivelerà il più futile dnella storia delle relazioni tra i due Paesi.

Paradisi fiscali, legame con gli estremisti di ieri e di oggi
Che cosa avevano da dirsi, dunque,Obama e i sauditi? In realtà, in questo complesso panorama, la domanda che dovremmo porci è un'altra. Quanto è ancora tollerabile che la «più grande democrazia del mondo» cerchi di ricucire a ogni costo con un alleato tanto controverso come l'Arabia Saudita? Un alleato dalla fama che lo precede. Partiamo dalla rivelazione più recente, quella contenuta nel dossier dei Panama Papers, che ha inchiodato il re saudita tra i paradisi fiscali più importanti del mondo con appartamenti in tutta Londra. Il che non è nulla, se paragonato a ciò che si sa del passato di re Salman. Egli fu, in estrema sintesi, uno dei principali finanziatori dei mujahideen in Afghanistan negli anni Ottanta, e uno dei più convinti sostenitori dei Bosniaci musulmani nei Balcani negli anni Novanta. Senza contare che, anche se ora Obama cerca il sostegno di Riad nella lotta allo Stato islamico, dall'Arabia Saudita provengono i maggiori finanziamenti privati agli estremisti in Siria (e quindi all'Isis), e la stessa Al Qaeda sarebbe stata una progenie dell'Arabia Saudita.

Le guerre dimenticate dentro e fuori dal Paese
Che dire, poi, della guerra che sta devastando lo Yemen nel silenzio dei media generalisti? In quel Paese, infatti, da oltre un anno combattono due schieramenti: uno, che include i ribelli Houthi appoggiati dall’Iran con le forze fedeli all’ex presidente yemenita Ali Abdullah Saleh; l’altro, formato dall’Arabia Saudita e dagli altri Paesi arabi del Golfo, che sostengono le forze legate al presidente yemenita Abdel Rabbo Monsour Hadi. E gli Usa hanno fatto una precisa scelta di campo, schierandosi al fianco dell'Arabia Saudita e fornendole le armi (comprese le «vietate» bombe a grappolo) con cui sono stati uccisi almeno 1000 bambini. Il bilancio della guerra dimenticata è spaventoso: più di 6000 morti, 2,5 milioni di sfollati, raid che colpiscono indiscriminatamente i civili. E poi c'è un'altra guerra dimenticata, quella che avviene silenziosamente ogni giorno dentro i confini del regno: perché l'Arabia Saudita vanta il vergognoso record delle esecuzioni capitali, con 82 condanne a morte (alcune anche di minorenni) perpetrate negli ultimi quattro mesi. Così, come si vede, è lunghissima la lista dei motivi per cui Washington farebbe meglio a rompere con Riad. E invece, nonostante tutto, e per di più in un quadro di relazioni ormai compromesso, Obama è partito neldisperato tentativo di ricucire. Disposto anche a deludere i familiari delle vittime del più grande attentato nella storia americana. Ecco l'ipocrisia della «più grande democrazia del mondo».