15 ottobre 2019
Aggiornato 23:00
La testimonianza

Io come Regeni, finito dentro un casino enorme in Iraq

Nel lontano 2003 ero uno dei pochissimi giornalisti italiani a girare per Baghdad, e per l’Iraq, in piena autonomia. Il mio compito era quello di fare il cantore del regime. Ma sono finito nel posto sbagliato al momento sbagliato

Nel lontano 2003 ero uno dei pochissimi giornalisti italiani a girare per Baghdad, e per l’Iraq, in piena autonomia. Cosa significava questo? La prima volta che entrai nel Paese fu insieme ad un gruppo di volontari pacifisti. Entrare nell’Iraq di Saddam era impossibile per chiunque, l’occasione quindi era ghiotta. Saddam organizzava gruppetti di occidentali che portassero solidarietà al «suo» popolo sotto embargo. Nel mio gruppetto – partimmo nel gennaio del 2003 – eravamo sei: un paio di pacifisti, un ragazzo dei centri sociali di Torino, un egiziano molto gentile con accuse gravissime, e una giornalista de La Stampa.

Se prima della guerra era impossibile entrare, con l’arrivo degli americani bastava la carta d’identità
Il nostro compito era quello di fare i cantori del regime. A me serviva, perché ero alla prime armi ed ero disposto a farmi fare le foto sotto l’effige di Saddam, cosa a cui fummo tutti obbligati. Ci presi gusto e dopo la caduta del regime iniziai ad andare da solo. Se prima della guerra era impossibile entrare, con l’arrivo degli Stati Uniti bastava la carta d’identità. Passavo attraverso la frontiera con la Giordania, dove il grande affresco di Hussein era crivellato di proiettili, quasi tutti indirizzati verso il volto. Viaggiavo su un autobus scassato pieno di galline: otto dollari da Amman a Baghdad: venti ore di viaggio, in condizioni che avrebbero fatto vomitare una capra, tra scatarramenti e deiezioni. Ero assetato di verità e voglia di raccontare, senza un giornale preciso per cui scrivere, ma desideroso di farmi strada a suon di intraprendenza.

«A Baghdad cercano quelli come te per tagliargli la testa»
Ricordo che una notte, forse al mio terzo viaggio iracheno, mentre all’ufficio di frontiera facevo la coda per avere i documenti anti aids – in Iraq se ti fermavi per qualche tempo dovevi sottoporti a quell’esame medico, e se non lo facevi non potevi uscire dal Paese – venni avvicinato da un tizio che mi disse queste parole: «A Baghdad cercano quelli come te per tagliargli la testa». La presi sul ridere, l’Iraq al tempo era un posto tranquillissimo, appena liberato. Tutti amavano gli occidentali e la nostra libertà. Nel disperato tentativo di non spendere, giunsi in un albergo sgangherato da dieci dollari a notte. Ero l’unico occidentale insieme a uno svedese pazzo che faceva turismo di guerra.

L'incontro con Michel, il figlio segreto di uno dei ministri di Saddam
Lì, nei giorni successivi, giunse un francese, Michel. Un ragazzo raffinato ma senza un soldo, ancor peggio di me. Mi raccontò una storia incredibile: lui era il figlio illegittimo di un ministro di Saddam, arrivato a Baghdad in cerca del padre. Girammo parecchio insieme per la capitale irachena: pareva conoscere tutti, parlava arabo perfettamente, per lui le porte erano sempre aperte. Mi portò ovunque, perfino nel museo della capitale appena saccheggiato. Ovunque tranne che nella base americana, cioè l’ex palazzo presidenziale. Lì, per una ragione o per l’altra, non volle mai accompagnarmi.

Seduto sul trono di Saddam
Ci andai da solo, come al parco giochi: gli americani furono gentilissimi, mi portarono perfino sul trono d’oro Saddam, dove mi feci fotografare con il braccio allungato verso l’orizzonte. In mano avevo un bella lettera di incarico scritta dal direttore di una prestigiosa rivista missionaria, e basta. Ma gli americani sono davvero strani, e così mi presero in simpatia e mi fecero fare il turista nel cuore della loro base. Nella grande sala presidenziale, seduto sul trono d’oro, mi domandavo il senso di quel momento assurdo. Alle mie spalle, cioè alla spalle del luogo dove posava le chiappe Saddam, c’era un enorme affresco con la bandiera dell’Iraq che faceva da sfondo a tre missili in volo, lanciati verso chissà quale obbiettivo. Fotografai tutto ciò che era possibile. La visita finì dopo qualche ora e io avevo un ottimo materiale per alcuni giornali dove poi pubblicai le mie avventure.

«Quando i servizi segreti mi dissero tutto di me»
Qualche sera dopo Michel mi portò in un piccolo ristorante lungo il Tigri: un luogo grottescamente di lusso, ammorbato da da zanzare e tanfo del fiume. Mangiavamo pessime carpe dal terrificante sapore di bitume come se fossero una leccornia, in compagnia di alcuni suoi amici. Ci portarono, tra mille sotterfugi, della birra ghiacciata. Oggetto di concupiscenza estrema, al tempo era vietata, oggi chissà. Gli amici, a un certo punto, si presentarono. Erano ex ufficiali dell’esercito regolare, ed uscì la parola «servizi segreti». Mi raccontarono un po’ tutto di me: cosa avevo fatto in Iraq, chi avevo visto, per chi scrivevo in Italia. Mi dissero che seguivano molto quanto scrivevo, mi dissero che potevo aiutarli, che potevo aiutare il legittimo governo usurpato dalla guerra. Dopodiché mi fecero un sacco di domande sul mio turismo all’interno della base americana.

«Se vuoi fare il giornalista in Iraq, devi essere schierato»
Conclusero chiedendomi se volevo raggiungerli a Falluja, cuore della guerriglia nel 2004, poi rasa al suolo dagli statunitensi dopo qualche mese. Per ridicole questioni economiche - avevo quasi finito tutti i soldi - quindi non accettai il loro invito, ma ci sarei andato di corsa perché di fatto sarei stato il primo a mettere piede dentro quella città. La cena si concluse con un pelo di tensione perché mi venne esposto un concetto elementare: «Se vuoi fare il giornalista in Iraq, devi essere schierato. Se sei con noi giri liberamente e fai come ti pare. Se no vai nelle basi dei militari oppure al Palestine con gli altri giornalisti occidentali». Compresi il messaggio chiaramente: era tempo di tornare a casa, perché non era mia intenzione finire nel giro di Michel.

«Michel arrestato nell'albergo da dove io ero andato via qualche giorno prima»
Dopo un paio di mesi tornai nuovamente in Iraq, a Baghdad, nello stesso albergo. Il custode, un uomo eccezionale che di fatto mi ha salvato la vita almeno due volte, mi disse che una notte di qualche settimana prima un commando statunitense, armi in pugno, era saltato dentro l’albergo e si era portato via Michel e un ex colonnello. In questi giorni di grande fermento intorno al caso di Regeni mi tornano in mente questi ricordi lontani. Frequentavo gente sbagliata, avevo materiale sbagliato nel mio computer, le mail personali che scrivevo a casa erano piene di critiche verso personaggi pubblici, ero un giornalista cane sciolto, uno che girava da solo, scontroso verso tutti gli altri embedded che mi guardavano, quando ci incontravamo, come uno strano. Monica Maggioni, ad esempio. Avevo insomma le carte in regola per essere accusato di qualcosa di grave, essere considerato una spia o qualcosa di simile. Ma non ero una spia, ero «solo» un giovane giornalista desideroso di cercare, finito dentro un casino enorme, salvato dalla fortuna che è mancata invece a Giulio Regeni.