15 settembre 2019
Aggiornato 16:00
L'accordo ha superato molte resistenze, ma è presto per esultare

Sul nucleare iraniano aspettiamo a cantare vittoria

Dopo anni di trattative e moltissimi ostacoli superati, l'accordo sul programma nucleare iraniano è stato raggiunto. Ma è presto per cantare vittoria: se le trattative sono state difficili, la fase che ci attende sarà ancora più delicata e di dubbio esito

VIENNA – Poche ore dopo il raggiungimento del controverso accordo sulla crisi greca, a chilometri di distanza si è siglato un altro accordo di particolare rilevanza: quello sul programma nucleare iraniano. Sembrava un miraggio, ma alla fine l’amministrazione Obama ha portato a casa uno dei suoi obiettivi più ambiziosi. Le relazioni tra Teheran e Washington si erano bruscamente interrotte nel 1979, all’indomani della rivoluzione iraniana e della cosiddetta «crisi degli ostaggi». Dopo una maratona negoziale durata anni e intensificatasi nel 2013, l’intesa è stata salutata da gran parte della stampa come «storica». Ma lo è davvero?

Diffidenze reciproche
Per certi versi sì, almeno a fronte delle tante difficoltà e resistenze superate per siglare l’accordo. La strada è stata irta di ostacoli per diverse ragioni: da un lato, la reciproca e assodata diffidenza tra le parti in causa. Sul New Yorker, Robin Wright spiega quanto i postumi della guerra tra Iran e Iraq siano ancora vividissimi nella memoria collettiva iraniana, contribuendo pertanto a frenare il progresso dei negoziati. Allora, l’aiuto finale concesso dagli Stati Uniti (formalmente neutrali) all’Iraq spinse Teheran a investire sul programma nucleare, quel programma che oggi, quasi trent’anni dopo, un accordo aspira a contenere. Dall’altro lato, la crisi degli ostaggi e i successivi atti di terrorismo sono stati traumi non indifferenti per gli Stati Uniti, traumi che l’accordo ha imposto di superare una volta per tutte.

Differenze di vedute
A complicare il percorso, le differenze di vedute nel fronte europeo, dove la Francia, diffidando tanto della parola di Teheran quanto di quella Washington, ha giocato il ruolo del falco. In più, Russia, Cina e Stati Uniti hanno perseguito ciascuno i propri interessi, che si sono dovuti incrociare tra loro e con quelli di Teheran. Come se non bastasse, ha giocato un ruolo destabilizzante la «strana alleanza» tra Israele e Arabia Saudita, entrambi fortemente timorosi che l’accordo con gli Usa potesse rendere l’Iran ancora più minaccioso. Altrettanto importante è stata l’opposizione interna Usa (di parte repubblicana) e quella iraniana (soprattutto tra i più tradizionalisti).

Ma è presto per cantare vittoria
In virtù dei numerosi ostacoli fino ad ora superati, dunque, è lecito salutare l’accordo quale ambizioso e rilevante obiettivo raggiunto dall’amministrazione Obama. Eppure, prima di definirlo a buon diritto «storico», sarà necessario osservarne l’evoluzione. Innanzitutto, affinché esso entri effettivamente in vigore dovrà essere approvato dal Congresso, dove gli oppositori all’alleviamento delle sanzioni all'Iran giocheranno un ruolo di primo piano. Non solo: tutto il negoziato si è basato sostanzialmente su una «scommessa» del Presidente Usa: quella che, riducendo la minaccia nucleare rappresentata dal Paese, quest’ultimo sarebbe tornato a «cooperare» con gli Stati Uniti d’America. Ma l’accordo annunciato martedì non aliena a Teheran la possibilità di diventare una minaccia nucleare; semmai, «posticipa» il momento in cui ciò potrebbe avvenire.

L’imprevedibilità di Teheran
Secondo il politico statunitense Henry Kissinger, l’accordo non fa in realtà nulla per cambiare «tre decenni e mezzo di ostilità militante verso l’Occidente». Il primo passo è stato fatto, ma la strada è ancora lunga. Rimane la possibilità che l’Iran possa «compensare» la mancanza del programma nucleare concedendo un maggior finanziamento ad Hezbollah o ad Assad, o rafforzando il proprio ruolo nei conflitti della regione. Insomma: il successo è tutt’altro che assicurato. Perché, nonostante la lunghezza e la complessità dei negoziati, c’è da scommettere che (sempre qualora il Congresso approverà l’accordo) la fase che ci aspetta sarà ancora più delicata e di dubbio esito.