23 agosto 2019
Aggiornato 14:00
Cosa c'è davvero dietro alla progressiva disintegrazione dell'Unione

È il populismo il vero nemico dell'Europa?

L'Europa è a rischio disintegrazione, ormai è sotto gli occhi di tutti. Ma è l'esercito dei populisti, i vari Iglesias, Tsipras, Salvini, Le Pen, Farage, Duda, ad avere infranto il sogno europeo? Oppure, c'è qualcosa di più, di peggio, dietro?

BRUXELLES – L’Europa sull’orlo della disintegrazione? Ormai, è sotto gli occhi di tutti. Ma che qualcosa non andasse non lo abbiamo scoperto lunedì, con le elezioni spagnole e polacche. Il malessere era già nell’aria, ben prima di Tsipras, e prima delle europee dello scorso anno. E’ un malessere che cova da tempo, e i cui segnali sono ormai difficili da nascondere. Grecia sull’orlo del default; Regno Unito che minaccia l’epilogo Brexit pur di rinegoziare a suo vantaggio le condizioni di appartenenza all’Ue; una strategia migratoria comune che, più che unire, frantuma; e soprattutto, più evidente che mai, la riscossa dei movimenti populistici, di destra e di sinistra, accomunati almeno da un punto: l’euroscetticismo. 

Populisti causa o conseguenza?
Ma è colpa dei «populisti» se l’Europa si disintegra? Sono i vari Iglesias, Tsipras, Salvini, Le Pen, Farage, Duda ad aver minato il «sogno europeo»Secondo Lucio Caracciolo, direttore di Limes, questa sarebbe una spiegazione di comodo. Certo, in un clima colmo di tensione e amarezza, le diffuse paure della gente sono le migliori alleate dei populisti. Lo scrisse lo storico britannico Tony Judt ventuno anni fa: l’europeismo di maniera sarebbe facilmente divenuto «una risorsa elettorale dei nazionalisti virulenti». Insomma, era prevedibile che accadesse? Non del tutto. Lo stesso Altiero Spinelli, ricordato come «padre fondatore» dell’Europa per l’influenza che ebbe sul processo di integrazione post-bellica, ammise che «la via da percorrere non è facile, né sicura». Eppure concludeva: «Ma deve essere percorsa, e lo sarà».

Un meccanismo inceppato
Che cosa è andato storto, dunque? Di certo, la crisi economica, il debito pubblico, la disoccupazione elevata e le politiche di austerity hanno favorito il montare dell’euroscetticismo. La globalizzazione e la finanziarizzazione economica hanno eroso progressivamente l’efficacia delle politiche economiche e gli spazi di diritto salvaguardati dal welfare state. Lavoro, famiglia, servizi sono state le prime vittime: e la terra bruciata è lo spazio migliore perché attecchiscano demagogia e populismo.

La crisi dell'Europa è la crisi della democrazia?
Ma la crisi che l’Europa sta vivendo è, più alla radice, la crisi della stessa democrazia. I movimenti populisti ne sono il risultato più evidente, ma ciò che vi si nasconde dietro è, se possibile, ancora più preoccupante. Alberto Martinelli, professore emerito dell’Università di Milano, lo descrive come il «carattere sostanzialmente squilibrato della democrazia sovranazionale europea, in cui il metodo intergovernativo prevale nettamente rispetto al metodo comunitario, [...] le decisioni delle élites tecnocratiche di Bruxelles e Francoforte [...] non sono controbilanciate da un Parlamento e da un Governo europei dotati di pieni poteri». Lucio Caracciolo, invece, ne dà un’interessante interpretazione storica. L’attuale «eurocrazia» sarebbe figlia del post-muro di Berlino, inventata dai germanofobi proprio per controllare la Germania riunificata, allora «sorvegliata speciale» dell’Europa. L’esito paradossale di tale operazione è che ora siamo noi i «sorvegliati speciali» di Berlino, in un’Europa germanocentrica, dal respiro corto e senza progetto, dove a prevalere sono i rapporti di forza. Alla radice del populismo, dunque, c’è qualcosa. Un euromeccanismo che non ha mai funzionato davvero, e che ora più che mai sembra inceppato senza rimedio.