27 giugno 2017
Aggiornato 19:00
Verso la Legge di Bilancio

Def 2017, cosa non ci convince e perché nessuno parla del Fiscal Compact

Il Documento di economia e finanza del governo Gentiloni più che un quadro programmatico sembra uno sponsor elettorale e vi spieghiamo perché

Il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan.
Il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan. (ANSA/GIUSEPPE LAMI)

ROMA – Il Documento di economia e finanza del governo Gentiloni più che un quadro programmatico sembra uno sponsor elettorale. Il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, ha definito «incoraggiante» il trend dell'economia italiana affermando che «ha ripreso slancio nella seconda metà del 2016 grazie a un balzo della produzione industriale e, dal lato della domanda, da un'accelerazione di investimenti ed esportazioni». Peccato, ahinoi, che le cose non stiano esattamente così. E vi spieghiamo perché.

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Il Def 2017 e il giudizio dell'Upb
Il Documento di economia e finanza del governo Gentiloni è caratterizzato da un «elevato grado di incertezza» e il suo quadro programmatico è sostanzialmente «indefinito». L'appunto arriva direttamente dall'Ufficio Parlamentare di Bilancio, che solleva non poche obiezioni sul contenuto del Def 2017, pur supportando l'Esecutivo con un parere positivo. Il problema più ingombrante riguarda certamente le coperture necessarie per finanziare gli obiettivi di finanza pubblica annunciati nel Documento: non è chiaro come e dove il Governo riuscirà a reperirle. E non si tratta di una cifra di poco conto, perché stiamo parlando di circa 60 miliardi di euro.

Dove troverà il Governo 60 miliardi di euro?
E' l'Upb a spiegare che «dando per scontato l'intervento da attuare con il decreto di aprile» (quella ormai arcinota manovrina da 0,2 punti di PIL nel 2017 e 0,3 negli anni successivi) e «assumendo l'annullamento delle clausole di salvaguardia annunciato nel DEF, sarebbero necessarie misure correttive nette per 0,9 punti di Pil nel 2018 e 1,4 punti in ciascuno dei due anni successivi». Percentuali che corrispondono a circa 60 miliardi di euro, e di questi ben 35 miliardi di euro sono concentrati nei prossimi due anni. Nonostante i numeri da capogiro, però, il governo Gentiloni ha appena annunciato il dietro front sull'aumento dell'IVA, dopo l'altolà dell'ex premier Matteo Renzi (che teme di giocarsi l'agognato ritorno a Palazzo Chigi se Padoan & Co. dovessero indispettire il suo elettorato imboccando la strada dell'aumento delle tasse). E non è dato sapere dove troverà i soldi in questione.

Come l'Istat smentisce Padoan
Ma a destare maggiore sconcerto sono proprio le parole del ministro dell'Economia, che durante l'audizione sul Def 2017 al Senato ha definito «incoraggiante» il trend dell'economia italiana affermando che «ha ripreso slancio nella seconda metà del 2016 grazie a un balzo della produzione industriale e, dal lato della domanda, da un'accelerazione di investimenti ed esportazioni». I più recenti dati ISTAT, infatti, smentiscono clamorosamente l'annuncio di Padoan. Nel Rapporto sulla Competitività dei Settori Produttivi possiamo leggere che la quota dell'Italia sul valore delle esportazioni mondiali è diminuita dal 4% del 2001 al 3,4% del 2008 per assestarsi, infine, ad un misero 2,8% nel 2015. Negli ultimi anni il Belpaese è stato retrocesso dal sesto al decimo posto tra i maggiori paesi esportatori e le imprese nazionali sono in grande difficoltà sui mercati internazionali. Gli investimenti, invece, sono diminuiti per il sesto anno consecutivo.

La decrescita economica italiana è strutturale
Lo Stivale, ahinoi, resta de facto il fanalino di coda dell'Eurozona e ha accumulato almeno 20 punti percentuali di Pil di mancata crescita rispetto alla Germania. La verità, dati alla mano, è che in Italia non si può parlare di una ripresa vera e propria perché i segnali sono troppo flebili e, soprattutto, l'economia nazionale è vittima piuttosto di una decrescita strutturale. La forbice tra il tasso di crescita del prodotto interno lordo del Belpaese e quello degli altri paesi comunitari si sta allargando sempre di più e per invertire la rotta le promesse contenute nel Def 2017 a nostro avviso non solo appaiono insufficienti, ma addirittura deliranti. Per migliorare davvero le sorti dell'Italia servirebbe un cambio di rotta sia da parte del Governo che da parte dell'Ue. E qui veniamo a un'altra questione decisamente rilevante.

Perché non si parla della revisione del Fiscal Compact?
Si tratta del Fiscal Compact: il patto sottoscritto da 25 dei 27 paesi membri dell'Ue che li obbliga a contenere il disavanzo pubblico e a ridurre il debito per conseguire il pareggio di bilancio. Lo sapevate che il 2017 per l'Unione europea è un anno fondamentale (anche) perché sarebbe – il condizionale è d'obbligo - prevista la revisione del Fiscal Compact? Se la risposta è no, la colpa non è vostra. Il silenzio mediatico sulla questione è assordante tanto quanto indicativo. I cittadini europei vengono distratti con le minacce della «Frexit» dell'Italexit e via dicendo per evitare che si accorgano delle colpe dei governi nazionali su una questione ben più rilevante. Come ricorda Roberto Romano su Sbilanciamoci.info, quest'anno è prevista l'istruttoria dell'Ecofin per la revisione dei criteri del Fiscal Compact, perché sono trascorsi 5 anni dalla sua approvazione (durante il governo Monti). Sarebbe l'occasione giusta per ridefinire le regole che strozzano la ripresa economica nazionale perché la sacrificano sull'altare dell'austerity made in Ue. Il Fiscal Compact, infatti, svolge un ruolo chiave nella definizione del Def e della Legge di Bilancio. Ma nessun dibattito nazionale o internazionale è iniziato sulla sua revisione e la nostra triste sensazione è che questa imperdibile chance venga volutamente archiviata facendola passare in sordina. Se una revisione dei criteri del Fiscal Compact non avrà luogo, esso verrà cristallizzato così com'è e inserito – probabilmente in via definitiva - nei Trattati. Con il silenzio assenso di Gentiloni e Padoan, naturalmente.