29 agosto 2025
Aggiornato 09:30
L'Italia è il fanalino di coda dell'Europa

La verità di Renzi e Padoan sul Def. Altro che crescita, ecco cosa ci aspetta davvero

Le previsioni auspicano una crescita pari allo 0,7% del Pil (all’ 1% nel migliore dei casi) per il 2015, ma si tratta – appunto – di un auspicio, una speranza. Non solo, il problema risiede altrove...

ROMA - Il Def di aprile del governo Renzi parla chiaro. Matteo e Pier Carlo sono convinti che il peggio – la recessione – sia ormai alle spalle e che l’Italia vada incontro a un roseo futuro fondato sulle aspettative di una virtuosa crescita economica. Tuttavia, il Pil difficilmente cambierà verso, e nel biennio che abbiamo già iniziato a percorrere (2015-2016) molti nodi verranno al pettine. Ecco quello che ci aspetta.

Le favole di Renzi
Rottamazione. Occupazione. Crescita. Sono le parole magiche del governo Renzi, che il premier va propagandando da mesi su tutti i media nazionali. Ma – ahimè – di risultati concreti ne abbiamo visti fin qui pochini, se pensiamo che: 1) I dinosauri della politica siedono ancora tutti in Parlamento; 2) I dati sulla disoccupazione sono nient’affatto rassicuranti; 3) E la crescita: l’avete vista? Arriverà, Renzi ne è convinto. Senza nulla togliere alla fiducia che nutriamo nei confronti del premier, vale la pena dare uno sguardo ai dati e ai fondamentali economici. Le previsioni auspicano una crescita pari allo 0,7% del Pil (all’ 1% nel migliore dei casi) per il 2015, ma si tratta – appunto – di un auspicio, una speranza. Non solo, il problema risiede altrove.

La punta dell’iceberg
Se pure queste stime dovessero rivelarsi esatte, l’Italia crescerebbe comunque al di sotto della media degli altri paesi europei. In economia, infatti, ciò che conta non sono i valori assoluti, ma quelli relativi: alla fine, è il rapporto tra le grandezze a fare la differenza. Ben venga il segno più davanti al Pil, ma non è sufficiente se gli altri stati comunitari viaggiano a una velocità ben più alta della nostra. E’ il segnale inequivocabile del fatto che qualcosa non torna. Le variabili positive (il quantitative easing della BCE, il calo del prezzo del petrolio e delle altre materie prime e il deprezzamento dell’euro sul dollaro) intervengono in tutte le economie nazionali, perciò non possono essere usate come alibi per giustificare risultati differenti. La ragione di un rallentamento rispetto alla crescita degli altri paesi va, evidentemente, ricercata altrove.

In coda alla classifica europea
Come scrive Roberto Romano, nell’articolo pubblicato su sbilanciamoci.info, la riduzione del costo del lavoro italiano è prossima a quella dei paesi periferici dell’Eurozona, e il contributo delle esportazioni alla crescita del Pil si è assottigliato negli ultimi anni. Questi due fattori fanno luce su una realtà di gran lunga più preoccupante: la forbice tra la crescita dell’Italia e quella degli altri paesi europei si è allargata considerevolmente, e – quel che è peggio – consolidata. A leggere le previsioni ufficiali pubblicate sul comunicato stampa della Commissione Europea vengono i brividi. Alcuni esempi: per l’Italia è prevista una crescita dello 0,6% nel 2015 e dell’1,4% nel 2016 (leggermente inferiore a quanto pronosticato dal governo Renzi), ma la media dell’area euro è pari all’1,5% per il 2015 e all’1,9% per il 2016.

Cosa ci aspetta
In testa alla classifica dei paesi europei con il ritmo di crescita più sostenuto troviamo l’Irlanda (3,6% per il 2015 e 3,5% per il 2016) e la Polonia (rispettivamente 3,3% e 3,4%). L’Italia è nella parte più bassa della classifica, superata addirittura dalla Grecia. La domanda interna è il fattore che più d’ogni altro contribuisce alla crescita del Pil, e dipende positivamente dai consumi, dagli investimenti e dalla spesa pubblica. Ad osservare i dati relativi a queste variabili (decisamente troppo modesti per trainare la crescita nazionale al livello degli altri stati europei), vien da immaginarsi Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan che fanno la danza della pioggia sotto un cielo limpido e terso, nella – vana – speranza che venga giù un temporale all’attesa delle loro aspettative. Difficile, però, credere che questo possa davvero accadere.