2 giugno 2020
Aggiornato 13:30
Dal PD, nessun allarme per una esposizione che ora tocca i 2.160,1 miliardi

Marchi: al debito guardiamo dopo, ora tocca alla crescita

Il debito pubblico sale ancora, ma per il Capogruppo Pd in Commissione Bilancio, la situazione non è preoccupante e, anzi, era prevedibile. Intanto, mentre i Btp decennali sono al minimo storico, il Ministro Padoan assicura che, nel lungo periodo, il debito del Belpaese è tra i più sostenibili

ROMA - Altra impennata del debito pubblico: nel corso dei primi undici mesi 2014 è aumentato di 90,3 miliardi. E' quanto emerso dal supplemento al bollettino statistico di finanza pubblica elaborato dalla Banca d'Italia, che ha mostrato come, lo scorso novembre, il debito delle amministrazioni pubbliche sia aumentato di 2,6 miliardi di euro fino ad arrivare a quota 2.160,1 miliardi. Ma il Capogruppo Pd in Commissione Bilancio Maino Marchi non si allarma, né, tantomeno, si stupisce: «Se il bilancio dello Stato non è in pareggio, è evidente che il debito pubblico sia destinato ad aumentare: accumuliamo disavanzi ogni anno, anche se lo stiamo facendo in una misura che comunque rimane entro i parametri europei del 3%, almeno dal 2012», afferma.

MARCHI: PIÙ CHE DEL DEBITO, OCCUPIAMOCI DELLA CRESCITA - «Intanto, si sta anche discutendo sul fatto che rimanere dentro il 3% è uno degli elementi che crea dei problemi, perché non si hanno sufficienti risorse per finanziare la crescita», puntualizza il deputato Pd. «Ad esempio, la legge di stabilità del 2015 consente un indebitamento del 2,6%, mentre la legislazione precedente prevedeva un 2,2% per il 2015». Tale «maggiore generosità», spiega l’Onorevole Marchi, è giustificata dalla «necessità di manovre espansive, e di un intervento dello Stato per aumentare la crescita»: e questo, nell’immediato, produce appunto un nuovo disavanzo e, quindi, un aumento del debito. Eppure, per Marchi «il tema vero non è l’aumento nominale del debito; il tema vero è trovare gli strumenti perché ci sia l’aumento della crescita: anche altri Paesi, come gli Stati Uniti, che hanno affrontato la crisi con forti investimenti e interventi pubblici aumentando il loro debito, nel momento in cui sono riusciti a far ripartire l’economia (dato che il rapporto è tra debito pubblico e Pil), sono tornati entro un parametro sostenibile di debito», spiega. Insomma, a fronte di una situazione che, oltre di recessione, è anche ormai prossima alla deflazione, secondo l'Onorevole non si può prescindere da manovre espansive. «Una situazione del genere non la si aggredisce tagliando ulteriormente, ma attraverso delle politiche che facciano ripartire domanda interna e investimenti pubblici e privati», afferma. Eppure, la percentuale debito/Pil rimane preoccupante, e spinge a chiedersi se avremmo avuto questo dato se fosse rimasto Cottarelli. «Le operazioni di spending review le stiamo facendo, e proprio in rispetto alla linea dettata da Cottarelli: devono svilupparsi ulteriormente, ma anche nell’ultima legge di stabilità operazioni di spending review sono applicate in una decina di ministeri. Ovviamente, anche quelle misure, previste anche nelle prossime leggi di stabilità, devono essere sempre situate in un intervento che consenta di ridurre le tasse e aumentare gli investimenti. Questo, certamente, non produrrà nell’immediato un pareggio di bilancio nominale; ma se puntassimo a una cosa del genere», sottolinea Marchi, «andremmo ancora di più in recessione».

L’UE GIÀ PREVEDEVA UN AUMENTO DEL DEBITO NEL 2015 - Eppure, in fondo, l’Europa già se lo aspettava, almeno dai tempi del battibecco tra Renzi e Juncker, appellato dal premier «capo di una banda di burocrati». Le stime della Commissione europea dello scorso novembre, infatti, prevedevano che il debito pubblico italiano avrebbe raggiunto il suo picco proprio nel 2015, quando, nonostante privatizzazioni per lo 0,5% del Pil, era annunciato al 133,8%. L’Europa rinviava dunque la diminuzione del debito italiano (quota 132,7% ) solo al 2016. In effetti, il dato di questi giorni riflette il fabbisogno delle amministrazioni pubbliche per 5,4 miliardi, compensato in parte dalla diminuzione delle disponibilità liquide del Tesoro per 3,2 miliardi. Nel complesso, l'emissione di titoli sotto la pari, il deprezzamento dell'euro e gli effetti della rivalutazione dei Btp indicizzati all'inflazione hanno aumentato il debito per 0,3 miliardi. Inoltre, sul fabbisogno dei primi undici mesi ha inciso per 4,7 miliardi il sostegno finanziario ai Paesi dell'area dell'euro, meno dei 12,4 miliardi del corrispondente periodo 2013, con la quota di competenza italiana che alla fine di novembre risultava di 60,3 miliardi di euro.

SÌ DALLA CORTE EUROPEA AL PIANO DRAGHI - Nel frattempo, dalla Corte europea del Lussemburgo è giunto il sì agli acquisti di bond da parte della Bce: un «passaggio importante in vista di un giudizio preliminare», come si legge sull’account twitter della Banca Centrale. L’avvocato generale della Corte ha quindi fatto sapere che l’Omt (il programma per il salvataggio dell’euro) è «disponibile e pronto». Una vittoria per Mario Draghi, e una sconfitta per tutti coloro che, facendo ricorso, volevano scongiurare il rischio che il suo piano si tramutasse in un pacchetto di interventi finanziari a favore dei Paesi europei in difficoltà. Invece, secondo la Corte, non ci sarebbe alcuna violazione del «divieto di finanziamento monetario dei bilanci»: solo, per così dire, un «accompagnamento», a fronte del quale i Paesi interessati dovranno rispettare «determinate condizioni». La Bce ha poi rivendicato un ampio margine di discrezionalità «nella programmazione e nell’esecuzione della politica monetaria della Ue». E, ha aggiunto, «i tribunali devono controllare l’attività della Bce usando alquanta moderazione, in quanto mancano della specializzazione e dell’esperienza di cui dispone tale organismo in questa materia». Della serie: a ognuno il suo.

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