18 agosto 2019
Aggiornato 13:30

Milan: uno stonato ritornello già ascoltato

Gli obiettivi di mercato rossoneri continuano a sfuggire, ma dai vertici del club filtra soddisfazione e compiacimento. Proprio come accaduto per l’allenatore

Paolo Maldini, direttore tecnico del Milan
Paolo Maldini, direttore tecnico del Milan ANSA

MILANO - Un pericoloso e preoccupante déjà-vu pervade l’animo del popolo milanista, senza che dall’improvvisata proprietà e dalla dirigenza rossonera traspaia preoccupazione, anzi, il sentimento che arriva dai vertici è di totale controllo della situazione. Va ribadito: il nuovo Milan ha intenzione e reale convincimento di voler tornare grande, ma continua a non avere la più pallida idea di come fare per riuscirci; cambiano dirigenti, calciatori ed allenatori, ma la musica è sempre la stessa. L’inizio del calciomercato estivo, poi, conferma una presa di posizione del club che, come al solito, rischia di pagare pochissimo.

Il casting della panchina

Partiamo dall’allenatore: in un anno solare, il Milan ha parlato prima con Antonio Conte (telefonata di Leonardo a luglio 2018), poi ha confermato Gennaro Gattuso. Fra la metà di maggio e la fine di giugno 2019, i dirigenti rossoneri sono passati dalla nuova conferma del tecnico calabrese alla sfiducia che ha portato lo stesso Gattuso alle dimissioni; da lì, ecco l’infinita selezione di nomi, tutti contattati o sondati dai manager rossoneri: Conte, Sarri, Di Francesco, Simone Inzaghi, Jardim, Gasperini, citati in ordine sparso, tutti pronti a declinare l’offerta milanista, scegliendo altri lidi o rinnovando coi propri club di appartenenza. L’unico a dir di sì a Maldini è stato Marco Giampaolo, nonostante in conferenza stampa l’ex capitano e Zvonimir Boban si siano affrettati ad assicurare che Giampaolo fosse l’unico nome nelle loro teste. Non è mai stato così. Per fortuna.

Il casting del centrocampo

Sistemata la pratica della panchina, il Milan si è poi concentrato sul potenziamento dell’organico, in particolar modo su un centrocampo da ricostruire dopo il mancato riscatto di Bakayoko e i contratti non rinnovati a Bertolacci, Josè Mauri e Montolivo. Giampaolo vuole centrocampisti di qualità, Boban e Maldini si mettono al lavoro: all’inizio fu Sensi, praticamente bloccato dai rossoneri e mollato davanti alla richiesta di 35 milioni del Sassuolo, ritenuta eccessiva dalla dirigenza milanista e finito all’Inter. Quindi Torreira dell’Arsenal per il quale il Milan fa un’offerta subito rifiutata dai londinesi: solito prestito biennale e costo del cartellino di 40 milioni da scontare come ai saldi; si passa a Jordan Veretout: la Fiorentina chiede 25, il Milan risponde con 15 più un cartellino a scelta fra una mezza dozzina di calciatori della rosa. I viola, ovviamente, rifiutano, i rossoneri salgono a 18 più Biglia, la Fiorentina dice ancora no, poi accetta la vantaggiosa offerta della Roma e il Milan resta ancora con un palmo di naso.

Reazioni

Idem per Seri: rifiutata l’idea milanista del prestito biennale si è accasato al Galatasaray. A margine di tutto ciò, ecco la frase che gela i tifosi milanisti: il Milan non partecipa ad aste, dicono tronfi da Milanello. Lo stesso triste postulato formulato da Adriano Galliani nell’inverno del 2014 quando aveva ormai in mano Radja Nainggolan, salvo poi ricredersi e ripensarci dopo i rilanci di Juventus e Roma che diressero il belga dal Cagliari alla capitale. Come se fosse strano ed anacronistico che per arrivare a calciatori bravi occorra pagarli. Presi Bennacer e Krunic, al Milan serve comunque un altro uomo in mezzo al campo; falliti tutti gli obiettivi e per precisa volontà della società, le possibilità sono due: o i rossoneri restano come sono (il famoso stiamoappostocosì di Galliani), o si accontentano delle seste o settime scelte, pagate a prezzo di costo. Esattamente come accaduto per l’allenatore. Si salvi chi può, insomma.