Italia | Elezioni politiche 2018

Tutti contro Matteo, in attesa del «partito di Mattarella»?

Le dimissioni posticipate del segretario Pd scatenano la resa dei conti nel partito. Intanto si profila un possibile nuovo partito dentro al partito?

Il segretario del Pd Matteo Renzi durante la conferenza stampa post voto
Il segretario del Pd Matteo Renzi durante la conferenza stampa post voto (ANSA/ETTORE FERRARI)

ROMA - Tutti contro Renzi. Le dimissioni «posticipate» del segretario Pd scatenano la resa dei conti nel partito. "La decisione di Renzi di dimettersi e contemporaneamente rinviare la data delle dimissioni non è comprensibile. Serve solo a prendere ancora tempo" chiosa il capogruppo Pd Luigi Zanda. "Le dimissioni di un leader sono una cosa seria, o si danno o non si danno. E quando si decide, si danno senza manovre». Serve "collegialità, che è l'opposto dei caminetti" e "annunciare le dimissioni e rinviarne l'operatività per continuare a gestire il partito e i passaggi istituzionali delle prossime settimane è impossibile da spiegare». Il segretario Dem ieri in sala stampa al Nazareno ha annunciato che dopo la «sconfitta netta» alle elezioni «è ovvio che lasci la guida del Pd»: "Come sapete e come è doveroso, mi pare che abbiamo riconosciuto con chiarezza che si tratta di una sconfitta netta, una sconfitta che ci impone di aprire una pagina nuova all'interno del Pd" dichiara Renzi, "è ovvio che io debba lasciare la guida del partito democratico".

Sarà Renzi a gestire ancora una volta tutto
Ma non subito: «Ho già chiesto a Orfini di convocare un'assemblea nazionale per aprire la fase congressuale al termine della fase di insediamento del Parlamento e del nuovo governo» ha detto. Una mossa dettata come ovvio dalla necessità di evitare un’alleanza di governo con il M5s, a cui alcuni esponenti di minoranza già guardavano con interesse, e di non farsi chiudere nell’angolo da un «reggente» scelto dagli odiati, dal segretario, «caminetti ristretti». Quindi dimissioni sì, ma non subito, e a gestire la prossima fase politica sarà ancora lui, fino a dopo le cosultazioni, chiudendo la porta ad eventuali "reggenti». No anche a possibili "inciuci": "Siamo all'opposizione, non faremo la stampella agli estremisti", si affretta a sottolineare. 

Gentiloni "sconvolto, arrabbiato e deluso"
Parole che hanno fatto infuriare tutti dentro al Partito democratico. Gentiloni secondo quanto riporta Repubblica sarebbe "arrabbiato", "deluso" e "sorpreso" dopo una breve telefonata con Renzi. "Mi ha dato dell'inciucista. Lui a me! Un'accusa spudorata. Sa bene che qui nessuno pensa a fare accordi con nessuno", avrebbe sbottato in privato il premier, "sconvolto per il discorso di Renzi, per la ricostruzione della sconfitta e soprattutto per le dimissioni finte». "Conoscendolo ha capito che non si fermerà, che travolgerà tutto, compreso il loro sodalizio", aggiunge Repubblica, "ma adesso deve prendere una decisione: se essere davvero in campo per convincere Renzi a farsi da parte". 

I dem furiosi
Durissimo il ministro della Giustizia Andrea Orlando, leader della minoranza Dem, risultato secondo al congresso. Per il Guardasigilli, «di fronte alla sconfitta più grave della storia della sinistra italiana del dopoguerra» sarebbe stata necessaria «una piena assunzione di responsabilità» da parte di Renzi da cui è invece giunta la «ormai consueta elencazione di alibi e l’individuazione di responsabilità esterne» con la «soluzione ambigua» delle «dimissioni non dimissioni». Se quindi Renzi dice no ai caminetti, occorre dire anche no ai «bunker» e «ridare la parola subito ai nostri iscritti e ai nostri militanti». "Penso che annunciare le dimissioni, e non darle, dopo avere subito una sconfitta di queste dimensioni, sia vistosamente in contrasto con il senso di responsabilità di lealtà e di chiarezza dovuti al partito, ai suoi militanti, ai suoi elettori", commenta Anna Finocchiaro. 

Calenda l'outsider si iscrive al partito
Gianni Cuperlo, altro esponente di spicco della sinistra rimasto fuori dalle candidature, chiede di «cambiare molto, non solo un segretario» e di farlo «prima che sia tardi». E Nicola La Torre, molto vicino al ministro Marco Minniti, sottolinea le dichiarazioni «francamente incomprensibili» del «senatore Renzi» di cui «colpisce il tentativo di non assumersi alcuna responsabilità e di non voler agevolare un processo che possa rilanciare il progetto politico del Pd». Stupisce l'annuncio di stamane via Twitter del ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, che dice di voler aderire al Pd: «Non bisogna fare un altro partito ma lavorare per risollevare quello che c’è. Domani mi vado ad iscrivere al Pd». Immediato è arrivato l’apprezzamento del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni che sempre su Twitter ha scritto: «Grazie Carlo».

Renzi senatore, e intanto si profila il "partito di Mattarella"?
Renzi sarà senatore, idem alcuni suoi fedelissimi. Intanto, si sta lentamente materializzando ciò che Renzi ha sempre temuto: la nascita di un altro parito dentro al suo partito, quello che è già stato ribattezzato come il "partito di Mattarella", che vedrebbe già almeno due nomi di spicco come Paolo Gentiloni e Dario Franceschini tra i primi pseudo firmatari. A loro si potrebbero aggiungere da subito Delrio e altri esponenti dell'ala cattolica dem. I numeri dicono che la prima scelta del M5s per andare al governo potrebbe concretamente essere il Pd, anche per il fatto che molti dei voti finiti a Di Maio provengono senza ombra di dubbio da quello che fu il centrosinistra. Un partito-fantasma, dunque, ma potenzialmente molto pericoloso, intenzionato a "inciuciare" con i Cinque Stelle. Il capo dello Stato intanto sembra piuttosto attendista: dovranno essere i partiti a trovare la quadra per la formazione di un esecutivo, senza che il Quirinale giochi un ruolo di guida attiva, perlomeno nelle prime fasi.

Guerini annuncia la convocazione della Direzione nazionale 
A provare a calmare le acque ci pensa, in solitaria, il coordinatore della segreteria Lorenzo Guerini, che parla di dimissioni «verissime» di Renzi e annuncia la convocazione della direzione nazionale lunedì prossimo per «aprire una riflessione seria e responsabile sui risultati e sui prossimi passaggi». Una direzione che si preannuncia infuocata e in cui Renzi, per la prima volta, potrà contare solo sui suoi.