27 giugno 2017
Aggiornato 12:30
E intanto abbiamo perso 10 mld in sanzioni

Gentiloni da Putin, la diplomazia del «salvare capra e cavoli»

Dopo l'incontro tra Paolo Gentiloni da Vladimir Putin, la stampa ha gridato al rilancio delle relazioni Italia-Russia. I presupposti ci sarebbero, ma alla diplomazia italiana manca il coraggio di smarcarsi dall'influenza di Washington

MOSCA - Mentre si celebrano i cento anni di relazioni bilaterali tra Roma e Mosca, interrotte solo durante la seconda guerra mondiale, Vladimir Putin accoglie a Sochi il premier Paolo Gentiloni. Lo accoglie ben sapendo di avere puntati addosso gli occhi dei media e della comunità internazionale, vista la «bomba mediatica» appena scoppiata alla Casa Bianca. Perché il Washington Post giura che Donald Trump ha rivelato, durante il suo recente incontro con Sergey Lavrov, informazioni top secret, mettendo così a repentaglio la sicurezza delle fonti d'intelligence (che sarebbero israeliane). E' dunque in un contesto internazionale decisamente teso e complesso che ha avuto luogo il vertice tra i due leader, con il G7 di Taormina, dal quale la Russia è esclusa, che si avvicina a grandi passi. Le questioni da discutere sono molte e pregnanti, e l'Italia ha l'occasione di ricoprire un ruolo di mediazione tra Mosca e il resto dell'Occidente. Un ruolo che ha spesso rivendicato, ma che fino ad ora ha esercitato con fatica. 

Dichiarazioni ufficiali
In effetti, sul piano delle dichiarazioni ufficiali, il Belpaese ha sempre cercato la via della mediazione, anche quando la situazione si faceva più tesa. Eppure, nei fatti, l'Italia – come da tradizione – non si è mai smarcata dalla linea «suggerita» da oltreoceano. Anche se l'argomento la riguardava direttamente. Perché quelle sanzioni che l'Occidente ha imposto a Mosca a seguito della crisi ucraina – sanzioni che non hanno raggiunto né l'obiettivo di isolare la Russia a livello internazionale né di spingerla a rinunciare ai suoi interessi in Ucraina – per l'Italia sono una vera e propria eutanasia economica. Lo denuncia da tempo la Coldiretti, che proprio oggi ha rilevato come il «gelo» con Mosca ha fatto perdere 10 miliardi di euro al made in Italy.

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Gentiloni portatore della «linea morbida»
La mossa «più ribelle» del Belpaese è stata quella di chiedere che il rinnovo delle sanzioni non avvenisse tramite procedura automatica. Meglio di niente, si direbbe; resta il fatto che Mosca è ancora dietro alla lavagna. Da riconoscere comunque a Paolo Gentiloni, nel periodo in cui era titolare della Farnesina, il tentativo di difendere la linea «morbida» con la Russia, pur rimanendo nei limiti dei diktat statunitensi. Un episodio significativo in questo senso avvenne nel marzo 2015, dopo che l’alto rappresentante Ue per la Politica estera Federica Mogherini aveva ventilato un possibile incremento delle sanzioni alla Russia. Prospettiva davanti alla quale giunse la frenata di Gentiloni, che chiarì, in un’intervista alla Stampa, la posizione del Belpaese: «L'Italia non si è mai sottratta. Anzi, aggiungo che tende ad applicarle in modo persino più rigoroso di altri Paesi. Noi non accettiamo lezioni da nessuno», puntualizzò, aggiungendo però che «abbiamo sempre esortato a tenere aperta la porta del dialogo». Ma soprattutto sottolineando: «Qualsiasi iniziativa di rinnovo automatico o di nuove sanzioni rischierebbe di danneggiare anziché aiutare l'evoluzione della situazione».

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La diplomazia del «salvare capra e cavoli»
Tutte dichiarazioni d'altra parte contraddette dall'indiscutibile ruolo dell'Italia nell'Alleanza atlantica, e nelle sue (invece discutibili) missioni da revival della Guerra fredda. Una linea, insomma, sempre un po' ambigua: lo dimostra un'intervista alla Stampa rilasciata da Gentiloni nel maggio 2015, in cui ribadiva che, se da un lato l’Italia «ha guidato i pattugliamenti Nato sui cieli del Baltico e ha applicato correttamente le sanzioni alla Russia, pagando un prezzo pesante», dall’altro, però, la specificità del Belpaese era quella di ritenere che «occorra non chiudere le porte alla Russia». Quando si dice «salvare capra e cavoli».

L'incontro di oggi? All'insegna dell'ottimismo
Cosa cambia ora che Gentiloni è premier? Per quanto riguarda l'incontro di oggi, le dichiarazioni sono state particolarmente ottimistiche e il clima è parso disteso, tanto che i media, dopo l'incontro, hanno parlato di rilancio delle relazioni con Mosca. «Mi fa molto piacere - ha detto Gentiloni - questa opportunità di incontro sia per i rapporti tra Italia e Russia, che sono ottimi ed eccellenti, sia la per delicata situazione internazionale in cui ci troviamo»«Siamo molto lieti di vedervi - ha dichiarato Putin - abbiamo visto un certo declino nell'interscambio italo-russo, ma da quando è diventato primo ministro l'interscambio ha cominciato a crescere, nei primi mesi è cresciuto del 28%, noi siamo molto lieti di parlare con lei di tutte le questioni che riguardano Italia e Russia». «Non so - ha replicato Gentiloni - se sia merito del nostro consiglio di cooperazione, ma il fatto che ci sia una ripresa negli scambi è molto incoraggiante»«Resta spazio per l'ottimismo» per gli scambi economico commerciali con l'Italia, ha aggiunto il Presidente russo, che un mese fa ha ricevuto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

L'accordo Eni-Rosneft
L'incontro è stato suggellato, a livello economico, da un importante «affare». Perché l'amministratore delegato di Rosneft, Igor Sechin, e l'amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, hanno firmato un Accordo di Cooperazione che permetterà alle due società di cooperare nell'ambito dei settori Exploration & Production, nella raffinazione, nel trading, nella logistica e marketing, nella petrolchimica e nei settori tecnologico e dell'innovazione, sia in Russia sia all'estero. L'accordo è stato firmato proprio a Sochi alla presenza di Putin e Gentiloni. L'incontro odierno - si legge in una nota - consolida ulteriormente gli accordi già siglati in precedenza per lo sviluppo congiunto di attività di esplorazione nel Mar Nero e nel Mare di Barents e getta le basi per ulteriori opportunità tra le due società, tra cui la collaborazione nel giacimento di Zohr.

La firma dell'accordo tra Eni e Rosneft tra i rispettivi amministratori delegati Claudio Descanzi e Igor Sechin
La firma dell'accordo tra Eni e Rosneft tra i rispettivi amministratori delegati Claudio Descanzi e Igor Sechin (ANSA/ PALAZZO CHIGI - TIBERIO BARCHIELLI)

I presupposti ci sono. Manca il coraggio
Non solo economia, però: si è parlato anche di terrorismo, tema sul quale i due leader hanno rinnovato l'impegno a cooperare, e di Libia, rispetto alla quale Putin ha sottolineato la disponibilità della Russia al dialogo «a chi vuole la stabilizzazione» dell'area. I presupposti, insomma, ci sono tutti. Le incognite restano numerose: in primis la difficile situazione in cui si trova l'amministrazione Trump, situazione che sembra destinata a ritardare ulteriormente il tanto ventilato disgelo. Quanto al ruolo italiano, poi, rimane un rischio, che tra l'altro ben conosciamo: che la diplomazia italiana resti, nonostante i buoni presupposti, confinata nel suo provincialismo e nella sua tradizionale ininfluenza. Nel maldestro tentativo, di lunga tradizione italica, di salvare «capra e cavoli».