Da Renzi un «no» a nuove sanzioni a Mosca sulla Siria

Renzi filo-Putin? Quell'Italia ribelle ma non troppo sulle sanzioni

Non è la prima volta che l'Italia mette in discussione la politica delle sanzioni verso Mosca. Ma fino a che punto lo ha fatto davvero? E che risultati ha ottenuto?

ROMA - Prima vola a Washington, viene accolto in pompa magna dal presidente Usa Barack Obama, riceve un assist a stelle e strisce sul referendum costituzionale, e, tra pacche sulle spalle e abbracci, ricorda al mondo intero quanto l'Italia sia un fedelissimo (e ubbidiente) alleato degli Stati Uniti. Quindi, si reca a Bruxelles in occasione del Consiglio europeo, e si oppone fermamente all'ipotesi di introdurre nuove sanzioni a Mosca per la sua posizione in Siria di alleata di Bashar al Assad. In mezzo, le tante polemiche sorte per la decisione, già presa dopo il vertice di Varsavia di quest'estate, di inviare soldati italiani in Lettonia nell'ambito dei 4 battaglioni Nato stanziati in Europa dell'Est, a ridosso del confine con la Russia.

La regola è: salvare capra e cavoli
La politica estera di Matteo Renzi può sembrare un tantino contraddittoria, un rocambolesco tentativo (come da italianissima tradizione) di «salvare capra e cavoli», l'alleanza di lunga data con Washington e il nostro ruolo nell'Alleanza Atlantica da un lato, e l'amicizia, economicamente rilevante, con Mosca dall'altro, pur in un quadro dove le politiche degli alleati occidentali non rendono certamente la vita facile al proseguo di quest'intesa. Un barcamenarsi che s'inscrive certamente in un contesto internazionale tutt'altro che semplice e che, almeno sul breve termine, risponde a questioni di realpolitik. Ma che, d'altro canto, conferma il profilo piuttosto decadente che il Belpaese si è disegnato in politica estera nell'arco di vari decenni.

Le caute smentite della Mogherini
Se da un lato l'intento di Renzi sarebbe proprio quello di trasformare il ruolo di sostanziale ininfluenza dell'Italia nel contesto internazionale a un ruolo di peso, d'altro canto bisogna riconoscere a questo esecutivo di aver perseguito nel tempo un tentativo (parziale, si badi bene) di mediare sul «pugno duro» contro Mosca mostrato dagli Usa e dagli alleati europei. L’ultimo in ordine di tempo è proprio di queste ore: dopo che Stati Uniti e Gran Bretagna hanno annunciato di considerare l'opzione di nuove sanzioni alla Russia per l’assedio di Aleppo, linea confermata da John Kerry dopo una riunione a Londra sulla Siria, la prima a cercare di placare gli animi è stata Federica Mogherini, che, arrivando a Lussemburgo per il Consiglio affari esteri dei 28 ministri dell'Unione europea, ha cautamente smentito le fibrillazioni della stampa di quelle ore: «Non esistono proposte avanzate da alcun Stato membro. [...] Ho notato che la vicenda è all'ordine del giorno sulla stampa ma non lo è nella nostra agenda. In nessuna delle riunioni qualche Stato membro ha avanzato la questione. Ma sanzioni contro il regime siriano sono attualmente in discussione e potrebbero essere possibili».

Il no di Renzi a nuove sanzioni
Una dichiarazione, beninteso, di per sé molto cauta, e in apparenza contraddetta dalle affermazioni americane e inglesi, ma che comunque ben fotografava la mancanza di coesione interna all’Ue sulla questione. Secondo i media, sarebbe stato Renzi il primo ad opporsi alla prospettiva di inserire nel documento finale del Consiglio un riferimento a nuovi provvedimenti contro Mosca. Il premier, poi, ha dichiarato in proposito: «Credo che non avesse senso inserire anche qui un riferimento alle sanzioni». Puntualizzando che la posizione dei Ministri europei rimane quella di fare pressioni a Mosca perché in Siria si arrivi a un accordo. Il documento finale, insomma, rimane severo sulla posizione russa nel Paese mediorientale, ma quantomeno la linea intransigente di Francia, Gran Bretagna e Germania, per questa volta, non è passata.

Marzo 2015, Gentiloni: lasciare aperta la porta del dialogo
C’è da dire che non è la prima volta che l’Italia cerca di ammorbidire la linea di Bruxelles in merito ai rapporti con la Russia. Il dibattito esplose nel marzo 2015, dopo che l’alto rappresentante Ue per la Politica estera Federica Mogherini ventilò un possibile incremento delle sanzioni alla Russia. Prospettiva davanti alla quale giunse la frenata di Gentiloni, che chiarì, in un’intervista alla Stampa, la posizione del Belpaese: «L'Italia non si è mai sottratta. Anzi, aggiungo che tende ad applicarle in modo persino più rigoroso di altri Paesi. Noi non accettiamo lezioni da nessuno», puntualizzava, aggiungendo però che «abbiamo sempre esortato a tenere aperta la porta del dialogo». Ma soprattutto sottolineava: «Qualsiasi iniziativa di rinnovo automatico o di nuove sanzioni rischierebbe di danneggiare anziché aiutare l'evoluzione della situazione».

Maggio 2015: fedeli alla Nato, ma porte aperte a Mosca
A maggio, in un’intervista alla Stampa, Gentiloni ribadiva che, se da un lato l’Italia «ha guidato i pattugliamenti Nato sui cieli del Baltico e ha applicato correttamente le sanzioni alla Russia, pagando un prezzo pesante», dall’altro, però, la specificità del Belpaese era quella di ritenere che «occorra non chiudere le porte alla Russia».

Gli incontri italo-russi proseguono
E in effetti, le porte di Roma non si sono mai chiuse al dialogo con Mosca, innanzitutto per lucide questioni economiche e strategiche (LEGGI ANCHE «Eutanasia economica: le sanzioni alla Russia ci costano come la flessibilità sui conti che chiediamo all’Europa»). Nel marzo 2015, Renzi si recava nella capitale russa, e a maggio Putin visitava l’Expo a Milano e poi volava a Roma per incontrare il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, oltre a Papa Francesco. Un anno dopo, Gentiloni visitava Mosca – terzo viaggio in Russia dell’anno – per incontrare il suo omologo Sergei Lavrov, e ribadiva la necessità di rafforzare i rapporti economici e la cooperazione tra i due Stati nonostante le sanzioni. A giugno, il titolare della Farnesina faceva tappa a San Pietroburgo in occasione del Forum economico – unico leader occidentale presente –, e annunciava la firma di importanti accordi in settori non sottoposti a sanzioni.

Dicembre 2015: no a rinnovo automatico delle sanzioni
Ma a testimoniare la posizione «mediana» dell’Italia sulla questione giunsero le indiscrezioni, trapelate nel dicembre 2015, a proposito di una richiesta ufficiale del Belpaese di aprire un dibattito in Europa sul rinnovo delle sanzioni, in scadenza alla fine di quel mese. Roma – secondo quanto si ventilava in quei giorni –  non stava chiedendo di cassare i provvedimenti contro Mosca, ma di riaprire la discussione nell’Ue bloccando il rinnovo automatico dei provvedimenti. Una posizione che però sembrava preannunciare una presa di posizione italiana in netta controtendenza rispetto alla linea di Bruxelles e della maggioranza degli Stati europei.

Un dibattito sul metodo, non sul merito
L’entusiasmo si sgonfiò in un paio di giorni, quando il ministro degli Esteri Gentiloni dichiarò che «la decisione sulla rivalutazione sulle sanzioni sulla Russia dovrebbe essere presa a seconda della realizzazione del protocollo di Minsk». Ad ogni modo, la richiesta italiana di non procedere al rinnovo automatico fu accolta: al suo posto venne attivata una procedura scritta, lasciando ai governi dei Ventotto la possibilità di bloccare la decisione (sull’argomento serve l’unanimità). Peccato che nessun Paese, nemmeno l’Italia, fu così coraggioso da cogliere quell’occasione. In seguito, fonti europee chiarirono che il Belpaese non aveva intenzione di mettere in discussione il merito della questione – le sanzioni alla Russia –, quanto il «metodo», il rinnovo automatico. Una via di mezzo tutta italiana, perché Roma sembrava dire: sì alle sanzioni finché sono necessarie, ma no agli automatismi che impediscono il dialogo con Mosca.

Qualcosa, ma non abbastanza
Il quadro tracciato fin qui invoglia a qualche riflessione. Una, che sarebbe troppo lungo sviluppare in questa sede, riguarda il ruolo di sostanziale ininfluenza del nostro Paese nella comunità internazionale (nonostante gli ultimi flebili tentativi di ribellione del nostro premier in Europa e le pompose cene oltreoceano). Un’altra riguarda quell’abitudine tutta italiana a collocarsi nel mezzo, e ad evitare le posizioni nette e coraggiose soprattutto quando si sa che gli alleati non le apprezzerebbero. Il dibattito sulle sanzioni lo dimostra: Roma, che ha importanti interessi economici in campo, appare sì come una delle nazioni europee meno entusiaste dei provvedimenti, ma i suoi tentativi di riaprire la discussione non sono mai sfociati in nulla più di un cambio di «metodo» nell’iter di approvazione. Che è già qualcosa, ma - lo dicono i dati economici - non certo abbastanza.