26 giugno 2019
Aggiornato 08:30
E l'Apocalisse che preannunciavano?

Il «No» visto dall'estero: l'establishment trema, noi, i «populisti», festeggiamo

Il giorno «dopo»: l'establishment europea e mondiale, che tanto si era spesa per il sì, raccoglie i pezzi. Non nasconde il timore, ma cerca anche di mandare segnali rassicuranti. Nonostante l'Apocalisse sventolata da mesi a questa parte

ROMA - Italia sorvegliata speciale, in Europa e nel mondo. Il risultato del referendum costituzionale, che ha visto il trionfo del No alla riforma firmata Renzi-Boschi, era uno scenario da alcuni temuto e da altri vagheggiato. Temuto, innanzitutto, dall'establishment europea e mondiale, che più volte, in questi mesi di campagna elettorale, si è espressa a favore della riforma tanto voluta e sponsorizzata dal giovane quasi ex premier italiano. Uno degli ultimi a dare il proprio assenso era stato uno dei pilastri (e dei falchi) dell'Eurozona a guida teutonica, il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble. Ma prima di lui, i Sì stranieri sono stati numerosi: da Jp Morgan al Fondo Monetario Internazionale, da Barack Obama ad Angela Merkel, dall'ambasciatore americano Phillips a Jean Claude Juncker, passando per l'Osce e il Financial Times.

L'establishment raccoglie i pezzi, ma la ferita è grande
Così, quell'establishment che tanto fervidamente ha tifato per Renzi alla vigilia del voto, ora raccoglie i pezzi, esprime cordoglio e preoccupazione e, a tratti, ostenta tranquillità, mandando segnali di calma e rassicurazione. Quasi a voler applicare l'ennesimo cerotto su una ferita che però appare di giorno in giorno sempre più visibile e sanguinolenta. Un po' come è accaduto all'indomani della vittoria di Trump, forse ancor più largamente inattesa del risultato del referendum italiano, che ha colto di sorpresa le cancellerie di mezza Europa. E ancora, all'indomani della Brexit, quando quel gigantesco «No» all'Europa opposto dagli inglesi ha costituito un vero e proprio spartiacque nella storia recente dell'Occidente, sancendo per la prima volta in maniera più che evidente che il vento stava inesorabilmente cambiando.

Hollande: Renzi ha tutta la mia simpatia
Un messaggio di solidarietà a Matteo Renzi è giunto dal presidente francese Francois Hollande (che da poco ha annunciato la sua decisione di non ricandidarsi alle presidenziali del 2017), il quale ha preso atto «con rispetto» delle decisione del premier italiano di dimettersi dopo l'esito negativo del referendum costituzionale. In una nota dell'Eliseo, Hollande ha salutato «il dinamismo» di Renzi e le sue «qualità messe al servizio della riforme coraggiose nel suo Paese». Hollande ha dichiarato di condividere «la volontà di orientare l'Europa verso la crescita e e l'occupazione» e ha sottolineato che Renzi è «impegnato per un rapporto franco-italiano forte». Il presidente francese ha espresso a Renzi «tutta la sua simpatia e si augura che l'Italia trovi in se stessa le risorse per superare questa situazione».

Steinmeier: non un messaggio positivo per l'Europa in un momento tanto difficile
In Germania, Paese capofila dell'Ue, serpeggia, come inevitabile, una certa preoccupazione. Lo ha confessato esplicitamente il ministro degli Esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier, ad Atene per un incontro con il capo del governo greco, Alexis Tsipras. «Possiamo rallegrarci che gli elettori austriaci non hanno votato per il candidato delle forze populiste, ma guardiamo invece all'Italia con inquietudine», ha detto Steinmeier. «Credo che Renzi abbia fatto la cosa giusta, la cosa necessaria, ma gli elettori non lo hanno sostenuto». «Non si tratta di una crisi dello stato, ma è una crisi di governo che dovrà essere risolta... Non è un messaggio positivo per l'Europa in un periodo così difficile», ha aggiunto Steinmeier, candidato per diventare il nuovo Presidente federale della Germania. 

Il dispiacere della Merkel
Dopo di lui si è espressa anche la cancelliera in persona Angela Merkel, che si è detta «dispiaciuta» per l'esito del referendum in Italia - ha fatto sapere il portavoce Steffen Seibert - e ha aggiunto di aver avuto un rapporto di lavoro «molto buono» con Matteo Renzi. Le polemiche con l'Ue degli ultimi tempi e i botta-risposta sulla flessibilità dei conti sembrano, insomma, acqua passata per la Cancelliera, ad oggi decisamente più preoccupata di ciò che comporterà un dopo-Renzi. «Ma naturalmente dobbiamo rispettare la decisione dei cittadini italiani, così come quella del premier di dimettersi a seguito della sconfitta referendaria», ha aggiunto Seibert. «Chiunque sarà il successore, il governo tedesco offrirà la sua cooperazione in amicizia e alleanza».  Quanto a Schauble, il ministro delle Finanze tedesco si è augurato che il Belpaese prosegua comunque nel cammino delle riforme: «Ho avuto colloqui telefonici con i colleghi italiani. La situazione è sotto controllo, ma chi è responsabile sa che questa non è una situazione facile». E ha aggiunto: «L'Italia ha bisogno di un governo capace di agire, e io spero che continui sul cammino delle riforme nonostante gli italiani abbiamo bocciato questa riforma costituzionale»

Le rassicurazioni di Moscovici e dei vertici Ue
Ma c'è stato anche chi ha cercato di placare gli animi e mandare un messaggio di rassicurazione sulla stabilità europea, che pure, dopo il voto italiano, sembra aver subito l'ennesimo colpo alle fondamenta. «L’Italia è un Paese solido con istituzioni solide e ho fiducia che farà fronte alla situazione», ha dichiarato di prima mattina all’emittente televisiva France 2 il commissario europeo agli Affari economici Pierre Moscovici. Una linea essenzialmente condivisa dal ministro delle Finanze francese Michel Sapin che, arrivando all’Eurogruppo, ha aggiunto che «non c’ alcun rischio sistemico», visto che il referendum è «una questione di politica estera italiana» e «non riguardava l’Europa». Calma e prudenza anche dai vertici della Commissione europea, la cui portavoce, Margaritis Schinas, ha chiarito che Bruxellesnon considera il risultato «una minaccia alla stabilità finanziariadell’Eurozona» anche perché «le autorità sono preparate ad affrontare la situazione». Poi ha ribadito: «La ricerca delle riforme deve continuare. L’onda non è scaduta ieri sera».

Ma non era l'Apocalisse?
Parole di rassicurazione che cozzano con certi toni apocalittici che nei mesi scorsi agganciavano l'esito del referendum italiano al destino della stabilità europea. A ferragosto, il Wall Street Journal definiva il voto italiano «più importante di quello sulla Brexit». Un allarme condiviso, in realtà, da buona parte della stampa occidentale, con il New York Times e il Financial Times che hanno lanciato simili segnali, additando l'Italia come l'anello debole della crescita europea. Anche The Economist e il Wall Street Journal sottolineavano la fragilità dell'economia italiana, mentre la Reuters, a ferragosto, parlava di una «stabilità a rischio in Italia» a seguito del referendum alle porte. Non più di due settimane fa, il Financial Times tornava all'attacco profetizzando una riedizione della crisi economica europea in caso di vittoria del No, che, scriveva, metterebbe «in dubbio la partecipazione dell'Italia all'Eurozona». Qualche giorno più tardi, il quotidiano finanziario rispolverava scenari apocalittici, preannunciando la crisi di 8 banche qualora gli italiani avessero bocciato la proposta di riforma di Matteo Renzi.

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Obama il rassicuratore
Nel ruolo di «rassicuratore» post-litteram (proprio come avvenuto dopo la vittoria di Donald Trump) anche il presidente Usa Barack Obama, che si è espresso attraverso un suo funzionario – interpellato da Askanews – in questi termini: «Il popolo italiano ha parlato e noi rispettiamo la sua decisione». C'è di più. Anche se al referendum costituzionale di ieri il presidente del Consiglio è stato sconfitto e ha poi presentato le sue dimissioni, gli Stati Uniti continuano a pensare che l'Italia «resti uno dei nostri alleati più stretti e più forti». Non solo. L'amministrazione Obama è convinta che «l'esito del referendum non condizionerà la nostra cooperazione in corso su una vasta gamma di interessi condivisi, dall'affrontare il cambiamento climatico e la crisi globale dei rifugiati fino alla promozione della sicurezza globale e di una crescita economica inclusiva».

La grande alleanza tra Italia e Usa
Il funzionario americano ha poi ricordato i molti fronti che vedono il nostro Paese impegnato a livello internazionale: «L'Italia è un partner importante [degli Usa] nell'affrontare le sfide globali. L'Italia è un membro chiave nella coalizione contro l'Isis, è un membro fondatore del Gruppo Internazionale di Sostegno alla Siria, è un partner di valore in Libia, garantisce training alla polizia irachena, serve come nazione quadro in quanto parte dell'Operazione Sostegno Risoluto in Afghanistan e ha impegnato soldati per la nuova presenza Nato sul fianco Est», le frontiere orientali con la Russia. Il funzionario Usa ha spiegato che «gli italiani sono coinvolti in un dialogo nazionale di ampio respiro sulle riforme che devono adottare per portare il Paese lungo una strada verso una governance più efficace e stabile, verso una crescita economica sostenuta e verso investimenti stranieri in aumento». Per la Casa Bianca il voto di ieri «è stato solo un capitolo di quel dialogo, non la sua fine». Quel dialogo "continuerà nelle settimane e nei mesi a venire». Parola d'ordine: «No panic».

Ma c'è anche chi festeggia
Ma oltre all'esercito dei preoccupati ex sostenitori del Sì, c'è stato anche chi si è subito congratulato con il popolo italiano per il risultato del referendum. Ad esultare tra i primi c'è stata Marine Le Pen, leader del Front National francese e candidata alle prossime presidenziali: «Gli italiani hanno ripudiato l’Europa e Renzi», ha dichiarato. A gioire anche Nigel Farage, ex leader dell’Ukip britannico e volto capofila nella campagna per la Brexit, che si è fatto sentire appena sono stati diffusi gli exit poll: «Questo voto - ha detto - mi pare più sull’euro che sulle modifiche costituzionali». Avrà ragione?