28 marzo 2020
Aggiornato 19:00
Operazione cambiamento

Camusso: riforme, per fare che?

Il governo si sta giocando la faccia sulla ristrutturazione di palazzo Madama, ma la Cgil rimprovera a Renzi di dedicare molto tempo alla riorganizzazione del sistema e poco al rilancio dell'occupazione.

ROMA - Non è facile trovare Eugenio Scalfari e Susanna Camusso sulle stesse posizioni, eppure Matteo Renzi sta ricompattando la strana coppia.

Riforme apparentemente targate Europa - Sono settimane che Eugenio Scalfari, nei suoi articoli domenicali su Repubblica, si scaglia contro il presidente del Consiglio rimproverandogli di dedicare tutto il suo impegno a riforme sulle quali, da un lato l'Europa è interessata solo marginalmente, e dall' altro non servono a creare un posto di lavoro in più, nè, tantomeno, a salvaguardare quelli che sono a rischio.

Camusso: la nostra industria è a rischio - A fare da eco a Scalfari è infatti arrivato un durissimo attacco del leader della Cgil su quanto sta facendo, (o piuttosto non facendo) il governo, per tamponare i buchi che la crisi continua a produrre sul nostro sistema industriale.
«Noi abbiamo un livello di processi annunciati di ridimensionamento dell'attività produttiva in settori strategici che ci fanno temere per la tenuta del nostro sistema industriale», ha osservato Camusso, per poi precisare «gli andamenti hanno come sempre degli elementi congiunturali, ma sono in realtà un segno di un progressivo ridimensionamento del nostro sistema industriale. Vediamo una totale disattenzione sui temi del lavoro, dell'industria, su quali scelte di investimento fare. E di come creare lavoro non si parla mai non solo nell'agenda politica».
Susanna Camusso è intervenuta per commentare i dati Istat sulla produzione industriale che a maggio hanno visto un ridimensionamento sia degli ordini che del fatturato.

Cgil chiama, Palazzo Chigi non risponde - «Il calo della produzione industriale è la nostra preoccupazione e oggi ribadiamo un l'allarme che abbiamo già lanciato nei giorni scorsi», ha aggiunto la leader della Cgil, lasciando capire che le sue preoccupazioni finora non state tenute dal governo nel giusto conto. Anzi, probabilmente da Palazzo Chigi non è arrivata alla Cgil nessuna risposta.
Quello che oggettivamente si può notare è che sui dati Istat, come sul ridimensionamento delle aspettative di crescita resi noti nei giorni scorsi, il governo ha dato finora risposte molto flebili.

Federica Guidi: abbiate pazienza - «I dati negativi dati dell'Istat sull'industria diffusi oggi "confermano l'esigenza delle misure che il Governo sta cercando di implementare in questi mesi», è stato il commento del ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi.
«Sono dati che non possono far piacere - ha proseguito il ministro che ha poi specificato - Le riforme che il governo ha messo in campo nascono dalla consapevolezza che questo era il campo nel quale ci stavamo muovendo. Sono dati di maggio e l'effetto dell'influenza delle nostre misure è ancora debole, ci vogliono nervi saldi e un po' di pazienza».

Siderurgia e Chimica: made in Italy in via di estinzione - Non c'è dubbio che di nervi saldi e di pazienza ce ne vorranno in abbondanza per affrontare le criticità di alcuni settori nevralgici.
Nella siderurgia c'è da risolvere l'enigma Ilva. Inoltre il governo è chiamato ad affrontare il problema delle condizioni imposte dalla Tyssen per non chiudere l'acciaieria di Terni.
Nella chimica si parla insistentemente della necessità che l'Eni ridimensioni le sue attuali capacità di raffinanzione, e in questa ottica molti già ipotizzano che a correre i rischi maggiori sia l'impianto di Gela in Sicilia.
Per quanto riguarda l'acciaieria di Terni il ministro Guidi ha precisato che il Governo «sta cercando di trovare tutte le soluzioni, sta cercando di fare tutto quello che si deve fare per sostenere questo tipo di produzioni».

Il patriottismo ha le tasche vuote - «Noi non vogliamo - ha detto - perdere queste industrie, vogliamo che la siderurgia rimanga in Italia». Purtroppo, però,il ministro non ha pronunciato una parola su come Palazzo Chigi intenda conseguire questo traguardo patriottico.
Stessa musica anche per Gela: «Quando ci sono seri progetti di riconversione industriale oltre a tener conto dell'impatto occupazione, che è la nostra priorità, bisogna ragionare anche su piani molto seri che vadano nella direzione di tecnologie moderne ed efficienti, legate alla chimica verde, al biofuel - ha spiegato la Guidi - Questi sono piani seri, credibili che possono dare un'opportunità di rilancio ma anche una prospettiva di futuro che oggi è difficile intravedere nella raffinazione tradizionale». Il ministro ha poi annunciato che «ad horas partità un tavolo sul settore della raffinazione in Italia e nello specifico un tavolo sul piano industriale dell'Eni rispetto ad alcune riflessioni sull'impianto di Gela».

Fra governo e sindacati l'eterno linguaggio dell'emergenza - L'esperienza insegna che quando si parla di riflessione del governo intorno ad una crisi industriale le possibilità di salvataggio sono molto remote. E infatti a Gela sono già state annunciate manifestazioni di protesta.
«Se rinunciamo ad investire nella chimica, nella siderurgia facciamo due danni giganteschi- è stata la risposta della Camusso- uno che ci saranno licenziamenti, due: quel po' di industria che rimane dovrà alimentarsi dall'esterno e quindi diventeremo importatori delle materie prime che oggi produciamo per la manifattura in Europa».
La prima cosa che risalta da questa contrapposizione (che sebbene ai primi passi, è facile arguire come andrà a finire) è che si tratta di un copione già visto che si ripete inesorabilmente: da una parte lo Stato che si trova a fare i conti con il mercato, dall'altra il sindacato che si trova a fare i conti con l'occupazione. In mezzo il vuoto di analisi, di programmazione, di innovazione. Di scelte in funzione dello sviluppo, della concorrenza. Del mantenimento di un sistema industriale che ogni giorno perde un pezzo. Davanti ad un decilino che appare inesorabile (sancito da dati sull'occupazione da paura) del quale si parla il meno possibile perchè la realtà è brutta da guardare: meglio perdersi a discutere se la Merkel è buona o cattiva.

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