11 luglio 2020
Aggiornato 22:00
La Corte di Ankara obbliga Facebook a censurare immagini del Profeta

E dire che Zuckerberg «era Charlie»...

Due settimane fa, il milionario inventore di Facebook si professava Charlie a piena voce; ora, invece, accetta, in Turchia, di censurare immagini del Profeta. In tema di "censura" sui social la lista dei precedenti, per Facebook e non solo, è molto lunga. Ma quando i contenuti possono risultare offensivi o intolleranti per alcune sensibilità, è giusto porre un limite? E se sì, fino a che punto?

ROMA – Sta facendo il giro del mondo, la notizia di Mark Zuckerberg  «censurato» dalla Turchia. Facebook, infatti, ha obbedito a un’ingiuzione del tribunale di Ankara, accettando di ripulirsi da tutte le immagini su Maometto, comprese quelle che hanno spinto i terroristi a massacrare la redazione dello Charlie Hebdo.  La Bbc racconta che Menlo Park, dopo un primo rifiuto ad insabbiare le pagine contestate, ha ceduto all’ultimatum della Corte, che ha minacciato di mandare offline Facebook in tutta la Turchia (dove, secondo le stime, gli utenti sono circa 40milioni), sorte peraltro già toccata a Twitter e Youtube.

ZUCKERBERG IPOCRITA? - Ciò che però ha portato il Washington Post  a definire il giovane miliardario fondatore di Facebook «un ipocrita», e tanti altri media a parlare di «vuota retorica» di Zuckerberg, è il messaggio da quest’ultimo pubblicato soltanto due settimane prima, subito dopo la strage di Parigi. In quell’occasione, infatti, sul profilo dell’inventore di Facebook si leggeva:  «Facebook è sempre stato un posto dove le persone di tutto il mondo potessero condividere i propri pensieri e valori. Noi rispettiamo la legge in ogni Paese, ma non permetteremo mai che uno Stato o un gruppo di individui decidano dittatorialmente cosa la gente possa (o non possa) condividere. Non lascerò mai che questo avvenga su Facebook. La mia volontà è di costruire una piattaforma in cui si possa parlare liberamente, senza aver paura della violenza». Pare proprio che, pochi giorni dopo aver manifestato per la libertà di espressione, Zuckerberg si sia dimenticato dell’impegno preso.

TANTE, LE CENSURE PRATICATE SUI SOCIAL - D’altronde, il rapporto tra Facebook e i Paesi più propensi a restrizioni della libertà di espressione è sempre stato piuttosto complicato, e il social network si è spesso dovuto arrendere alle politiche di censura vigenti. Poco più di un mese fa, Facebook ha dovuto cancellare, su richiesta delle autorità di Mosca, la pagina di Alexei Navalny, uno dei contestatori più duri del regime di Putin; il social network ha inoltre oscurato le pagine legate ai dissidenti in Siria e Cina. Inoltre,  attivisti della campagna a favore dell’autonomia del Tibet hanno già raccolto 20mila firme per la loro petizione contro la censura perpetrata ai loro danni. D’altronde, non è da oggi che Facebook (come altri protagonisti di Internet) accetta, in Cina, Russia, Turchia, ma anche in altri Paesi come l’India e il Pakistan, censure politiche e limiti al «free speech».  Il caso della Turchia, poi, è particolare: solo nel primo semestre del 2014  sono stati 1893 gli interventi censori del governo di Ankara nei confronti di Facebook, stabilendo un record secondo solo a quello dell’India (con 4960 interventi).

TURCHIA AI PRIMI POSTI PER INTERVENTI RESTRITTIVI - Uno dei precedenti turchi risale al marzo dello scorso anno, in occasione delle elezioni amministrative. Il Primo Ministro Recep Tayyip Erdoğan, infatti, riferendosi in particolare a Facebook e YouTube, aveva fatto sapere che «se non obbediscono alle nostre leggi, faremo quanto necessario. Questa non è la repubblica delle banane. Nessuno può violare la nostra privacy in nome della libertà». In riferimento a Twitter, invece, aveva dichiarato che «obbedisce alla Costituzione americana e alla legge britannica, tedesca, cinese e russa. Ma quando si tratta di Ucraina, quando si tratta di Egitto, quando si tratta di Turchia, parla di libertà». D’altronde, a una settimana dalle elezioni, lo scorso 21 marzo Twitter fu del tutto bloccato. In quel periodo, il social network aveva visto un’incredibile impennata di cinguettii, sia da parte della popolazione che del mondo politico, con un’impennata del 138%. Nei minuti successivi al blocco, i diversi canali sociali (ma anche i muri delle città) sono stati invasi di elenchi di DNS alternativi da utilizzare per aggirare il divieto. Nel giro di poco tempo, però, i Google DNS più diffusi risultarono inaccessibili, facendo montare ulteriormente in rete parole di sdegno e di protesta contro una situazione che si profilava essere una «battaglia a tutto campo» per il controllo della rete. Il Presidente della Repubblica Abdullah Gül stesso, violando il blocco, denunciò proprio via Twitter l’iniziativa di bloccare il sito di microblogging, auspicando che il divieto fosse rimosso il prima possibile. Qualche giorno dopo, durante una conferenza stampa, dichiarò di aver avviato personalmente contatti con Twitter per risolvere il problema, ribadendo la volontà di rendere nuovamente accessibile il sito entro pochi giorni.

LA FRANCIA CONTRO I JIHADISTI ONLINE - Talvolta, richiesta di limitazioni giungono anche dai Paesi occidentali.  Proprio ieri il governo francese ha, ad esempio, minacciato sanzioni contro Facebook e Twitter, aggiungendo che le considererà complici delle centrali del terrore se le due reti non smetteranno di ospitare sulle loro pagine i messaggi incendiari dei gruppi jihadisti. Hollande ha annunciato che il governo transalpino presenterà a febbraio una proposta di legge al fine di responsabilizzare i grandi operatori di internet tramite un sistema che preveda una sorta di «reato di complicità», punibile con sanzioni varie (probabilmente di tipo finanziario). L’intenzione dei politici francesi, come confermato dallo stesso capo dello stato, è quella di impedire che su internet trovino posto messaggi estremisti e incitazioni all’odio. La Francia non agirà solo entro i propri confini, ma tenterà di far approvare un quadro giuridico a livello europeo ed internazionale. Il Ministro degli Interni della Repubblica francese incontrerà direttamente le aziende interessate (Google, Facebook, Twitter e Microsoft) al fine di trovare un accordo comune.

QUALE LIMITE SUL WEB? - Insomma, la questione si profila complicata da sbrogliare. Da un lato, è difficile pensare che colossi come Facebook e Google possano controllare tutto ciò che viene postato dagli utenti. Dall’altro, ci si chiede quale discrimine si debba utilizzare per «classificare» le richieste di limitazione della libera espressione sui social. Indubbiamente, è bene porre un freno alle manifestazioni di odio e intolleranza sulla rete; eppure, perché escludere che rappresentazioni ironiche e offensive del Profeta possano essere interpretate, dai fedeli, proprio come atti di intolleranza? Nel luglio 2013, Giuliano Ferrara aveva appellato Facebook come «cretino» perché un suo articolo, dal titolo «Oggi froci», era stato censurato. «Teniamoci stretti i nostri giornali» – aveva scritto in quell’occasione, rivendicando la propria piena libertà di espressione –, «[...] che difendono la libertà con la parola démodé, i caratteri cubitali dei titoli, i testi spesso pieni di sottigliezze, i nostri giornali che riscattano dalla censura algoritmica un secolo che si annuncia e già si manifesta come pericoloso». Ma quando la libertà rischia di offendere, ferire, cavalcare l’intolleranza e, peggio ancora, incitare la violenza, dove posizionare il limite?