18 giugno 2019
Aggiornato 17:30
Secolo cinese

Arriva il secolo cinese: Xi Jinping conquisterà l'economia occidentale. E il mondo applaude, senza capire nulla

La Cina conquista il mondo senza bisogno di combattere inutili guerre. Avanza con il suo costo del lavoro semi nullo, la sua banca centrale statale, e il Partito Comunista più capitalista del mondo

PECHINO  - Capitalista o comunista, contadina o industriale, libera o totalitaria, ricca o povera. Per raccontare la Cina odierna servono le parole con cui Winston Churchill affrescò l’Unione Sovietica: «Un enigma avvolto da un mistero». Una grande falce e martello gialla su drappo rosso sangue: questo è lo scenario che fa da quinta al XIX congresso del Partito comunista cinese, presieduto da un figura carismatica e modesta, grigia e sorridente: il Presidente, e Segretario del Partito, Xi Jinping. Un uomo che in queste ore sta spiegando cosa sarà la Cina, e quindi il mondo, nel 2049. L’ultimo impero comunista del globo e della storia è anche l’ultimo alfiere, nonché il più potente, del libero scambio di tipo capitalistico. E’ il socialismo con caratteristiche cinesi, qualcosa di molto simile al capitalismo di stato, oppure al socialismo di guerra. Nel suo placido discorso Xi Jinping ha utilizzato concetti fragorosi, se rapportati alla cultura dominante in occidente, sempre più sospettosa del mito neoliberista di fronte agli sfracelli della globalizzazione economica.

Libero scambio e investimenti
Il presidente ha detto che «la Cina dovrà attrarre sempre di più gli investimenti stranieri e diventerà sempre più aperta». Per esprimere questo concetto, per altro noto, ha impiegato tre ore e mezza – il presidente della Repubblica popolare nonché segretario del PCC è stato ripetutamente interrotto da scroscianti applausi che hanno avuto il loro acme nell’ovazione conclusiva durata oltre dieci minuti – durante i quali ha rivendicato la grandezza originaria del grande timoniere Mao Zedong e la visione lungimirante di Deng Xiao Ping. Figure di cui, lui, implicitamente si è detto unico erede, surclassando la figura del suo predecessore Hu Jintao, mandato in pensione nel 2012. In particolare si è soffermato sulla seconda figura, quella di Deng Xiao, perché ha fatto intendere che il processo di ammodernamento del paese continuerà nel solco da lui tracciato: partito unico, privatizzazioni e liberalizzazioni, feroce concorrenza alla manifattura occidentale. 

Senza percezione del pericolo
A sentire la forza calma con cui sono state pronunciate queste parole, l’occidente non può che tremare. Un violento processo di redistribuzione della ricchezza sta per colpire la classe lavoratrice statunitense ed europea. Nonché un dirompente impatto ambientale acuirà il già disastrato equilibrio ecologico planetario. La ricchezza della Cina nasce dalla sua capacità attrattiva, come noto. Le condizioni, e quindi il relativo costo, del lavoro non sono paragonabili allo stato di civiltà occidentale. La Cina importa lavoro ed esporta precarietà e povertà. Secondo un libro di recente pubblicazione «Guai a poveri. La facci triste dell'America» di Elisabetta Grande (Edizioni Gruppo Abele), il 60% degli statunitensi lavora con un salario cinese, ed è quindi tecnicamente povero. Il fenomeno è dilagante. Questo dato dovrebbe spiegare il successo del messaggio politico di Donald Trump, centrato sul primato della produzione interna. Non si tratta di bieco nazionalismo, quindi. Si tratta di aprire gli occhi di fronte al dilagare del lavoro con caratteristiche cinesi in occidente. 

Porte aperte ai soldi del mondo e in Cina lo Stato è tutto
La stesso modello che avanza in Europa, per altro. Che giubila di fronte al numero di occupati in aumento, peraltro risibile almeno in Italia, senza sottolineare che si tratta quasi sempre di lavoro con caratteristiche tipicamente arcaiche, che al suo interno non ha più la dignità, e men che meno la forza per fungere da ascensore sociale: al suo interno, oltre a un saggio di profitto predominante, in stile Foxcom, ha solo più un vago diritto alla sopravvivenza del lavoratore. L’asserzione sulla Cina come massimo attrattore globale di investimenti obnubila un secondo assioma espresso dal Presidente: «In Cina tutto il potere è nelle mani dello Stato». Gli entusiasti commentatori occidentali sorvolano su questo passaggio, derubricandolo allo stravagante retaggio di un paese comunista, erede di una tradizione imperiale millenaria, scarsamente avvezzo alla democrazia liberale. Tutto ciò è ovviamente vero. Ma i due principi, porte aperte ai soldi del mondo e in Cina lo Stato è tutto, danno questo risultato: immensi volumi di capitali vengono trasferiti dall’occidente, e in particolare dai suoi lavoratori, allo Stato cinese. La stessa natura del "Partito Stato" è il motore dell'inesorabile conquista cinese dei mercati. L'intera economia cinese è in tal senso uno strumento nelle mani di burocrati.

La Ferrari salverà l'Italia?
Il XIX Congresso del Partito Comunista Cinese ha annunciato, e quindi minacciato, che questo processo continuerà. Anzi: subirà un’accelerazione. «Le porte del paese saranno sempre più aperte a nuovi investimenti», e questo potrebbe un'implicita sottolineatura che il libero scambio potrebbe essere a due vie. I cinesi, forse, compreranno anche i prodotti occidentali? Ma quali? Probabilmente quelli di lusso, ma non è possibile pensare la fuga della produzione di massa in Italia, ad esempio, possa essere compensata dalla vendita di Ferrari. E’ un’idea ridicola, sotto ogni punto di vista. Anche perché dimentica, volutamente, che la cultura cinese è strettamente nazionalista, e una delle caratteristiche del piano decennale economico prossimo venturo, lo sradicamento della povertà dalla Cina entro il 2040, è basato sulla creazione di un solido mercato interno, sia per quanto concerne la produzione e il consumo.

Conquista leggittima
La visione di Xi Jinping ha ovviamente piena legittimità. Secondo un recente studio prodotto dai burocrati del Fmi nel 2014, inerente la delocalizzazione delle imprese da ovest a est, per ogni posto di lavoro perduto negli Usa nel settore manifatturiero se ne creano quattro in Oriente. In sé questa redistribuzione non ha nulla di immorale, se non fosse che non si attua per scopi umanitari: ognuno pensa per sé, la vita è un inferno no? Xi Jinping ha lungamente illustrato la nuova «Via della seta», ovvero un’immensa infrastruttura che metterà in comunicazione i mercati occidentali e orientali. Ovviamente gli entusiasti di questa prospettiva sono la stragrande maggioranza, almeno sui media. Ma tutti evitano di sottolineare come la Cina comunista capitalista giochi un partita scorretta, sul piano economico, culturale e civile. Gli immensi surplus commerciali che accumula sono ottenuti grazie ad una moneta pubblica, stampata da una banca centrale pubblica, direttamente controllata da un partito. A differenza da quella europea, ad esempio. Anche gli Usa hanno questa caratteristica: in virtù del loro arsenale nucleare. La normativa ambientale è nulla, per non parlare del giuslavorismo arcaico e l'inesistenza del sidacato.

Milioni di uomini affollano le campagne pronti a lavorare a qualunque condizione
Milioni di uomini, centinaia di milioni, affollano le povere campagne cinesi: un infinito esercito di riserva pronto a lavorare in qualsiasi condizione. La via della seta, lo sviluppo armonico, la crescita economica, in tale prospettiva altro non sono che una conquista portata avanti senza l’utilizzo dell’artiglieria. Si tratta dell’esercizio del potere morbido cinese, che si effettua anche grazie all’acquisto di simboli occidentali, come le squadre di calcio o le case di moda. Ma non esiste solo il soft power, il potere morbido, ma anche quello pesante come l’acciaio. Cosa pensare dell’acquisto, da parte di uno dei mille fondi di investimento multimiliardari controllati dal Partito Comunista cinese, del 5% di Aramco, il fondo della famiglia reale saudita che controlla la metà delle riserve petrolifere al momento esistenti sul pianeta? Cento miliardi di dollari pagati in contanti, senza batter ciglio. Il prossimo secolo sarà cinese, e sarà, per noi, brutale. Forse non ci rendiamo conto di quello che sta succedendo, non riusciamo a cogliere la reale portata di un processo così enorme da risultare invisibile.