Ora la Cancelliera pensa a un'Europa a geometria variabile

La Merkel e l'Europa a due velocità. La «folgorazione» prima dell'Apocalisse

Quando Angela Merkel ha fatto propria l'opzione di un'Europa a doppia velocità, di cui da tempo si discute, le fanfare dei media mainstream hanno cominciato suonare. Senza guardare a cosa c'è dietro

La cancelliera tedesca Angela Merkel.
La cancelliera tedesca Angela Merkel. (Drop of Light / Shutterstock.com)

BERLINO - «Non tutti debbono partecipare di volta in volta a tutte le tappe dell'integrazione». Angela Merkel cambia idea. La paladina di un'Europa creata e modellata sulle visioni e (ancor più) sugli interessi tedeschi fa crollare un tabù che molti considerano (o consideravano) l'unica opportunità, per la zoppa e claudicante Ue, di rimanere in piedi. Una risposta, in extremis, al momento storico zeppo di inedite crisi e foriero di disordine globale. Un momento dove la stessa idea di Europa sembra sempre più essere messa in discussione.

Merkel folgorata sulla via di Damasco
Così, non ci si deve troppo stupire della «folgorazione» sulla via di Damasco che sembra aver colto la sostenitrice più fervida dello status quo europeo, colei che, forse per un eccesso di semplicismo, è da ogni parte considerata la più «europeista» degli europeisti, il volto stesso del progetto europeo, roccaforte incrollabile contro gli attentati dei populisti «anti-europei». Perché Angela Merkel, e la sua Germania in generale, è sempre stata più una «europeista à la carte». Una che, per intenderci, si batte perché il sistema da cui tanto guadagna e ha guadagnato rimanga in piedi, ma che mai si è fatta sostenitrice di una «maggiore integrazione», qualora questa potesse ledere agli interessi teutonici. In questo senso, Angela Merkel è più nazionalista dei nazionalisti che oggi tanto fanno paura a Bruxelles.

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La Germania: sovrana sì, ma senza accolli
Non molti mesi fa, poco prima che la Brexit sconvolgesse il Continente, il ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier pubblicava sulla rivista americana Foreign Affairs quello che a ragione potrebbe considerarsi un'apologia di Berlino e del suo ruolo nella costruzione dell'Ue. Steinmeier definiva la Germania «la nazione indispensabile per l’Europa», e le riconosceva la capacità di «mantenere le proprie posizioni, risalendo la china delle proprie difficoltà economiche e assumendo le responsabilità derivanti dal ruolo di prima economia d’Europa». Un indubbio acume strategico che ha saputo sfruttare, a proprio vantaggio, l'equivoco di fondo su cui si stava fondando la stessa Ue: e cioè che un'unione monetaria potesse precedere e incoraggiare la formazione di un'unione che prima di tutto avrebbe dovuto essere politica. Una condizione che ha permesso alla Germania di ritagliarsi il proprio spazio di sovranità economica, rifiutando, però, gli «svantaggi» del ruolo che si era scelta: come la necessità di imbracciare un principio di solidarietà verso gli Stati del Sud, i tanto vetuperati P.I.G.S., accollandosi i loro debiti, ma puntando sempre a imporre a tutti la propria velocità e, soprattutto, i propri interessi.

Più integrazione? Berlino risponde: dipende
Ma a voler parlare di maggiore integrazione, se questo avrebbe potuto significare rimettere in discussione la struttura politico-economica stessa dell'Ue, ai tedeschi gli si sono sempre rizzati i capelli in testa. Non a caso, proprio nel mese della Brexit, il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble tuonava: «Non è il momento giusto per lavorare a una maggiore integrazione dell’eurozona». Soprattutto, se quella maggiore «integrazione» sarebbe andata nella direzione di rimettere in discussione il ruolo della Germania e le regole che fin qui hanno mandato avanti a singhiozzo il carrozzone europeo.

Ora la Merkel pensa a due velocità
L'improvvisa folgorazione della Merkel sull'Europa a due velocità è in fin dei conti figlia di questa visione, e soprattutto di un lucido calcolo politico. Mentre si avvicinano i 60 anni dall'unità, il Vecchio Continente naviga in acque decisamente agitate. E la proposta di un'Europa a geometria variabile non è certo nuova di zecca: è da anni che economisti e politici discutono di poter «salvare» l'Europa dividendola, di fatto, in due «club»: uno che raccoglierebbe i Paesi come la Germania con preferenze per un euro che tende alla stabilità monetaria con inflazione verso zero; l'altro sarebbe composto da Paesi dell'area mediterranea che preferiscono una stabilità monetaria meno rigida e una politica monetaria più flessibile. L'opzione divenne, nei dintorni di Bruxelles, all'ordine del giorno nel periodo della crisi greca, ma poi si preferì portare Atene allo stremo con privatizzazioni selvagge e un accordo lacrime e sangue che continua a prostrare la sua economia (e i suoi cittadini).

La Merkel tra Draghi, Malloch e Trump
Perché la Merkel apre a questa possibilità proprio ora? Di certo non è una coincidenza. Basti ricordare il monito di Mario Draghi, che poche settimane fa avvertiva i Paesi più «in bilico» che uscire dall'euro si può, ma non dopo aver regolato opportunamente i conti, ripagando tutti i debiti contratti con l'Eurosistema. Riassumendo con una efficacissima massima di Mario Monti, «prima di uscire dal negozio, bisogna pagare il conto». Sullo sfondo, anche, il braccio di ferro tra Germania e Bce, con Schauble all'attacco di Mario Draghi, le cui decisioni, a suo avviso, creerebbero «problemi politici» in Germania. Sotto accusa, sostanzialmente, l'ideologia non propriamente ortodossa della Bce, considerata poco consona al mantra dell'austerity tedesco allergico all'inflazione, e contraria, in sostanza, agli interessi economici teutonici. Il problema politico, ovviamente, è consequenziale, e legato alla prova delle urne al cui varco Merkel è presto attesa. E poi c'è la profezia di Ted Malloch, il nuovo ambasciatore di Trump a Bruxelles, che indica nel 2018 la data di scadenza dell'euro. Una profezia non certo peregrina, visto che è sotto gli occhi di tutti come la situazione attuale non sia più sostenibile. Lo ha fatto capire anche il consulente per il Commercio di Trump, Peter Navarro, che ha definito l'euro un «implicito marco tedesco». Nessuna novità – si badi bene –; la novità, semmai, è che da Washington abbiano fatto cadere il tabù, e squarciato il velo delle illusioni.

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Perché proprio ora?
E qui si arriva al punto: perché proprio ora? La fanfara degli apprezzamenti che la stampa mainstream ha riservato alla dichiarazione della Merkel non tiene conto di due osservazioni. La prima è che la Cancelliera pecca sostanzialmente di un pessimo tempismo, e la sua proposta rischia di risultare solo un debole palliativo di fronte a una tempesta ormai quasi inarrestabile. La seconda è che l'improvvisa illuminazione della Merkel deriva, sostanzialmente, da una cinica valutazione rischi-benefici. Con un presidente degli Stati Uniti tutt'altro che fan della Germania e dell'Europa alla tedesca, già pronto a intessere rapporti bilaterali con Londra «libera» dall'Ue; con l'apripista della Brexit; con l'onda anomala delle destre pronta a ingurgitare l'Europa intera, in primis la Francia, dove Marine Le Pen – la maggior beneficiaria dello scandalo che ha «bruciato» Fillon – minaccia di far uscire dall'euro e dall'Ue uno dei pilastri su cui quest'ultima si regge; con le elezioni in arrivo anche altrove, come in Olanda, dove Geers Wilders, volto dell'estrema destra locale, ha promesso a sua volta di abbandonare l'Ue (oltre che di mettere al bando il Corano); con la prova delle urne nella stessa Germania che l'attende, la più difficile di tutta la sua carriera politica, la Cancelliera deve essersi improvvisamente fatta sorprendere da una visione in prospettiva: un autentico big bang è in avvicinamento. Quale momento migliore per ricorrere ai cosiddetti «estremi rimedi»?

Prendersi l'argenteria prima del crollo
Un'ultima considerazione: la «doppia velocità» è, di per sé, una formula ambigua. Che le economie del continente non galoppino tutte allo stesso ritmo, di per sé, è un'ovvietà, e ragionare come se così fosse si è dimostrato un terribile errore. Ma di Europa a due velocità, ad esempio, si parlò anche in occasione dell'accordo raggiunto tra l'Inghilterra prima della Brexit e Bruxelles, proprio per scongiurare il divorzio di Londra (che poi, nonostante i cerotti, è avvenuto). In quell'occasione, muoversi a due velocità significava distinguere coloro che, uniti dall'euro, avrebbero marciato compatti, e coloro che, fuori dall'euro, vedevano l'obiettivo di rompere con l'Europa ben più vicino degli altri, ai quali si concedeva un diverso livello di integrazione. In quel caso, dunque, la doppia velocità avrebbe significato, per noi, una gabbia ancora più stretta: potenzialmente, l'abbraccio della morte. Tornando all'attualità, il fatto che sia sempre l'egemonica Germania, che dall'euro tanto si è avvantaggiata e vuole continuare ad avvantaggiarsi, a proporre questa soluzione fa trapelare quantomeno un dubbio: e cioè che, per dirla alla Claudio Borghi, «il padrone di casa, invece che mettere le toppe», mediti «di prendere il portafogli e l'argenteria prima del crollo». C'è poco di cui rallegrarsi, insomma. La questione è ben più complicata di come ce la raccontano. Fanfare giornalistiche permettendo.