6 dicembre 2019
Aggiornato 05:30

Mosul, perché (e per cosa) anche noi italiani combattiamo sul campo

Quale sia il nostro compito e cosa facciamo è ignoto. Sicuramente rispondiamo ad una chiamata che giunge dagli Stati Uniti, e come spesso accade il Governo tenta di mitigare il ruolo dell’esercito, mascherando le operazioni sotto una potente retorica.

Battaglia a Mosul
Battaglia a Mosul Shutterstock

ROMA - Per noi italiani la guerra ha a che fare con il «Deserto dei tartari» del sottotenente Giovanni Drogo, anche se quel libro in pochi lo hanno letto e soprattutto compreso. Qualcosa che capita lontano, in un luogo sperduto, dove in fondo nulla accade. Ma questa volta, sulle montagne curde dell’Iraq, la realtà potrebbe essere molto diversa dal romanzo di Dino Buzzati. La distanza che separa i bersaglieri della Brigata Aosta dai pezzi dell’artiglieria dell’Isis stipati dentro Mosul è pari a sessanta chilometri. In qualsiasi momento i soldati italiani possono essere raggiunti da un razzo. Ma secondo altre fonti gli avamposti dell’Isis, nascosti in alcuni villaggi a nord della città, si troverebbero ad appena venti chilometri. Gli italiani in questo caso potrebbero essere raggiunti da un colpo di mortaio. Mortai di cui l’esercito iracheno era dotatissimo durante il regime di Saddam Hussein, poi abbandonati sul territorio o dati in dotazione alla sgangherata armata che gli statunitensi hanno messo insieme dopo la vittoria, poi sbaragliata da forze islamiste mal armate e peggio addestrate.

I soldati italiani combattono in prima linea
Come noto i bersaglieri italiani si trovano a protezione di una diga lungo il fiume Tigri, e starebbero proteggendo i tecnici di una ditta italiana che lavorano nel bacino. Diga che versa in condizioni disastrose da anni, dato che è stata costruita su un terreno carsico e rischia di collassare se le continue iniezioni di cemento vengono interrotte. Non è mai chiaro dove finisca la ragione ufficiale e dove inizi ciò che è meglio che venga taciuto: in ogni caso, e al di là di ogni pacifismo, è bene sapere che i soldati italiani combattono in prima linea. Combattono una battaglia nell’immediato con un obiettivo condiviso e condivisibile dai più, ovvero l’eliminazione fisica dell’Isis nel nord dell’Iraq, ad un passo dai confini più caldi del pianeta. Cosa comporti l’eliminazione dei terroristi islamici è ignoto. Quale sia il nostro compito e cosa facciamo è egualmente ignoto. Sicuramente rispondiamo ad una chiamata che giunge dagli Stati Uniti, e come spesso accade il Governo tenta di mitigare il ruolo dell’esercito, mascherando le operazioni sotto una potente retorica, secondo cui avremmo un ruolo nelle retrovie, di soccorso di feriti presenti sul campo. Condizione molto probabile ma non prioritaria.

Mosul non cadrà sotto l’offensiva di curdi, sciiti e iracheni
Mosul, una bella città che dà sulle montagne del Kurdistan, attraversata dal fiume Tigri che corre verso la Mesopotamia, per essere conquistata necessita di un massiccio supporto aereo, perché non è ipotizzabile una manovra di artiglieria-fanteria. Soprattutto perché l’armata che dovrebbe cacciare via i miliziani ha forze ridotte, appena trentamila uomini. Gli elicotteri da attacco Mangusta italiani non si limiteranno a scortare i mezzi da trasporto Nh 90: probabilmente sono utilizzati in battaglia per aprire delle vie. Così come gli incursori dell’Aeronautica non sono addestrati per recuperare feriti, bensì per combattere. Mosul non cadrà sotto l’offensiva di curdi, sciiti e iracheni. Infatti la dizione ufficiale diramata dal governo italiano sostiene che i soldati «potrebbero aiutare l’esercito iracheno in caso di necessità». Condizione assai ovvia date le condizioni in cui versa l’armata brancaleone che in queste ore sta attaccando Mosul. E che già incontra e prime difficoltà.

Anche gli italiani combatteranno sul campo
Combatteremo sul campo, quindi. Nella speranza che l’aviazione statunitense rada al suolo la difesa degli islamisti e permetta un rapido accesso nella città da parte della fanteria. Ma dentro le mura, come noto, si potrebbero trovare condizioni di guerriglia, anche se appare improbabile che l’Isis voglia dissolversi in una battaglia che sanno già persa. Come tutte le guerriglie, anche i terroristi islamici non cercano lo scontro frontale con forze soverchianti: terranno la posizione e se verrà concessa loro una via di fuga si disperderanno nel territorio che ancora controllano, per altro molto impervio. Probabilmente quindi non si ripeterà l’assedio di Aleppo, dove Russia e Stati Uniti stringono la città senza lasciare vie d’uscita: anche perché stanno combattendo una guerra diretta. Dopo la cacciata di Daesh, che non sarà immediata, inizieranno i problemi, che non vedranno coinvolti i militari italiani ma potrebbero portare ad una ulteriore destabilizzazione del territorio. È l’eterno schema del Medio Oriente: quando si caccia un califfo, o chi per esso, la transizione verso un nuovo potere strutturato è sempre caotica e violenta.

Per cosa si combatte
In primis è bene ricordare che Mosul si trova lungo la linea retta dove dovrebbero essere costruiti oleodotti alternativi al canale di Suez. Uno di essi, riprogettato subito dopo la vittoria statunitense del 2003 su Saddam – i progetti originali risalgono agli anni Ottanta – giungeva fino ad Haifa in Israele. Infrastrutture, in parte già presenti e controllate quindi dai miliziani dell’Isis, che poi proseguirebbero nella Siria di cui tutti conosciamo le condizioni. La guerra, in sintesi, si combatte non tanto per le il controllo delle risorse petrolifere – per altro ricchissime in questa zona (a Kirkuk è presente il 40% del petrolio iracheno) – bensì per il controllo dei flussi. Petrolio, come noto, ce n’è fin troppo, il problema è il trasporto.

Un tempo la seta, oggi il petrolio
L’estrema conflittualità di questo territorio non è un problema dei tempi recenti: questa è la terra dove da sempre transitano e trovano sbocco le merci in arrivo dall’Oriente. Un tempo era la seta, oggi è il petrolio: è lo sbocco dell’Asia sul Mediterraneo. Dopo la caduta dell’Impero ottomano, durato seicento anni, si ebbe la creazione di nuovi stati nazione da parte delle potenze coloniali, in primis Francia e Inghilterra: fu lo strumento per contenere le spinte conflittuali che vivono nella regione da sempre, di carattere religioso e non solo. Dopo la Seconda guerra mondiale, con la cacciata delle potenze coloniali e la nascita del baathismo, si creò un’identità laica della regione che non era ancora esistita. Nonostante i dittatori, le guerre suicide contro Israele, la zona attraversò un periodo di relativa calma e sviluppo.

Guerre di ogni sorta
Oggi, con l’esplosione di quel contesto, la regione è attraversata come noto da guerre di ogni sorta: religiose, politiche, fra tribù avversarie, per il controllo di risorse. E Mosul si trova nel cuore del conflitto. Per questa ragione, in un contesto dove vige il tutti contro tutti e la parola data non ha alcun valore, il problema maggiore non è dato dallo sviluppo della battaglia in essere. Massud Barzani, presidente della regione curda in Iraq, ha definito come «accordo» l’istituzione di una «Commissione politica comune» con cui governare Mosul al termine della battaglia. In essa dovrebbero esserci i peshmerga, gli iracheni e i miliziani sciiti della «Mobilitazione popolare». Tre gruppi che hanno una visione molto diversa del futuro iracheno e soprattutto della regione curda, di cui Mosul è capitale.

Le ingerenze estere minano uno sviluppo razionale successivo alla caduta dell’Isis
Le ingerenze estere, ovviamente, minano fin da ora uno sviluppo razionale successivo alla caduta dell’Isis. La Turchia vorrebbe entrare direttamente in città con i suoi carri armati, per chiudere la partita con i curdi e rispolverare antichi ardori egemonici mai sopiti. Di fatto il paese di Erdogan è già presente in Iraq e non intende ritirarsi, ma non è direttamente coinvolto nello scontro. L’Iran spera in un suo indiretto rafforzamento nella regione e questo fa infuriare l’Arabia Saudita, che preferirebbe vedere continuare la presenza di Daesh. L’estrema conflittualità extra bellica rende infatti molto difficile una organizzazione dell’avanzata. A Baghhad si susseguono le manifestazioni di protesta contro la Turchia, che ha annunciato di aver martellato la contraerea miliziana pro domo sua e senza alcun coordinamento. I peshmerga avrebbero già rallentato la loro avanzata, bloccando così anche le altri componenti del variegato esercito ce vorrebbe liberare Mosul.