5 giugno 2020
Aggiornato 16:00
Relazioni Europa-Russia

Theresa May aprirà una breccia nel fronte europeo anti-Putin?

La telefonata del nuovo premier inglese Theresa May a Vladimir Putin ha fatto scalpore. Perché segna un netto cambiamento nelle relazioni con Mosca rispetto alla linea impressa da Cameron.

LONDRA - Lo scorso anno, l'allora primo ministro inglese David Cameron prometteva di portare le sanzioni alla Russia ad un livello ulteriore. Poi, c'è stata la Brexit, quindi le dimissioni dell'ex premier e l'insediamento di colei che è stata subito ribattezzata «la nuova Margaret Tatcher», Theresa May. Conservatrice sì, ma anche moderatamente euroscettica. La quale, come una delle prime mosse fatte in politica estera, in mezzo a tutti gli indiscutibili grattacapi a cui deve far fronte dopo il referendum del 23 giugno, ha scelto di chiamare proprio lui: Vladimir Putin. Il leader più odiato in assoluto dal suo predecessore.

La telefonata di Theresa May a Vladimir Putin
Una telefonata che i media hanno riassunto più o meno così: «entrambi i leader hanno espresso insoddisfazione per le attuali relazioni tra Gran Bretagna e Russia, e si sono impegnati a migliorarle». La stretta di mano tra May e Putin avverrà ufficialmente al vertice del G20, che si terrà in Cina il mese prossimo. Una stretta di mano che scioglierà la tensione accumulata negli ultimi anni, nel corso della crisi ucraina, ma anche a seguito dell'indagine inglese che accusò agenti russi di aver avvelenato l'ex spia Alexander Litvinenko, congiura, ad avviso di Londra, «probabilmente approvata» dallo stesso capo del Cremlino. Quanto all'annessione della Crimea, non è un mistero che Obama ha sempre trovato in Downing Street –  perlomeno finché era abitata da Cameron – la spalla più solida per portare avanti la sua politica sanzionatoria nei confronti di Mosca. In altri Paesi europei, al contrario – in primis Francia e Italia – si moltiplicano le perplessità sull’efficacia e sull’opportunità di proseguire sulla linea del gelo con la Russia. Tant’è che media e analisti, a ridosso del voto sulla Brexit, si dicevano convinti che Putin facesse il tifo per il divorzio di Londra dall’Ue, perché avrebbe avuto tanto da guadagnarci: un’Europa e una Nato indebolite, e il fronte pro-sanzioni sempre meno compatto.

Cooperazione sul terrorismo, dialogo sulla Nato?
Non si sa ancora se le nuove vicende che hanno interessato il Regno Unito potranno contribuire a un ripensamento delle misure prese contro Mosca, anche perché molto dipenderà dall’esito delle elezioni statunitensi del prossimo novembre. Di certo, il disgelo faciliterà la cooperazione tra Russia e Gran Bretagna in molti campi. Il portavoce del governo britannico ha fatto sapere che, a Downing Street, si guarda con interesse a una collaborazione in materia di sicurezza e terrorismo. Oltretutto, non è affatto escluso che Mosca, nella Gran Bretagna della May, possa vedere un importante interlocutore a proposito della politica belligerante ed espansionistica della Nato. E neppure è escluso che una Gran Bretagna meno intransigente verso la Russia possa aprire una breccia nella nuova cortina di ferro industriosamente apparecchiata dall’Occidente.

L’allarme del Guardian
Ovviamente, i media occidentali hanno già dato l’allarme. Uno su tutti, il Guardian, che ha fortemente criticato la mossa di Theresa May nei confronti della Russia, puntualizzando che la neo-premier dovrebbe «fare attenzione a Putin»: perché «lui non sa cos’è la ‘cooperazione’». Ad avviso del quotidiano, anzi, il capo del Cremlino è «vendicativo» e «spietato», motivo per cui la May dovrebbe andarci piano ad approcciarsi a lui. Addirittura, il Guardian ritiene che già Cameron avesse segnato un progressivo riavvicinamento con Mosca nell’affair Litvinenko, rispetto all’assoluta intransigenza mostrata da Gordon Brown che decise di espellere quattro diplomatici russi in risposta al rifiuto di Vladimir Putin di estradare i due agenti accusati di aver messo materiale radioattivo nel té dell’ex spia. Il «picco» di pericolosa vicinanza tra Mosca e Londra si sarebbe però raggiunto, secondo il quotidiano, con la May: la quale, con il pragmatismo che la contraddistingue, ha cortesemente declinato la richiesta della vedova Litvinenko di condurre un’inchiesta pubblica sulla morte del marito. Il tutto, ovviamente, per non «urtare» la sensibilità del capo del Cremlino.

Diplomazia britannica contro la nuova Guerra Fredda
Ma c’è anche chi, dall’Occidente, questo «shift» di Downing Street lo vede come positivo: in primis l’ex ambasciatore inglese negli Stati Uniti e in Germania Christopher Meyer. Il quale giudica la mossa della May, seppur sorprendente per molti, il segnale di un pragmatismo tenace e lungimirante, nonché la dimostrazione del fatto che la Brexit significhi l’esatto contrario del definitivo ritiro di Londra dalla comunità internazionale e dai tavoli che contano. Al contrario: mai come ora, in un periodo in cui si respira aria da Guerra Fredda, c’è bisogno della «testarda diplomazia britannica», che già si distinse nel cercare di mantenere, per quanto possibile, aperti i canali di comunicazione con Mosca ai tempi della prima cortina di ferro. Non solo: Meyer si augura anche un ri-allineamento nel teatro siriano, dove fino ad ora Londra si era attestata sulla posizione di Washington intransigente nei confronti di Assad. Una posizione che ora, almeno per quanto riguarda Dowining Street, potrebbe cambiare, nella necessità di dare priorità alla lotta contro lo Stato islamico, visto che – scrive Meyer – l’Occidente non ha la più pallida idea di come impedire che una Siria «liberata» da Assad finisca nelle mani dei più temibili estremisti sunniti.

Una vittoria per Putin
Inutile dire che un riavvicinamento con Londra avrebbe un enorme valore per il Cremlino. Che è oggi reduce da un reset nelle relazioni con la Turchia, pronto a creare un triplice asse con Ankara e Teheran in Medio Oriente, e sempre più ai ferri corti con Kiev. Di certo, trovare in Europa un interlocutore come Londra sarebbe, per Putin, la quadratura del cerchio. E costringerebbe, perlomeno, l’Occidente a considerare le conseguenze delle politiche poco pragmatiche e tutt'altro che lungimiranti intraprese negli ultimi anni.

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