30 novembre 2021
Aggiornato 19:30
L'Onu revocherà l'embargo

Libia: niente guerra, «solo» armi. Revocare l'embargo ci farà così bene?

Niente intervento armato, ma revoca dell'embargo Onu sulle armi alla Libia: è questa la strada con cui l'Occidente, per ora, collaborerà con Serraj. Eppure, anche questa decisione è colma di rischi. Ecco quali

TRIPOLI - Dal vertice di Vienna presieduto dal segretario di Stato americano John Kerry e dal ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni, perlomeno è giunta una risposta chiara alla domanda che media e opinione pubblica si ponevano da tempo: se ci sarebbe stato oppure no un intervento militare sul suolo libico, con guida rigorosamente italiana. La risposta - secondo quanto riferito da Gentiloni e dal suo omologo - è no: niente boots on the ground, nonostante il pressing insistente degli alleati (in particolare di Washington). O, perlomeno, non si intensificheranno le operazioni già in corso, di paternità statunitense e francese. Anche perché, proprio mentre a Vienna si riunivano i ministri degli Esteri occidentali per discutere del futuro del Paese, a dire la sua con un editoriale sul Telegraph è stato proprio Faiez Serraj, premier del caotico gigante nordafricano. Il quale ha specificato di non volere stivali stranieri sul suolo libico, ma solo una interruzione dell'embargo sulle armi promulgato dall'Onu. 

La revoca dell'embargo
Una richiesta di fatto accolta da tutti i partecipanti al vertice, tanto che il Financial Times ha parlato di una «dimostrazione di unità di questi tempi molto rara». Del resto, già lo scorso mese il governo libico aveva avvertito della riscossa in corso nel Paese da parte dei jihadisti dello Stato islamico, che dalla Siria e dall'Iraq stavano spostando armi e uomini proprio in Libia. Così, la revoca dell'embargo sarà lo strumento con cui l'Occidente aiuterà il Paese a reagire ai jihadisti: toccherà a Serraj stilare una lista di richieste in termini di armi pesanti e leggere, ma spetterà a una commissione costituita ad hoc dalle Nazioni Unite valutare ogni richiesta caso per caso. Perché, per quanto le armi possano essere necessarie per arginare i jihadisti, non c'è dubbio che la decisione di revocare l'embargo sia pregna di rischi di cui è bene essere consapevoli.

I rischi
Come ben spiega Rana Jawad, corrispondente della Bbc dal Nordafrica ed esperta della geopolitica della regione, la Libia rimane un Paese instabile, dove ancora manca una piena e chiara definizione di autorità. Nel territorio libico, infatti, nonostante la formazione di un Governo di Unità nazionale, rimangono nei fatti molteplici «amministrazioni», concorrenti le une verso le altre. Lo stesso parlamento di Tobruk non è mai stato un organo unitario e rappresentativo del Paese, tanto che quando si votò, il 25 giugno 2014, mancò un accordo tra le parti per interpretare e riconoscere il risultato. Senza contare che il tanto decantato «accordo» concertato dall’Onu non è altro che una lettera firmata da 101 parlamentari, che ha sostituito un voto di fiducia nei fatti impossibile. E nonostante la buona volontà, il potere è detenuto non da organismi legittimi, ma da milizie rivali e contrapposte. A tutto ciò, si aggiunga la presenza del comandante libico Haftar, fino ad ora sostenuto dall’asse franco-tedesco e dall’Egitto, ma che è generalmente considerato come il principale ostacolo alla stabilità del governo di Serraj.

Un'arma a doppio taglio
In una simile situazione, la decisione di revocare l’embargo delle armi alla Libia potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio. Perché esiste il rischio concreto che le future consegne arrivino nelle mani sbagliate, e finiscano per esacerbare i conflitti tra le milizie rivali. Non a caso, Kerry ha ribadito che la revoca dell’embargo farà parte di un pacchetto più ampio di sostegno da parte della comunità internazionale, che comprenderà anche aiuti non militari. Il segretario di Stato americano ha ribadito che, oltre a combattere l’Isis, il Governo di Unità nazionale dovrà impegnarsi per prendere il pieno controllo dei ministri libici. E poi c’è la questione migratoria, oggetto di una dichiarazione congiunta dei partecipanti al vertice di Vienna, preoccupati dello spostamento dei flussi verso la rotta mediterranea.

Le richieste dell'Occidente
Come si vede dunque, sul tavolo non ci sono solo le richieste della Libia nei confronti dell’Occidente – revoca dell’embargo, assistenza per l’addestramento militare, aiuti non militari –, ma anche ciò che l’Occidente si aspetta dal Governo di Unità nazionale. Che, oltre a non volere soldati e a chiedere armi, ha dichiarato anche di non volere navi, stroncando dunque sul nascere l’intenzione di spingere mezzi Nato nelle acque territoriali libiche per implementare la lotta contro i trafficanti. Ad ogni modo, l’Europa si aspetta che Serraj sia in grado di stabilizzare il Paese e di prevenire i flussi migratori verso il Vecchio Continente. O, perlomeno, se lo augura, in modo da arginare almeno i danni maggiori che l'instabilità libica potrebbe avere sugli equilibri europei. Perché in fondo, che la Libia sia ormai una causa persa – come abbiamo già avuto modo di dire –, ne sono silenziosamente convinti tutti.