21 ottobre 2019
Aggiornato 12:00
Nel giorno del vertice di Vienna

Libia, Serraj: «Non vogliamo stivali stranieri, solo armi». Roma: «Niente truppe»

Nel giorno in cui a Vienna si discute del futuro del Paese, arriva il «no» italiano all'invio di truppe. E sul Telegraph il premier Serraj conferma: «Non vogliamo soldati e navi straniere».

TRIPOLI - Da tempo, ormai, si rincorrono notizie altalenanti sulla situazione in Libia e su un possibile intervento occidentale per la stabilizzazione del Paese. Mesi fa, era stato il segretario per la Difesa americano Ashton Carter ad annunciare che sarebbe stata l'Italia ad avere un ruolo «guida» in una eventuale missione per garantire la sicurezza nel Paese, missione che - sembrava allora - sarebbe partita di lì a poco. Eppure, proprio mentre a Vienna il segretario di Stato americano John Kerry e il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni presiedono un nuovo incontro per discutere del futuro del gigante nordafricano, giunge la notizia che, almeno per ora, le truppe italiane non calpesteranno il suolo libico.

Niente stivali dallo Stivale
Sarebbero troppo alti i rischi che i reparti stranieri diventino bersagli di attacchi. Il premier Renzi ha dunque deciso di non inviare soldati, in quanto, ha affermato, «di fronte alle pressioni per andare in Libia abbiamo scelto una strada diversa». In una nota, la Farnesina ha quindi spiegato che l'impegno del nostro Paese seguirà ancora la via della diplomazia, e che l'obiettivo prioritario «rimangono l’unità e la stabilizzazione della Libia». Proprio su questi temi, tra l'altro, verterà il vertice austriaco presieduto da Kerry e Gentiloni.

Una situazione troppo rischiosa
Sulla posizione non interventista dell'esecutivo italiano devono aver certamente pesato i report dei comandi delle forze armate e dell’intelligence, volti a monitorare la situazione libica dopo l'insediamento del nuovo governo e, soprattutto, la possibile minaccia fondamentalista nei confronti dei reparti militari stranieri. Lo scenario tratteggiato è stato quello di una persistente instabilità, e un forte rischio che eventuali soldati provenienti dall'estero vengano vissuti come invasori ed esposti ad attacchi. Per questo, l'unico contingente militare che dovrà garantire la sicurezza della sede Onu in Libia arriverà dal Nepal, nonostante sia stato proprio l'inviato Onu Martin Kobler a chiedere l’impiego di truppe per la sorveglianza della nuova sede che sarà spostata da Tunisi a Tripoli. Una mossa che avrebbe rappresentato un primo passo per l'invio più strutturato di militari, anche se graduale e auspicabilmente poco visibile.

Serraj: non vogliamo soldati stranieri
E proprio nel giorno del vertice a Vienna, un editoriale sul Telgraph a firma del premier libico Faiez Serraj giunge a disambiguare la posizione di Tripoli: la Libia, cioè, ha chiesto oppure no all'Occidente di inviare soldati? La questione è tutt'altro che meramente formale, visto che soltanto una richiesta diretta dell'esecutivo locale legittimerebbe l'intervento della comunità internazionale, e visto che l'Italia ha da sempre citato la volontà libica come conditio sine qua non per intervenire. Ma Serraj, sul Telegraph, è stato chiaro: «Non stiamo chiedendo stivali stranieri sul nostro suolo», ha puntualizzato, «ma chiediamo assistenza nell'addestramento delle truppe, nonché la revoca dell'embargo di armi in Libia»

Appello raccolto
Un appello che è stato subito raccolto a Vienna. Kerry ha infatti assicurato: «Appoggeremo il consiglio di presidenza e cercheremo di revocare l'embargo e fornire gli strumenti necessari per contrattaccare l'Is» in Libia. «E' importante e urgente risolvere la situazione in Libia il più velocemente possibile, tutti conoscono il prezzo inaccettabile delle rivalità interne che stanno infliggendo al popolo libico, all'economia e alla sicurezza e l'aumento dell'estremismo che sta traendo vantaggio». Sulla stessa linea il ministro Paolo Gentiloni: «Siamo pronti ad addestrare ed equipaggiare le forze militari libiche come ci chiede il governo Serraj». La Libia ha più volte ribadito di «non volere un intervento di terra» ma un «sostegno» della comunità internazionale a «formazione e addestramento», ha sottolineato Gentiloni. «Sarraj ha insistito fortemente sulla ownership della sicurezza». In sostanza «il messaggio che arriva oggi da Vienna è che la Libia rimane unita, non si alimentano divisioni, i libici combatteranno il terrorismo e non ci sarà un intervento straniero di terra", ha ribadito il ministro ai microfoni di SkyTg24.

Le responsabilità occidentali
Serraj, nel suo editoriale, è stato anche cristallino nel riportare l’Occidente alle sue responsabilità per il caos in cui attualmente versa il Paese: «La comunità internazionale ha delle responsabilità nei confronti della Libia», ha sottolineato. «Dopo il 2011, ha semplicemente lasciato perdere. Questo ha consentito a molti Paesi di intromettersi e condurci dove siamo oggi». Responsabilità che, però, anche i libici devono assumersi: «Come libici anche noi dobbiamo guardare seriamente a noi stessi e cambiare la nostra condotta. Anziché comportarsi responsabilmente come uomini di stato, i politici hanno litigato senza motivo mentre il Paese implodeva». Per il premier, non è lo Stato islamico il peggior nemico della Libia: «E’ la divisione nazionale il nostro peggior nemico». E l’arma più potente da sfoderare è l’«unità nazionale».

L'appello all'Europa spaventata dai migranti
E ai partner occidentali Serraj ha lanciato un appello: «Capisco che per molti in Europa la questione dell’immigrazione e del traffico illegale di esseri umani sia di grande preoccupazione, e lavoreremo instancabilmente per porvi fine», ha promesso. «Ma il metodo migliore per sconfiggere i trafficanti è assicurarsi che la Libia sia stabile e sicura, di nuovo fiorente attraverso riforme economiche. Questa è l’unica soluzione a lungo termine percorribile. Stivali stranieri e navi straniere non sono la risposta». In questa prospettiva, dunque, la decisione del governo italiano è anche una posizione di rispetto della volontà del governo locale.