15 giugno 2021
Aggiornato 16:00
Medio Oriente primo «beneficiario» (e prima vittima)

L'Europa e l'export delle armi. Come l'UE si arricchisce alimentando le guerre del Medio Oriente

Cifre da capogiro, destinazioni controverse (come Arabia Saudita, Qatar, Egitto, Siria, Turchia), una sostanziale mancanza di trasparenza e controllo. Ecco come funziona l'export delle armi in Europa.

BRUXELLES - Che l'Europa sia uno dei massimi esportatori di armi al mondo non è affatto una novità, ma, dati alla mano, le cifre e le loro implicazioni sono tali da far rabbrividire chiunque. Del resto, le considerazioni che si possono fare sui dati contenuti nella XVII Relazione sull’export di armi - da poco disponibile sulla Gazzetta ufficiale dell'Unione europea - non riguardano solo l'abnorme quantità di armi esportate dai civili governi dell'Unione europea, ma anche le destinazioni dell'export, nonché la trasparenza e la tempestività dei resoconti. Che, bisogna dirlo, lasciano decisamente a desiderare.

Chi e dove esporta, e quanto ci guadagna
Ma andiamo per ordine. Partiamo innanzitutto da cifre e destinazioni, riferite al biennio 2014-2015. Tra queste ultime, spiccano Arabia Saudita, Qatar, Algeria, Egitto, Siria, Emirati Arabi Uniti e Turchia. Le cifre sono da capogiro: si va dai 3,9 miliardi di euro in licenze per Riad agli 11,5 miliardi per il Qatar, dagli 855 milioni per l'Algeria ai 6,2 miliardi per l'Egitto. Ma anche le destinazioni devono far riflettere: perché l’Europa esporta armi addirittura in Siria, Paese martoriato da cinque anni di guerra civile, per un importo in licenze di almeno 1,49 milioni di euro. I Paesi che più acquistano materiale bellico dall’Ue sono spesso soggetti a costanti violazioni di diritti umani, sono teatri di scontri sanguinosi o sono coinvolti in prima linea in devastanti conflitti: citare l'esempio dell'Arabia Saudita sarebbe quasi scontato, se non fosse la maggiore destinataria di armi made in Europe degli ultimi quindici anni. Si veda, ad esempio chi nel biennio considerato ha esportato di più a Riad: al primo posto la Francia, con 2,7 miliardi in licenze, quindi il Belgio con 397 milioni, ma anche la Germania, con 208 milioni. Quanto all'Italia, dalle licenze ai sauditi ci ha guadagnato 162 milioni. Ad ogni modo, in generale il Medio Oriente nello scorso biennio è stata la principale area di esportazione di armi europee, con 31,5 miliardi di euro di licenze.

Colpevole ritardo nella pubblicazione dei dati
Questi dati devono far riflettere, perché attestano che, nonostante gli espliciti divieti contenuti nella cosiddetta Posizione Comune (2008/944/PESC), i Paesi europei continuano ad autorizzare esportazioni di armamenti e di armi leggere a governi che abusano dei diritti umani o coinvolti attivamente in guerre. La questione, dunque, non è soltanto morale, ma anche, per così dire, «normativa»: al punto che i dati forniti dall’Ue hanno sollevato le proteste della Rete italiana per il disarmo (RID) e dello European Network Against Arms Trade (ENAAT). Queste associazioni si lamentano, a dire il vero, non soltanto per ciò che è esplicitamente contenuto nella relazione, ma anche per ciò che non è contenuto. Una prima questione riguarda le tempistiche di pubblicazione: perché i dati si riferiscono all’anno 2014, e sono usciti sulla Gazzetta Ufficiale Ue solo lo scorso 4 maggio. Una pubblicazione chiaramente tardiva, che di fatto – ha affermato Martin Broek, ricercatore dell’associazione olandese «Stop Wapenhandel» – ha reso il «controllo democratico una specie di farsa». In effetti, l’esitazione mostrata da Bruxelles farà sì che i trasferimenti di armi dal gennaio 2014 vengano discussi almeno 27 mesi dopo il rilascio delle autorizzazioni all’esportazione e alle consegne delle armi. Il che, è evidente, rende praticamente impossibile ogni forma di serio controllo.

Mancanza di trasparenza
E poi c’è la questione della trasparenza: secondo RID ed ENAAT, gli Stati membri evitano sistematicamente di comunicare i dati che li riguardano secondo gli standard richiesti, il che rende impossibile avere una visione chiara e coerente delle esportazioni di sistemi militari nei Paesi dell’UE. Addirittura, molti esportatori non fornirebbero a Bruxelles i dati sulle effettive consegne di armamenti – in primis Regno Unito e Germania –, o non li espliciterebbero secondo le specifiche categorie di sistemi militari, come Francia e Italia.

Tra i Paesi «furbetti», anche l’Italia
A nulla, dunque, è valso l’appello del Parlamento europeo, che lo scorso anno ha chiesto che la relazione venisse pubblicata per tempo, in modo completo e secondo i criteri stabiliti per consentire un adeguato dibattito pubblico e il necessario controllo, e che ha proposto di implementare delle sanzioni in caso di violazioni. Ed è proprio l’Italia uno dei Paesi più accusati di essere deficitari sul fronte della trasparenza. Perché è vero che i dati forniti all’Ue sono in linea con quelli pubblicati nella Relazione governativa relativa all’anno 2014, ma – ha sottolineato il coordinatore della RID Francesco Vignarda – esiste una «grave mancanza»: «Nonostante le nostre reiterate richieste, da diversi anni l’Italia non rende noti all’Ue i dati sulle consegne (esportazioni) secondo le specifiche categorie di sistemi militari rendendo così impossibile il controllo sulle operazioni effettivamente effettuate». Insomma, si sa all’incirca quanto il Belpaese esporta, ma non è ben chiaro che cosa esattamente esporti.

Standard di controllo sempre più bassi
Ciò che, in ogni caso, è chiaro è che nonostante la conclamata volontà di evitare esportazioni di armi che potrebbero essere utilizzati per la repressione interna, l’aggressione internazionale o che potrebbero contribuire all’instabilità regionale, di fatto questo avviene costantemente. In pratica, al di là delle dichiarazioni ufficiali, gli standard di controllo si stanno visibilmente abbassando. Così, anziché contribuire alla sicurezza comune, le esportazioni di sistemi militari dell’Ue stanno di fatto alimentando sottobanco conflitti, come quello in Yemen, e regimi repressivi come Arabia Saudita e Egitto. Addirittura, in alcuni Paesi la legislazione dà man forte alla mancanza di trasparenza di cui si è parlato: come in Francia, dove dal giugno 2014 una revisione del sistema di controllo delle esportazioni esenta, di fatto, lo Stato da ogni forma di responsabilità nel monitoraggio dell’export, aumentando, parallelamente, il rischio di abusi. Qualcosa di simile avviene nelle Fiandre, dove l’uso di «licenze generali» rende decisamente più difficile conoscere l’utilizzatore finale soprattutto nel caso dei componenti di materiali di armamento. E i fatturati delle industrie delle armi crescono costantemente. Ma sono soldi sporchi di sangue.