19 agosto 2019
Aggiornato 05:30
All'indomani dal discusso vertice con la Turchia

L'Europa cederà ai ricatti di quest'uomo?

La Turchia non ci sta: 3 miliardi non sono abbastanza per fare quello che l'Europa le chiede. Così, Erdogan ha alzato la posta: altri 3 miliardi (almeno), e un processo accelerato per l'adesione del Paese all'Ue. Siamo davvero disposti a farci ricattare da uno Stato liberticida pur di «liberarci» dei profughi?

BRUXELLES - Il sultano non ci sta. Per Tayyp Recep Erdogan, quei 3 miliardi di aiuti umanitari promessi dall'Ue in cambio dell'impegno a trattenere i profughi non bastano. E lui, come ebbe a dire qualche settimana fa davanti ai leader europei, non ha scritto «idiota» in fronte. Per quello che gli si richiede di fare, il sultano vuole di più. Tanto per cominciare, un'accelerazione nel versamento di quei 3 miliardi promessi inizialmente che ancora non ha visto arrivare; poi, altri 3 miliardi, almeno, ma secondo alcune fonti la cifra intera pretesa sarebbe di 3 miliardi all'anno; e ancora, un accesso più veloce ai visti Schengen per i cittadini turchi ed un processo accelerato per la sua richiesta di adesione all'Unione europea. In conferenza stampa, il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz ha spiegato che il finanziamento supplementare a favore della Turchia dovrebbe essere versato nel 2018, sottolineando che nel caso del primo fondo il Parlamento europeo ha «accelerato le procedure, ma sono stati gli stati membri a rallentare». Insomma: i leader europei si sono mostrati pronti a tenere in considerazione le richieste del sultano, nonostante quello di Erdogan assomigli chiaramente a un sporco ricatto.

Ricatti e baratti
Il premier turco Davutoglu è giunto al vertice all'indomani delle cariche su coloro che manifestavano contro il blitz della polizia nella redazione di un giornale diffusissimo tra gli islamici (Zaman) e il suo commissariamento. Non un buon biglietto da visita, dunque, per presentarsi davanti ai «campioni di democrazia» europei: evidentemente, però, Erdogan ha capito da tempo di avere il coltello dalla parte del manico. Secondo quanto spiegato da fonti diplomatiche, Ankara si è offerta di riprendere tutti i migranti che illegalmente hanno raggiunto l'Ue da una certa data in poi (e non in modo retroattivo) - sia gli economici che i richiedenti asilo - ma ha proposto un meccanismo secondo il quale, per ogni profugo siriano riammesso, l'Ue ne accolga uno in modo legale dalla Turchia. Una proposta che farebbe quasi sorridere per quanto, sulla carta, sembri poco attuabile, se non assomigliasse a un «baratto» di profughi usato, per di più, come mezzo di ricatto. Perché poi, la questione che più interessa a Erdogan è l'entrata della Turchia nell'Unione europea. E se Bruxelles, per il momento, sembra stare al gioco, è sotto gli occhi di tutti come il tema rimanga particolarmente delicato.

Vogliamo davvero questa Turchia nell'Ue?
E non solo perché lo stesso ministro delle Finanze tedesco Schauble sembra nutrire più di un dubbio, tanto che ha rispedito al mittente il «tentativo di legare la crisi dei migranti al processo di adesione della Turchia alla Ue». Ma soprattutto perché, sotto il ricatto dei migranti (non certo il miglior presupposto per condurre un negoziato trasparente e ponderato) rischiamo di fare entrare nell'Ue uno Stato liberticida, dilaniato dagli attentati dei jihadisti che si spostano verso la Siria e l’Iraq, e dalle bombe dei guerriglieri del Pkk in ritorsione agli attacchi alle basi nel Kurdistan e all'ammanettamento di tanti politici curdi. Ankara e Istanbul vengono colpite anche da attentati di gruppi volatili cosiddetti marxisti, probabilmente riconducibili ad ali dei servizi segreti. E lo stesso Erdogan, anno dopo anno, si sta alienando il consenso di importanti gruppi sociali: la casta dei generali, l’opposizione laica turca, la consistente minoranza curda, infine anche una crescente parte del ceto medio musulmano elettore dell’Akp. Gli islamisti mantengono ancora un forte consenso, ma le ultime vicissitudini elettorali dimostrano come tale sostegno sia nettamente in calo. Oltretutto, non è chiaro quanto accordo ci sia, da un po' di tempo a questa parte, sull’azione di governo tra il presidente Erdogan e i membri dell’esecutivo e in generale del suo partito. Numerose sono state le speculazioni a proposito di un braccio di ferro in corso tra il presidente e il premier Davutoglu: di certo non una garanzia di stabilità per il Paese. D'altra parte, gli idranti e i lacrimogeni contro i dimostranti presi a manganellate, mentre protestavano davanti alla redazione di Zaman, arrivano a una settimana dalla scarcerazione, dopo tre mesi di prigione, del direttore e del caporedattore del quotidiano laico d’opposizione Cumhuriyet, Can Dundar e Erdem Gül, per aver documentato in un’inchiesta un passaggio di armi dalla Turchia alla Siria. Sotto processo, i due giornalisti rischiano comunque l’ergastolo: un altro capitolo nero dei governi di Erdogan e Davutoğlu. Non basta tutto ciò per ricordare all'Europa con chi sta negoziando il proprio futuro? 

Il paradosso
Non che i leader europei non si siano posti, almeno in parte, il problema. Federica Mogherini ha ricordato la necessità di riavviare il processo di pace curdo; il premier Renzi ha imposto un riferimento alla libertà di stampa, «altrimenti noi non firmiamo»; anche il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz ha criticato la chiusura dello Zaman, perché «non si può chiudere un giornale indipendente». Eppure, non sembra che queste questioni siano destinate a compromettere definitivamente i negoziati, al di là di qualche ulteriore rinvio. L'Europa, in una ennesima prova di miopia, è oggi convinta di aver bisogno della Turchia per risolvere una crisi che in realtà avrebbe tutte le potenzialità per poter gestire (di certo, più di quelle che ha la Turchia), anche a costo di farsi ricattare da un Paese liberticida e accusato di loschi traffici con quegli stessi jihadisti da cui i profughi oggi fuggono. E' insomma una palese ammissione di fallimento. E sarebbe davvero un paradosso se, per tenere le porte dell'Europa ben chiuse davanti ai disperati che fuggono dalla guerra, finissimo per doverle aprire a uno «Stato canaglia» quale la Turchia di Erdogan è oggi.