19 agosto 2019
Aggiornato 06:00
Fino a che punto il rischio terroristico può restringere le nostre libertà?

Turchia e non solo. La tentazione del bavaglio è anche di casa nostra

Propaganda terroristica. Questo, il motivo della censura turca calata sui social, colpevoli di aver pubblicato immagini controverse. Una vicenda che spinge a riflettere su quanto sia labile il confine tra espressione, opinione e reato. E incita a interrogarsi su quanto possa dirsi lecito ed efficace negoziare sui diritti fondanti la democrazia per cercare di salvarla.

ROMA – Ha fatto il giro del mondo la notizia della censura turca calata su Twitter, Facebook e YouTube. Il motivo scatenante, la pubblicazione delle fotografie del pm Mehmet Selim Kiraz, preso in ostaggio martedì scorso da due estremisti del Dhkp-C, il «Fronte rivoluzionario per la liberazione del popolo», e poi ucciso nell’assalto delle teste di cuoio turche. La saracinesca sui social si è rialzata soltanto dopo l’eliminazione delle immagini incriminate, la cui pubblicazione è stata interpretata come «propaganda al terrorismo». Non solo: nel mirino sarebbero finiti anche 166 siti web, dove sono comparse le controverse immagini.

IN TURCHIA, DEMOCRAZIA DIMEZZATA. E IN OCCIDENTE? - La stampa indipendente turca ha parlato di «censura gigantesca» e «democrazia dimezzata»; di certo, la vicenda interpella questioni di ampia portata. Una su tutte, fino a che punto sia lecito limitare la libertà di espressione, di fronte al pericolo di contagio terroristico dischiuso dal web e non solo. Al di là della controversa e molteplice definizione di «terrorismo», la questione non è di poco conto, anche perché ci riguarda da vicino.  Si pensi all’attentato a Charlie Hebdo: quell’atto barbaro è stato, in fondo, una sorta di «censura estremizzata», abbattutasi su una redazione nota per le sue posizioni politicamente scorrette e provocatorie, sull’Islam e non solo. Quell’attentato ha scatenato l’indignazione di tutto l’Occidente, che si è immediatamente eretto a difensore della libertà d’espressione. Eppure, a quella stessa libertà anche l’Occidente impone dei limiti precisi, talvolta anche criticati perché considerati ai limiti della «censura»: basti pensare alla stretta sul web imposta ultimamente dalle legislazioni antiterroristiche.

TUTTI I PUNTI DEBOLI DEL DDL ANTITERRORISMO - In particolare, il tanto discusso ddl antiterrorismo firmato Alfano identifica l’utilizzo di strumenti informatici o telematici come circostanze aggravanti dell’istigazione o dell’apologia di reato e introduce nuove misure eccezionali volte a consentire a forze dell’ordine e magistratura di inibire, in via d’urgenza, la circolazione di taluni contenuti connessi o strumentali a reati di stampo terroristico interno ed internazionale. Una norma certamente meno estrema di quella francese, perché l’oscuramento di interi siti internet o la rimozione di taluni contenuti, da noi, potranno essere disposti solo all’esito di un dialogo tra forze dell’ordine e magistratura inquirente e di un ordine del pubblico ministero; in Francia, invece, il Ministero dell’Interno potrà disporre autonomamente l’oscuramento. Eppure, il rischio che la «libertà d’espressione» rimanga triturata dalla macchina dell’antiterrorismo in virtù di alcune approssimazioni definitorie è elevato. Innanzitutto, non è così semplice stabilire quando un intero sito internet possa considerarsi «connesso o strumentale a reati di stampo terroristico». Altro problema, il fatto che il ddl obbliga i fornitori di hosting a rimuovere contenuti a rischio, trasformando i provider in «sceriffi della rete», sprovvisti, però, di indicazioni precise e circostanziate su come identificare contenuti effettivamente illeciti.

TRA OPINIONE E ISTIGAZIONE IL CONFINE È LABILE - Il decreto prevede inoltre «aggravamenti delle pene stabilite per i delitti di apologia e di istigazione al terrorismo commessi attraverso strumenti telematici». Il problema è che - a differenza dei contenuti pedopornografici - si tratta di reati dai confini sfrangiati: il confine tra apologia, istigazione al terrorismo e semplice opinione rischia di essere davvero labile e di comprimere spazi di libertà. E non è un’osservazione banale, se si pensa che in Turchia la mera pubblicazione delle foto di un pm sequestrato e ucciso è stata considerata propaganda terroristica. Secondo Paolo Galdieri, docente di Informatica giuridica alla Luiss di Roma, il rischio – concreto anche per le democrazie occidentali - è che si ceda a «legislazioni più dettate dall’emotività del momento che dalla razionalità necessaria per perseguire efficacemente gli obiettivi prefissati». Un atteggiamento, peraltro, che «si era registrato già all’indomani dell’11 settembre».

I CONFINI DEL DIRITTO - Altra questione, ancora più fondamentale e che, per la sua portata, può arrivare a mettere in discussione addirittura l’esistenza dei reati di opinione: è giusto che qualcosa non sia «dicibile»? Molti storici e giuristi, si sa, si sono battuti contro i suddetti reati, come il negazionismo, proprio in virtù di una concezione di diritto non negoziabile. Ad ogni modo, dove porre il limite, e secondo quali criteri? Un quesito di non facile soluzione, se si pensa all’impatto che hanno avuto delle vignette satiriche che la maggior parte dell’Occidente ha considerato «innocue», ma che, da altri, sono state interpretate come «offensive», lesive della propria dignità, se non addirittura «blasfeme». Secondo Stefano Rodotà,  «per salvare la democrazia non si può perdere la democrazia». I diritti, cioè, non sono, se non assoluti e sempre garantiti;  e questo, soprattutto, deve valere per tutti. «La riduzione dei diritti è una risposta facile, che apparentemente rassicura, ma indebolisce la democrazia e non dà strumenti di lotta», ha sostenuto il giurista, in una recente intervista al Fatto Quotidiano. D’altra parte, però, è lecito chiedersi dove poter trovare, nel concreto, efficaci «strumenti di lotta»: se ogni opinione è lecita, come scongiurare il rischio che l’opinione non diventi azione? Dall’altro lato, infatti, sono molti a ritenere che, in situazioni di emergenza, possa essere giustificabile sacrificare un pezzetto di libertà nel tentativo di aumentare la sicurezza. Sempre ammesso che questo sacrificio – e non è di tale avviso Rodotà – possa effettivamente avere una qualche efficacia.