19 giugno 2019
Aggiornato 15:00
Lavoro

Carpisa e la bufera social: prendersela con l'azienda non basta

Dopo la valanga di critiche arrivate dai social network, a Carpisa non resta che il mea culpa. Ma indignarsi contro il famoso brand di accessori femminili non può bastare

ROMA – Carpisa si scusa e fa dietro front. Dopo la bufera mediatica e la valanga di critiche che è montata in breve tempo sui social network contro l'azienda, al noto brand di accessori femminili non resta che il mea culpa. La contagiosa reazione di rabbia collettiva è divampata in seguito alla notizia del concorso shock pubblicato sul sito del gruppo: «Compra una borsa e vinci uno stage». In palio un mese di lavoro rigorosamente non pagato in azienda. Sembra già incredibile di per sé che un'azienda possa arrivare a chiedere a un'aspirante dipendente di spendere dei soldi per acquistare uno dei suoi prodotti al fine di avere in cambio la possibilità di partecipare a un concorso per lavorare come stagista presso la stessa. Ma qui il paradosso è doppio se si pensa che il lavoro è addirittura non retribuito. Carpisa è stata davvero spudorata perché si è spinta oltre i confini dell'immaginazione chiedendo alle sue aspiranti stagiste di acquistare una borsa per poter lavorare gratis un mese nel reparto marketing. Ci sarebbe da ridere come dopo una barzelletta, se non fosse che la storia in questione è l'amara verità che esprime benissimo la triste realtà di un mercato del lavoro ormai completamente allo sbando e ridotto peggio di un grottesco racconto kafkiano.

Il bando sotto accusa e le scuse di Carpisa
Il bando condannato dalla comunità social prevede che l'aspirante stagista prima di tutto acquisti una borsa della nuova collezione autunno-inverno 2017/2018, perché per partecipare al concorso è necessario esibire il codice gioco che viene emesso con l'acquisto. Poi la candidata potrà inviare il suo piano di comunicazione (una strategia di marketing aziendale) e solo qualora esso risulti vincente potrà iniziare il suo mese di lavoro in azienda. Ma senza ricevere neanche un euro per l'attività svolta. L'indignazione popolare è evidentemente più che giustificata. Carpisa, dopo l'epica figuraccia che rischia di far precipitare le vendite e probabilmente costerà la testa al responsabile marketing, si scusa per la «superficialità» con la quale è stato affrontato un argomento così delicato come quello del lavoro giovanile e assicura che il bando è «in completa antitesi con una realtà imprenditoriale fatta invece di occupazione e opportunità offerte in particolare ai più giovani».

Il boom dei contratti di apprendistato
La figuraccia, comunque, resterà impressa a lungo nella storia del marchio. Tuttavia, vale la pena sottolineare che prendersela con Carpisa non basta. Avremmo dovuto indignarci anche tutte le volte che abbiamo letto cartelli come quello su cui è scritto: «Cercasi commessa stagista». Perché da quando c'è bisogno di un periodo di apprendistato non retribuito per imparare a vendere magliette in un negozio? Quand'è che abbiamo accettato di far finta di non ricordare più la differenza tra il termine «volontariato» e il termine «lavoro»? Perché un lavoro va pagato. Altrimenti non è lavoro. E' volontariato, appunto. Certamente esistono l'apprendistato e la formazione. Ma il lavoro sottopagato o gratuito non può essere legalizzato e incentivato con la parola «stage». I dati ufficiali del ministero del Lavoro d'altronde parlano chiaro: negli ultimi anni abbiamo assistito a un vero e proprio boom dei contratti di apprendistato, che sono passati dai 60mila del 2012 ai 114mila del 2016. E il dato più preoccupante riguarda l'età anagrafica degli stagisti.

Apprendisti ultraquarantenni e ultracinquantenni?
Il 22% ha più di 35 anni. Il 14% ha più di 45 anni. In 212 casi i dati segnalano addirittura degli ultra 65enni. Evidentemente l'attività lavorativa di queste persone ha poco a che fare con la formazione o l'apprendistato e in questi casi il presunto stage non nasconde altro che lo sfruttamento di un lavoro sottopagato. Allora indigniamoci ogni volta che - costretti magari dalla disoccupazione dilagante - accettiamo ob torto collo di lavorare gratis o quasi gratis, perché l'epic fail di Carpisa se non altro ha avuto il merito di ricordarci la nostra capacità di indignarci e il nostro dovere di tornare a chiamare le cose col loro nome. Stage, lavoro e volontariato sono parole molto diverse tra loro. Finché continueremo a confonderle e a farci confondere, i diritti dei lavoratori continueranno a essere calpestati come oggi. E vale la pena ricordare che l'articolo 36 della Costituzione italiana, invece, recita così:

«Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.


 

La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge.


 

Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi».