Democrazia e debito pubblico

Il Quantitative Easing durerà fino al 2022: la cura da cavallo che rischia di ammazzare il malato

Osteggiato dalla Germania, e in generale dai paesi nord europei, di fatto l’alleggerimento quantitativo ha permesso a paesi come Italia, Francia, Spagna e Portogallo di non essere dichiarati falliti nel momento di massima pressione sui debiti pubblici nazionali. Ma gli effetti collaterali sono pesanti

Il Quantitative easing durerà probabilmente fino al 2022.
Il Quantitative easing durerà probabilmente fino al 2022. (ANSA)

FRANCOFORTE - Il Quantitave Easing è diventato una forma di finanziamento degli stati strutturale. Nato durante la tempesta valutaria del biennio nero 2011- 2012, doveva essere uno strumento per finanziare gli stati membri della Ue, ricapitalizzare il sistema bancario per via indiretta, stimolare la domanda intra europea al fine di portare fuori il vecchio continente dalla spirale deflattiva. Osteggiato dalla Germania, e in generale dai paesi nord Europei, di fatto l’alleggerimento quantitativo ha permesso a paesi come Italia, Francia, Spagna e Portogallo di non essere dichiarati falliti nel momento di massima pressione sui debiti pubblici nazionali.  Erano i mesi in cui Berlusconi cadeva e lo spread, il differenziale con il Bund tedesco, veniva manipolato dal mercato finanziario per motivi politici. Il governatore della Banca Centrale, Mario Draghi, creò qualcosa di conosciuto, in campo filosofico monetario, da almeno tremila anni. Seppur questa frase possa far inferocire i monetaristi classici più fanatici, essa non ha ancora subito una smentita materiale: Draghi, come un qualsiasi sovrano o capo di Stato, ha creato dal nulla il denaro. E lo ha fatto annunciando che tale strumento, trasformare attraverso un incantesimo-convenzione la carta, o un bit elettronico, in un valore di scambio, poteva avere una vita infinita. 

A favore
Disse, precisamente, così: «qualunqe cosa sarà necessaria sarà fatta». Frase che da sola dovrebbe spiegare molte cose, per altro note, sulla creazione del denaro, la sua contrazione, e in definitiva sul suo valore simbolico. L’operazione, come detto, trovò ampio contrasto nella Germania attraversata dal monetarismo fanatico della Bundesbank, interessata invece a dominare il mercato dei titoli pubblici mettendo fuori gioco, per manifesta insolvibilità, i prodotti dei cosiddetti «partners europei». La Germania avrebbe potuto di fatto finanziarsi senza subire la concorrenza dei suoi vicini, drenando enormi masse monetarie e dando così vita a un pericoloso – per gli altri – processo di contrazione della massa monetaria. Solo pochi giorni fa Mario Draghi ha annunciato che il Quantitative easing, molto probabilmente, continuerà anche nel 2018 (al massimo con una limatura sulla quantità di titoli acquistati ogni mese) e i tassi d'interesse resteranno incollati allo zero ancora a lungo.

ll Qe continua fino al 2022
Non è una novità: si sa che il governatore della Bce non mollerà la sua operazione fino a quando resterà in carica. Lo stesso Draghi lo ha dichiarato: «Un livello molto significativo di allentamento monetario è ancora necessario, perché le pressioni inflazionistiche gradualmente si accumulino e supportino gli sviluppi dell'inflazione a medio termine». E' il caso di sottolineare che, nel gergo della Bce, per «medio termine» si intendono 5 anni, quindi si arriverà al 2022. La Germania, ma non solo, non ha manifestato entusiasmo per questo annuncio che di fatto pospone il suo evidente progetto di dominio sul vecchio continente per diversi anni. Come noto il meccanismo del debito pubblico, ormai relegato alla strega di un debito privato, è lo strumento con cui gli stati nazionali vengono depredati dagli investitori globali. L’esempio del patrimonio greco, divenuto territorio di razzia da parte degli investitori tedeschi, e non solo, è sotto gli occhi di tutti. Il Quantitative Easing interviene su questo meccanismo, di fatto depotenziandolo. 

Effetti collatrali
Ovviamente non è esente da effetti collaterali: il sistema finanziario, gli istituti bancari di sistema, drena all’origine tale massa monetaria: che viene data alle banche affinché acquistino parte delle emissioni istituzionali finanziarie. Le banche introitano denaro ad un prezzo stracciato, inferiore all’uno per cento, re investendolo sul mercato finanziario: questa la ragione dell’espansione infinita che le piazze finanziarie, in primis Wall Street, stanno avendo da diverso tempo. Si pensi che dieci anni fa, l'indice Dow Jones, un attimo prima dell'esplosione della bolla, quotava 14000 punti. Pochi giorni fa ha sfondato i 22000 punti. Tutto questo non ha diretta correlazione, se non attraverso un processo di percolatura indiretta, con l’economia reale, ormai sempre più aleatoria. Crea invece una enorme bolla finanziaria, che potrebbe crescere fino al momento in cui i vari meccanismi di Qe – Usa e Giappone hanno anch’essi strumenti analoghi – non verranno cassati o contratti drasticamente.

L'obiettivo feticcio dell'inflazione e i diktat dell'Ue
L’economia reale, come si diceva, è solo parzialmente interessata da questi processi. Perché in questo momento è preferibile, per chiunque, un investimento immateriale, finanziario, ad uno rischioso, in un contesto ancora traballante e connotato da un propensione al risparmio dei cittadini sempre più elevata. Propensione scatenata da aspettative negative, purtroppo. Un modello che depaupera la domanda interna, frena gli investimenti e non crea lavoro. Mario Draghi ha fatto intendere che il Qe è direttamente correlato al’inflazione nel continente europeo: obbiettivo feticcio, che potrebbe essere raggiunto solo attraverso una ripresa dei consumi, per altro stroncata dalla continua precarizzazione del lavoro. Perché, oltre all’incremento della bolla finanziaria, il Qe ha un secondo, pesante e potenzialmente letale, effetto collaterale: i diktat dell’Unione Europea capeggiata dalla Germania. In primis lo smantellamento dello stato sociale, la privatizzazione dei servizi afferenti alla civiltà da circa ottanta anni, la precarizzazione del lavoro e di fatto il dilagare dei famosi «lavoretti», che rimpinguano le colonne degli studi Istat sull’occupazione ma creano al contempo il cosiddetto «lavoro povero». Per non parlare degli oscuri accordi tra l’Italia, e la Ue, inerenti i processi migratori, come testimoniato dalla ex ministra Emma Bonino.