14 ottobre 2019
Aggiornato 07:30
L'Islanda è fuori dalla crisi

Il segreto del «miracolo» islandese: per vincere la crisi bisogna lasciar fallire le banche

L'Islanda è passata in soli dieci anni dalla grave crisi economica globale, che mise in ginocchio il paese, a una vera e propria rinascita, che oggi permette alla sua economia di crescere più velocemente della Cina

REYKJAVIK – L'Islanda cresce sette volte più dell'Italia. A distanza di soli dieci anni dalla crisi finanziaria globale che mise in ginocchio il paese, ora vive uno stato di grazia. I redditi pro capite sono vicini al minimo storico. E nel 2016 il tasso di crescita del Pil islandese, pari al 7,2%, è stato perfino superiore a quello del Dragone. Per inseguire questa rinascita economica ottenuta in tempi record, il governo ha deciso di lasciar fallire le banche. Lo sapevate?

Dalla crisi alla rinascita economica
Il governo islandese ha appena rimosso gli ultimi controlli sui movimenti di capitale. Era l'ultima eredità della profonda crisi finanziaria che mise in ginocchio il paese nel 2008. Allora l'economia della piccola isola era molto dipendente dal settore finanziario, cresciuto in maniera ipertrofica e fuori controllo tanto che da solo valeva oltre dieci volte il prodotto interno lordo del paese. Così, quando esplose la crisi finanziaria globale, l'Islanda venne completamente travolta dagli eventi. La corona islandese perse oltre il 60% del proprio valore nei confronti dell'euro. E la maggior parte delle famiglie venne dichiarata insolvente.

Il governo ha lasciato fallire le banche
I debiti accumulati dalle banche nazionali arrivarono a 86 miliardi di dollari, una cifra monstre. Ma a distanza di soli dieci anni, l'Islanda ha cambiato faccia e della crisi non c'è più traccia. Il tasso di crescita del Pil l'anno scorso è stato pari al 7,2%. Oltre sette volte quello italiano. E perfino superiore a quello, già esuberante, del Dragone. I redditi pro capite sono vicini al massimo storico. Il tasso di disoccupazione è tornato a un modico 3% (quello italiano è pari al 12%). Come è possibile? La rinascita del paese è cominciata con la decisione del governo di lasciar fallire le banche. Nell'immediato il contraccolpo è stato grave: la moneta nazionale si svalutò dell'80% e la disoccupazione salì dal 3% al 9%.

Il ruolo del turismo nella ripresa
Le autorità decisero di imporre uno stretto controllo dei capitali per evitarne il deflusso all'estero ed impedire così l'avvitamento della crisi economica. Da allora l'economia nazionale ha rialzato la testa, trainata dal principale motore di crescita del paese: il turismo. Da solo rappresenta il 20% del Pil. E negli ultimi anni è aumentato in maniera esponenziale dopando il settore alberghiero, quello della ristorazione, dei trasporti e dei servizi. Basti pensare che solo nel 2015 oltre 1,5 milioni di turisti hanno visitato l'Islanda, mentre la popolazione locale conta solamente 332mila abitanti. Contemporaneamente sono cresciute anche le esportazioni.

Una lezione da imparare
In particolare quelle dei due settori tradizionali: la pesca e l'allumino. La ripresa economica ha coadiuvato il boom della domanda interna, così sono aumentati anche i consumi e gli investimenti nazionali, dando vita a un circolo virtuoso per la crescita da manuale economico. Ma l'esempio islandese è replicabile? L'Islanda è una piccola isola e il suo modello non è facilmente esportabile. Possiamo però trarre alcune conclusioni interessanti. La prima è che la decisione del governo di lasciar fallire le banche perché troppo indebitate si è rivelata la strada giusta. La seconda è che il turismo può fare da volano in un paese dotato di un patrimonio naturalistico e culturale privilegiato. E qui l'Italia ha davvero molo da imparare.