27 ottobre 2020
Aggiornato 21:00
si avvicinano le elezioni del 20 settembre

Grecia, la vera ragione per cui l'austerità ha fallito

Un nuovo lavoro scritto dal premio Nobel Christopher Pissarides assieme a Yannis Ioannides, economista della Tufts University negli Stati Uniti, merita non solo un'attenta considerazione, ma ci spiega anche le ragioni del fallimento dell'austerity

ATENE - A pochi giorni dalle nuove elezioni in Grecia, il dibattito politico sulle ricette dell'austerità imposte al paese sembra essersi placato. Ora tutti gli occhi sono puntati su Alexis Tsipras: dentro e fuori i confini del Peloponneso si attende di conoscere ancora una volta il responso della volontà popolare per sapere se il leader di Syriza incasserà o meno un'altra vittoria. Tuttavia, se da un lato il dibattito politico sull'imposizione del rigore si è sopito, non può dirsi altrettanto di quello economico, più vivace che mai. Un nuovo lavoro scritto dal premio Nobel Christopher Pissarides assieme a Yannis Ioannides, economista della Tufts University negli Stati Uniti, merita non solo un'attenta considerazione, ma ci spiega anche le ragioni del fallimento dell'austerity.

L'errore della Troika
Le ricette della Troika sembrano aver funzionato abbastanza bene in Irlanda e Portogallo, mentre in Grecia hanno fallito miseramente aggravando ulteriormente la condizione dell'economia nazionale. Perché? Le ragioni sono molteplici, ma soprattutto una di esse è stata determinante: le svalutazioni interne funzionano solo se il mercato domestico è competitivo. In parole povere, non potendosi realizzare una vera e propria svalutazione del tasso di cambio per migliorare la competitività e aiutare le esportazioni (perché la Grecia fa parte dell'UE e questa strada era perciò bloccata in partenza), la svalutazione poteva essere perseguita esclusivamente con l'abbassamento dei costi di produzione. Ed è quello che la Troika ha cercato di fare: comprimendo la domanda interna e indebolendo il mercato del lavoro. Ma perché una svalutazione interna abbia successo è necessario che l'abbassamento del costo medio di produzione si accompagni a una efficiente ri-allocazione delle risorse tra le imprese, da quelle «peggiori» a quelle «migliori»: la parola chiave è concorrenza, e in Grecia non c'erano le condizioni perché ciò potesse accadere.

I problemi strutturali dell'economia greca
L’economia greca è infatti vittima di problemi strutturali che andrebbero affrontati alla radice: è priva di un settore industriale competitivo, vive di agricoltura e di turismo. La metà di tutte le fabbriche nazionali contano meno di 50 dipendenti e questo significa che i livelli di produttività ed efficienza sono molto, molto bassi. A ciò si aggiunge un altro aspetto del problema: per quanto riguarda le esportazioni, il paese potrebbe contare su grandi risorse, ma queste sono vittime delle distorsioni del mercato globale. Il Peloponneso è terra di materie prime di tutto rispetto: l’olio greco – tanto per dirne una – è considerato in assoluto il migliore al mondo. Ma viene venduto in blocco (per il 60%) all’Italia – avete capito bene – che poi lo rivende all’estero a prezzi maggiorati. La stessa sorte tocca alla feta (il tipico formaggio locale) e allo yogurt. La Grecia dovrebbe commerciare direttamente questi prodotti da sola e incrementare così le sue esportazioni, ma non ha la capacità di farlo. Evidentemente, il sottobosco imprenditoriale e industriale del paese non era il terreno adatto per le ricette della Troika. Così la svalutazione interna non solo è stata fallimentare, ma ha assunto le fattezze di una penosa macelleria sociale, attraverso la compressione del salario reale.

Bruxelles avrà imparato la lezione?
Con la riduzione del costo del lavoro si sperava di far recuperare ai prodotti greci la competitività perduta, facendo lievitare le esportazioni e quindi anche l'occupazione. Ma questo non è avvenuto perché il meccanismo si è inceppato: le imprese greche, infatti, non hanno ridotto i prezzi come si aspettavano i tecnici di Bruxelles. E l'effetto è stato devastante. Non solo questa mancata riduzione dei prezzi dei beni ha fagocitato qualsiasi possibilità di veder crescere le esportazioni, ma ha anche causato un crollo del potere di acquisto dei lavoratori (ridotti quasi alla fame dalla compressione dei salari), aggravando il crollo della domanda interna. Perché le imprese non hanno ridotto i prezzi? Perché il mercato interno, come dicevamo all'inizio, non è abbastanza competitivo, diversamente da quello irlandese e portoghese. E per questa ragione il FMI ha, purtroppo, sottostimato l'effetto del moltiplicare sul taglio della spesa pubblica. Sarebbe stato necessario realizzare prima la liberalizzazione dei beni e dei servizi, e poi ricorrere all'austerity. Ma la crisi del debito – con gli annessi errori di Bruxelles - da un lato e il potere delle mille corporazioni greche – che si opponevano e si oppongono alle liberalizzazioni – dall'altro hanno condotto il paese sull'orlo del baratro. E adesso? C'è da sperare che la Troika abbia imparato la lezione, ma sfortunatamente non lo crediamo.