10 luglio 2020
Aggiornato 14:30
La Lega chiede che a pagare sia chi ha distrutto la banca

Borghi: «Diciamo sì allo Stato in Mps, purchè ne esca il Pd»

Per Claudio Borghi, vista la situazione emergenziale, non è scandaloso che lo Stato diventi azionista del Monte dei Paschi di Siena. E' scandaloso, piuttosto, «che chi ha causato il disastro, in quanto partito di governo, si troverà a nominare i nuovi membri del Cda». Intanto, le degenerazioni del settore creditizio si moltiplicano, e lo Stato, dopo le privatizzazioni, torna a farsi «banchiere».

ROMA - Lo Stato che torna a farsi «banchiere», diventando azionista dei Monte dei Paschi di Siena? Claudio Borghi, responsabile economico della Lega Nord, non si dichiara contrario alla decisione. E questo, perché il caso Mps «rientra nella categoria delle situazioni eccezionali per cui non mi sembrerebbe molto furbo lasciare che un patrimonio costruito nei secoli fallisca, oppure finisca in mani straniere». Insomma, seppur a malincuore, Borghi si dichiara «favorevole alla nazionalizzazione, o in generale all'ingresso dello Stato nel capitale»

BORGHI: SAREBBERO LE OPPOSIZIONI A DOVER NOMINARE I NUOVI MEMBRI DEL CDA - Eppure, l'economista del Carroccio non lesina sulle critiche in merito alla vicenda. «Ciò che grida vendetta è che non c'è ancora responsabilità piena di chi ha causato il disastro, e anzi, la cosa assolutamente incredibile è che chi ha causato il disastro, adesso, in quanto partito di governo si troverà a dover nominare, in virtù della sua quota azionaria, i membri del Consiglio di Amministrazione. Se appena ci fosse un minimo di dignità da parte del Pd», prosegue Borghi, «tenendo presente che la responsabilità è sua e solo sua di quello che è successo, dovrebbe lasciar nominare i membri del nuovo Cda del Monte dei Paschi derivanti dalla nuova quota azionaria dalle opposizioni». Insomma, nessuna critica al salvataggio di Stato - vista l'eccezionalità del rosso monstre da 5,3 miliardi di euro -; piuttosto, parole dure nei confronti di come la situazione viene gestita. E cioè rigorosamente e strettamente in casa Pd. 

LO STATO TORNA A FARSI BANCHIERE - Che lo Stato divenga azionista di Mps, d'altronde, era previsto dal contratto siglato nel 2012 dal governo Monti (ministro dell’Economia Vittorio Grilli) per l’erogazione degli aiuti di Stato alla banca tramite i cosiddetti Monti bond emessi dall’istituto e comprati dal Tesoro. In base a tale accordo, in caso di perdite da parte della banca il pagamento degli interessi (243 milioni di euro) al titolare dei bond, cioè appunto lo Stato, deve essere effettuato in azioni dello stesso istituto. Il contratto prevedeva inoltre che per i primi due anni l’ostacolo sarebbe stato aggirato grazie all’emissione di nuovi titoli di debito sempre a carico del Tesoro. Una clausola all’epoca molto criticata, visto che, in pratica, non avrebbe fatto altro che aumentare i debiti e le spese del Monte, ma anche l’esposizione dello Stato sull’istituto.

PARTECIPAZIONE INTORNO AL 10% - Sulle sorti del Monte dei Paschi pende ancora il giudizio della Bce, che il prossimo 18 febbraio dovrà esprimersi definitivamente sul piano di salvataggio. Per l'Europa, d'altra parte, sembra sempre più obbligata la strada dell’aggregazione o della fusione di Mps con altri istituti; ma quello che è certo, per ora, è che la partecipazione pubblica si aggirerà intorno al 10% del capitale, mettendo quindi il Tesoro in testa all’azionariato di Siena. Tuttavia, in vista del prossimo aumento di capitale da 3 miliardi che l’istituto effettuerà nel secondo trimestre, la quota si dovrebbe diluire a meno della metà. 

SETTORE CREDITIZIO IN GINOCCHIO - D'altronde, se davvero dovrà essere il settore creditizio, come si è augurato Mario Draghi, a fare da volano alla ripresa economica italiana, le prospettive non sembrano rosee. Mps ha avuto perdite nell’esercizio per più di cinque miliardi di euro dopo le «rettifiche sui crediti» per otto miliardi, il Banco popolare ha perso due miliardi a fronte di oltre tre miliardi di «rettifiche sui crediti», e il Credito valtellinese ha accumulato oltre trecento milioni di perdite. Mentre nuovi atti giudiziari raggiungono i vertici di Ubi Banca, la Banca d’Italia ha proceduto con il commissariamento di Banca Etruria per problemi patrimoniali legati, guarda caso, a «consistenti rettifiche sui crediti».
 Così, a più di venti anni dall’avvio delle privatizzazioni bancari - processo che è passato anche attraverso la costituzione delle fondazioni - ecco che lo Stato torna a nazionalizzare, e a indossare le vesti di banchiere. E questo, per riparare ai danni perpetrati da gestioni bancarie disastrose. Il caso del Monte dei Paschi, in questo senso, è rappresentativo. Nel 2014 la nazionalizzazione della banca era stata evitata, nonostante il rosso da oltre un miliardo e mezzo sul 2013. A luglio 2015, invece, Mps dovrà pagare allo Stato una cedola di 243 milioni maturati sui Monti bond - più precisamente per sei mesi su 4,07 miliardi e per l'intero 2014 sul miliardo rimasto dopo il rimborso dei tre miliardi di Monti bond - che, data la perdita da record registrata sul 2014, verrà liquidata in azioni.  Una corsa al salvataggio anche lecita, secondo molti, per evitare conseguenze ancora più disastrose. Nessuno, però, sembra impegnarsi perché certe degenerazioni, ormai così diffuse nel settore creditizio, non si ripetano più, mettendo lo Stato nella condizione di mettere toppe, anzichè curare gli interessi di tutti i cittadini.