24 luglio 2019
Aggiornato 02:30
La riforma di Renzi: chi ci guadagna, chi ci perde

Universo Popolari, ecco cosa nasconde

Dal 20 gennaio scorso, quando per decreto il governo ha deciso di mettere mano alla governance delle banche popolari, è un susseguirsi di analisi che si concludono tutti o quasi con un giudizio negativo sull'operazione. Pochissime invece le opinioni «fuori dal coro», alle quali proveremo a dare voce

ROMA – Dal 20 gennaio scorso, quando per decreto legge (dl) il governo Renzi ha deciso di mettere mano alla governance delle banche popolari, è un susseguirsi di analisi e approfondimenti che si concludono tutti o quasi con un giudizio negativo sull'operazione «taglia banchieri», come ha provato a «venderla» il premier. C'è chi ha sottolineato come mancasse l'urgenza di procedere per decreto, come Francesco Boccia (Pd), chi ha puntato il dito contro il ministro Maria Elena Boschi che ha padre e fratello nella Banca Popolare dell'Etruria e del Lazio (di cui è azionista) balzata del 66% in Borsa, come Movimento 5 stelle (M5s), Lega Nord e Forza Italia. I tanti che hanno ricordato quanto sia stato importante il legame con il territorio di questi istituti di credito, che in un momento di stretta creditizia hanno continuato a finanziare le Piccole e medie imprese, come il titolare dei Trasporti, Maurizio Lupi. Pochissime invece le opinioni «fuori dal coro», alle quali proveremo a dare voce.

COSA CAMBIA E PER CHI - Innanzitutto partiamo spiegando cosa contiene il decreto sulle popolari. Per prima cosa riguarda solo quelle più grandi, che hanno attivi superiori a 8 miliardi di euro. Si tratta di 10 istituti che sono: Ubi, Banco Popolare, Banca Popolare di Milano, Banca Popolare dell'Emilia Romagna, Banca Popolare di Sondrio, Credito Valtellinese, Banca Etruria, Banca Popolare di Vicenza, Veneto Banca e Banca Popolare di Bari. Per loro la novità maggiore sarà quella di doversi trasformare in Società per azioni (Spa) entro 18 mesi (luglio 2016). Questo perché, ha spiegato il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, dovranno affrontare la maggiore integrazione mercati europei, l'inevitabile consolidamento e passare alla supervisione europea con il completamento del processo di unione bancaria. Il pacchetto di misure sugli istituti popolari «renderà le banche più forti e più in grado di reggere gli sforzi necessari a livello europeo» e favorirà «un processo di consolidamento di mercato dopo la crisi e il passaggio al regime regolatorio di supervisione europeo», ha detto Padoan nel corso di una conferenza stampa al termine del Cdm. «E' una misura strutturale - ha aggiunto - che comincia a cambiare la struttura del sistema bancario italiano che ne uscirà rafforzato e che rafforza economia italiana. E' un importante passo avanti che va nell'interesse del sistema bancario italiano e dell'economia italiana». Per le altre circa 60 banche popolari invece rimarrà valido l'articolo 30 del Testo Unico bancario che disciplina il voto capitario (uno vale uno nell'assemblea dei soci, nonostante le quote possedute) e i limiti alla partecipazione nel capitale dei singoli soci e delle fondazioni bancarie. Fuori dal decreto anche le banche di credito cooperativo che «non vengono toccate» come ha precisato lo stesso premier, Matteo Renzi. Nel dl invece è prevista una norma per facilitare la portabilità dei conti correnti da un istituto all'altro, «senza oneri o spese di portabilità a carico del cliente» ed entro termini definiti e contenuti. Se questi non vengono rispettati è previsto un risarcimento al cliente «in misura proporzionale al ritardo e alla disponibilità esistente sul conto».

VISCO DIFENDE LA RIFORMA - Fatta questa prima introduzione è necessario ricordare che Bankitalia e Antitrust da anni hanno chiesto che le popolari modificassero la propria governance, soprattutto quelle quotate in Borsa. Il governatore di Palazzo Koch, Ignazio Visco, ha spiegato ai microfoni di Bloomberg TV che questi istituti sono andati «complessivamente bene» anche negli anni della crisi, ma hanno peccato di una struttura manageriale troppo rigida e di poca trasparenza. Secondo Visco la recente riforma delle Popolari «va in questa direzione e in quanto tale è positiva. Staremo a vedere tuttavia quanto consolidamento si verificherà». Il numero uno di Banca d'Italia ha ricordato quindi lo stress test della Bance centrale europea (Bce): «Alcuni hanno letto il Comprehensive assesment come se mostrasse alcuni problemi nel sistema bancario italiano cosa che non è. Non ci sono problemi: il sistema bancario italiano è stato molto resistente alle difficoltà economiche degli ultimi 5-7 anni». Al tempo stesso in questo periodo di periodo accresciuti requisiti patrimoniali «le banche che devono poter raccogliere capitale quando serve». Le banche italiane «sono andate complessivamente bene ma penso, e ho detto diverse volte negli ultimi anni e molto di recente, che governance, trasparenza e capacità di finanziare l'economia, dato che si parla di grandi banche, devono essere migliorate». Il governatore è tornato poi a difendere la riforma anche sulle pagine della Stampa: «Ci sono popolari grandi e piccole, e grazie alla trasformazione in Spa, le popolari che lo vogliono potranno anche crescere di più e potranno andare più facilmente sul mercato quando ne avranno necessità».

MEDIOBANCA E UNIPOLSAI, RENZI HA SCOSSO IL SISTEMA - Fra gli operatori di mercato, i primi a lodare la riforma sono stati gli analisti di Mediobanca che hanno titolato il loro report del 21 gennaio scorso «This time could be different». Secondo Piazzetta Cuccia, il dl «segna un cambiamento radicale nel settore bancario italiano e conferma il carattere riformista di questo governo». Per Mediobanca si potranno vedere oltre ad aggregazioni all'interno del comparto, anche la possibilità che le banche popolari possano valutare opzioni di fusioni o acquisizioni istituti in difficoltà dopo lo stress test della Bce (Mps e Banca Carige che però non vengono citate nel report). Per UnipolSai invece il governo Renzi «corregge un'anomalia» e «sicuramente innescherà processi di aggregazione», ha detto l'amministratore delegato, Carlo Cimbri. «Il governo ha coraggiosamente messo il dito su una situazione atipica di cui sento ormai parlare da tanti anni, ma che non veniva mai affrontata in termini così sostanziali - ha spiegato Cimbri a margine dell'assemblea straordinaria a San Lazzaro di Savena -. Da diverso tempo ne parlano politici e operatori economici». Tra l'altro «mi sembra di aver capito che sulla posizione assunta dal governo vi sia una condivisione Bankitalia e della Bce. Si fa fatica a non comprenderla, perché si tratta di un'anomalia: a livello di società quotate il principio del voto capitario è utilizzato solo dalle popolari, questa costituisce una distorsione rispetto le altre imprese quotate», ha proseguito l'ad di UnipolSai. Cimbri ha quindi concluso ricordando che «episodi di cattiva governance ci possono essere in tutte le società a prescindere dalla diversa forma giuridica. Il governo ha posto una soglia quantitativa: oltre a una certa dimensione le ragioni di localismo territoriale si sono dilatate. Regole di governante uguali per tutte sicuramente costituiscono una correzione. Viene corretta un'anomalia e sicuramente innescherà processi di aggregazione. Condivido la posizione del legislatore e darà origine a riassetto del nostro sistema bancario».

FEBAF E BPM, AUMENTA LA COMPETITIVITA' - Più o meno le stesse argomentazioni sono state usate da Luigi Abete, presidente Febaf, intervenendo ad Agorà (Rai3): «Se trasformo le banche popolari in Spa cosa succede? Aumenta la competitività all'interno di questo sistema. In termini di equilibrio istituzionale, per mantenere i rapporti col territorio questo è un punto di equilibrio che deve trovare il Parlamento e che certamente troverà. Ma non deve diventare questo il problema perché non lo è. Questo è il problema delle governance delle banche. La liquidità oggi c'è: c'è da tempo ed è abbondante. Bisogna comprendere che la banca è un'impresa - ha aggiunto Abete - quindi bisogna ragionare sul piano dell'economia, non sul piano dell'astrazione. Le banche fanno come mestiere quello di finanziare le imprese: più finanziano le imprese e più guadagnano, perché guadagnano sulle operazioni di commissione e d'interesse». Della necessità per le popolari di trasformarsi, ha parlato anche Andrea Bonomi, ex azionista e presidente del Cdg della Banca Popolare di Milano: «Renzi ha un progetto difficile di rinnovare e salvare il Paese. In questo suo progetto l'innovazione si estende anche alle banche popolari. Le popolari non possono dire che questo non gli sia stato detto dalla Bce, da Bankitalia, per cui è una cosa ben conosciuta. Personalmente in banca l'ho detto a tutti, incluso alla pianta Ficus che era all'entrata, che era ora di svilupparsi». Il numero uno di Investindustrial ha proseguito: «Sull'evoluzione delle popolari sono d'accordo tutti, i banchieri, il mercato, la Bce. Detto questo, le popolari hanno un ruolo importante nel nostro Paese che deve essere salvaguardato per le popolari non quotate, per le quotate c'è una strada molto stretta per cercare di mantenere dei tratti del loro Dna pur andando al passo coi tempi. Questa è la sfida di oggi ma non un protezionismo verso situazioni degenerate, un'evoluzione da forti non da deboli». Anche il Fondo monetario internazionale (Fmi), in un suo working paper del 2014 aveva ricordato che le «restrizioni imposte al possesso azionario e all'esercizio dei diritti di voto (una testa, un voto) indeboliscono la valutazione di mercato e la capacità delle banche di raccogliere capitale da finanziatori esterni», aggiungendo che «le grandi banche popolari e le banche controllate dalle fondazioni tendono a mostrare livelli di capitale più bassi e qualità degli attivi più debole rispetto alla media di sistema».

SOLO SCELTA CIVICA A FAVORE - Fra i politici invece si contano sulle dita di una mano quelli che hanno difeso l'iniziativa del governo. Fra loro è intervenuto Gianpiero Samorì, esponente di Forza Italia e presidente dei Moderati in Rivoluzione: «Il presidente Renzi non ha dato un avviso di sfratto alle banche popolari bensì lo ha dato ai loro gruppi di comando autoreferenziali che negli ultimi anni, pensando che questa situazione potesse durare in eterno, si sono preoccupati di gestire le banche più nel loro interesse di continuità gestoria che non nell'interesse dei soci, dei dipendenti e del territorio». Samorì ha proseguito: «Non è possibile che i dirigenti di una banca si preoccupino più della propria carriera individuale che della gestione corretta della banca stessa. Speriamo che ora, anche grazie a questo provvedimento, questi dirigenti facciano un passo indietro che favorisca la creazione di un gruppo di azionisti solidi, strutturati, finanziariamente in grado di favorire lo sviluppo della banca applicando regole meritocratiche all'interno di tutta la struttura. Non vi sarà più spazio per i portatori di voto, vi sarà spazio per coloro che saranno contrassegnati da principi meritocratici». Il giorno seguente è arrivata una nota di Scelta civica: «Contro il decreto che prevede la trasformazione delle grandi banche popolari stiamo assistendo a una vera levata di scudi di tutti i conservatori d'Italia. Un decreto coraggioso, che affronta finalmente un'anomalia tutta italiana come l'esistenza di società quotate dove si vota per teste e quindi di fatto non contendibili». Secondo gli esponenti di Sc il dl «è perfettibile, ma il principio non può essere messo in discussione perché migliorerà la qualità di queste banche e ne aumenterà il valore a vantaggio di tutti i piccoli azionisti. La parata di oppositori che abbiamo visto in queste ore nasce nel migliore dei casi dalla tendenza tutta italiana alla conservazione dell'esistente, e negli altri dal tentativo di proteggere rendite di posizione e centri di potere politico ed economico che nulla hanno a che vedere con un paese moderno».