26 maggio 2019
Aggiornato 19:30

Milan, il più bel giorno e il più brutto dell'era Berlusconi

Nel giorno dell’ottantesimo compleanno del presidente più vincente della storia del calcio, ripercorriamo il suo trentennio alla guida del Milan raccontando due dei momenti più importanti dell’epopea berlusconiana: la prima Coppa dei Campioni a Barcellona e la notte di Marsiglia.

MILANO - Quando ho avuto l’idea di dedicare questo mio personalissimo augurio al presidente Berlusconi probabilmente non mi ero ancora reso conto dell’impresa titanica a cui stavo per sottopormi: racchiudere in appena due momenti trenta anni di epopea berlusconiana, tra successi straordinari e - purtroppo - anche qualche momento buio.
La selezione di questo lungo periodo vissuto accanto al Diavolo è stata lunga e faticosa ed è passata attraverso l’emozione di rivivere frammenti di gioia ed entusiasmo (le 5 Coppe dei Campioni/Champions League, gli 8 scudetti, le decine di trofei nazionali ed internazionali conquistati a tutte le latitudini), ma anche la sofferenza di ripercorrere frangenti bui come la fine del secolo scorso, con il duplice ritorno di Sacchi e Capello fino all’avvento in chiaroscuro di Alberto Zaccheroni, e gli ultimi disgraziati 4 anni.
Alla fine la scelta è caduta su due episodi che per un verso o per l’altro portano impressa in maniera indelebile la firma di Silvio Berlusconi e per questo oggi vale la pena di ricordarli.

24 maggio 1989
Il momento più bello, a detta di una bella fetta di tifosi rossoneri e naturalmente a mio avviso, è il 24 maggio 1989, il gran giorno della prima finale di Coppa dei Campioni dell’era Berlusconi. Era il Milan lussureggiante di Arrigo Sacchi in panchina e di una squadra composta da Giovanni Galli in porta; Tassotti, Filippo Galli, Baresi e Maldini in difesa; Colombo, Donadoni, Rijkaard e Ancelotti a centrocampo; Gullit e Van Basten di punta. Durante quella cavalcata trionfale verso la finale di Barcellona, rossoneri avevano steso - non senza qualche difficoltà di troppo - il Vitosha Sofia, la Stella Rossa agli ottavi (con l’ormai famosa interruzione del match per nebbia e ripetizione dall’inizio il giorno dopo); Werder Brema ai quarti; e soprattutto Real Madrid in semifinale.

Vittoria mai in discussione
Gli amanti dei colori rossoneri ancora ricordano con nostalgia la partita di ritorno a San Siro contro i Blancos stravinta dal Milan per 5-0 (dopo aver pareggiato 1-1 al Santiago Bernabeu), con i gol di Ancelotti 17’, Rijkaard 24’, Gullit 45’, Van Basten 49’, e Donadoni 60’. Un trionfo epocale che garantì alla squadra di Sacchi un’accoglienza indimenticabile a Barcellona, dove poi si svolse la finale.
Il poker con cui il Milan seppellì di reti la malcapitata Steaua Bucarest, con doppiette di Gullit e Van Basten, è entrato nella storia del calcio, ma ancor più eclatante e indelebile resta la leggendaria trasferta di circa 90.000 tifosi rossoneri nella città catalana. Fu quello il più incredibile e massiccio esodo che lo sport mondiale ricordi e il sottoscritto ne fu protagonista.

Il più grande esodo della storia dello sport
A cominciare dal lungo viaggio (quell’autostrada da Ventimiglia a Barcellona - e ritorno - trasformata in un unico ed infinito serpentone di auto e pullman imbandierati di rossonero) fu un susseguirsi di emozioni che ancora oggi, a 27 anni di distanza, appaiono vivide nei nostri cuori. L’emozione palpabile dell’arrivo in città accolti da quello striscione gigantesco esposto su un cavalcavia dai tifosi blaugrana «Grazie Milan!»; l’ingresso nel monumentale Nou Camp interamente milanista; la vittoria schiacciante sul campo maturata grazie alla consapevolezza - sul terreno di gioco e sugli spalti - che niente e nessuno avrebbe potuto strappare la Coppa dei Campioni al Milan; e per finire il momento del trionfo prima all’interno dello stadio poi sulle Ramblas «all night long». Tutto quella giornata fu magico e di questo dobbiamo ringraziare Silvio Berlusconi.

La notte di Marsiglia
Sul curriculum del presidente più vincente della storia del calcio pesa una macchia altrettanto indelebile, quella della drammatica notte del 20 marzo 1991. Al Velodrome di Marsiglia è in programma la partita di ritorno dei quarti di finale di Coppa dei Campioni tra la squadra locale e il Milan, dopo il pareggio per 1-1 dell’andata. Al minuto 75 i biancazzurri di Francia passano in vantaggio con un colpo di testa di Waddle su assist di Papin (toh, chi si rivede!) e a quel punto il patatrac. Al 90’ uno dei riflettori dello stadio si spegne e oscura il campo, tanto da costringere l’arbitro a sospendere la partita. Peccato che una volta risolto il problema e tornata la luce, Galliani, piombato inopinatamente sul terreno di gioco, obblighi i suoi giocatori, tra l’interdetto e lo sconcertato, a lasciare il campo e ritirarsi. 

Il ricorso annunciato
La storia ci racconta che fu proprio l’attuale ad rossonero a decidere per questa soluzione clamorosa, tanto da anticipare in quel frangente anche un ricorso immediato. Salvo poi, non appena realizzate le conseguenze dell’insano gesto, revocare il tutto con un comunicato laconico: «Il Milan non presenterà alcun reclamo tendente a cambiare il risultato del campo, che riconosce ottenuto dall’Olympique Marsiglia con pieno merito».
Per la cronaca, non bastò perché comunque poi l’Uefa cancellò il club rossonero per un anno dalle competizioni europee con danno di immagine - e scorno - perfino maggiore di quello economico e sportivo.

Tra storia e leggenda
Tra storia e leggenda però resta una sostanziale discrepanza, perché a differenza di quanto ci fu raccontato all’epoca, e cioè che si trattò di una decisione tutta di Adriano Galliani, pare che l’input a ritirare la squadra dal campo sia arrivato dall’alto, proprio dal presidente Berlusconi. Questo spiegherebbe anche perché, dopo un episodio tanto sgradevole, l’attuale ad di Casa Milan sia rimasto al suo posto in azienda (anzi, iniziò allora la sua scalata inarrestabile) senza subire la minima conseguenza. La verità è che Galliani si assunse colpe non sue solo per salvare la faccia del presidente Berlusconi, che ne venne fuori pulito e pronto per iniziare - da lì a un paio d’anni - la sua avventura in politica.