23 giugno 2017
Aggiornato 13:30
Zagrebelsky a capo del fronte de no

Zagrebelsky per il No al referendum: Renzi l'oligarca e l'arroganza dell'esecutivo

Dire no a questo referendum non è essere oppositivi per partito preso, ma è schierarsi apertamente per salvare quel poco di democrazia che ancora ci resta

ROMA - Il 4 dicembre saremo chiamati ad esprimerci sul referendum costituzionale Renzi-Boschi-Verdini. Una riforma che il nostro Paese attendeva da molto tempo, ma che, purtroppo, va in una direzione completamente sbagliata. Dire «no» in questo caso non è essere oppositivi per partito preso, ma è schierarsi apertamente per salvare quel poco di democrazia che ancora ci resta. Queste sono le 15 ragioni del «no» illustrate da Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte Costituzionale e presidente onorario del Comitato per il No.

1. «Gli italiani» non aspettano queste riforme da vent’anni (o trenta, o anche settanta, secondo l’estro)
Da quando è stata approvata la Costituzione c’è chi non l’ha mai accettata e, non avendola accettata, ha cercato in ogni modo di cambiarla per imporre una qualche forma di regime autoritario. Vi sono tanti che da tanti anni aspettano e pensano che questa sia finalmente «la volta buona», ma questi non sono certo «gli italiani», i quali del resto, nella maggioranza che si è espressa nel referendum di dieci anni fa, hanno respinto col referendum un analogo tentativo, il tentativo che, più di tutti gli altri, sembrava vicino al raggiungimento dello scopo.

2. «Ce lo chiede l’Europa»?
L’Europa di oggi rappresenta principalmente il tentativo di garantire equilibri economico-finanziari del Continente per venire incontro alla «fiducia degli investitori» e a proteggerli dalle scosse che vengono dal mercato mondiale. A questo fine, l’Europa ha bisogno di istituzioni statali che eseguano con disciplina i diktat ch’essa emana, come quello indirizzato il 5 agosto 2011 al «caro primo ministro», contenente un vero e proprio programma di governo ultra-liberista, in materia economico-sociale, associato all’invito di darsi istituzioni decidenti per eseguirlo in conformità. Dite: «Ce lo chiede l’Europa» e tacete della famosa lettera Draghi-Trichet, parallela ad analoghi documenti provenienti da «analisti» di banche d’affari internazionali, che chiede riforme istituzionali limitative degli spazi di partecipazione democratica, esecutivi forti e parlamenti deboli, in perfetta consonanza con ciò che significano le «riforme» in corso nel nostro Paese.

3. Le riforme non servono alla «governabilità»
«Governabile» è chi si lascia docilmente governare. Noi pensiamo che occorra «governo», non governabilità, e che governo, in democrazia, presupponga idee e progetti politici capaci di suscitare consenso, partecipazione, sostegno. In assenza, la democrazia degenera in linguaggio demagogico, rassicurazioni vuote, altra faccia della rassegnazione, e dell’abulia: materia passiva, irresponsabile e facile alla manipolazione.

4. La riforma è stata approvata dal Parlamento, sì ma illegittimo
Quale Parlamento? Il Parlamento illegittimo, eletto con una legge elettorale obbrobriosa, dichiarata incostituzionale, per l’appunto, per essere antidemocratica (deputati e senatori nominati e non eletti; premio di maggioranza abnorme che ha scollato gli eletti dagli elettori). La Corte costituzionale ha bollato quell’elezione come una specie di golpe elettorale, per avere «rotto il rapporto di rappresentanza».

5. Arroganza dell'esecutivo
Parlamentari finalmente capaci di «autoriformarsi» senza guardare al proprio interesse? No. Queste riforme sono state avviate dall’esecutivo con l’impulso di quello che, per debolezza e compiacenza, è potuto essere per diversi anni il vero capo dell’esecutivo, il presidente della Repubblica. Sono state recepite nel programma di governo e tradotte in disegni di legge imposti all’approvazione del Parlamento con ogni genere di pressione (minacce di scioglimento, di epurazione, sostituzione dei dissenzienti, bollati come dissidenti), di forzature (strozzamento delle discussioni parlamentari, caducazione di emendamenti), di trasformismo parlamentare (passaggi dall’opposizione alla maggioranza in cambio di favori e posti) fino ai voti di fiducia, come se la Costituzione e le istituzioni fossero materia appartenente al governo, fino a raggiungere il colmo: la questione di fiducia posta addirittura agli elettori, sull’approvazione referendaria della riforma (o me o la riforma).

6. Ma quale «governo costituente» ?
Il «governo costituente», in democrazia, è un’espressione ambigua. Sono i governi dei caudillos e dei colonnelli sud-americani, quelli che, preso il potere, si danno la propria costituzione: costituzione non come patto sociale e garanzia di convivenza ma come strumento, armatura del proprio potere.

7. Renzi come De Gaulle nel 1962?
No, la riforma francese aveva alla sua base le idee costituzionali enunciate «disinteressatamente» nel 1946 a Bayeux, guardando lontano e radicandosi nel passato della storia della Repubblica francese. Noi abbiamo invece testi raffazzonati all’ultima ora, la cui approvazione si è resa possibile per equivoci compromessi concettuali e lessicali, proprio sul punto centrale della riforma del Senato.

8. Nessun referendum confermativo
Il referendum non è un giudizio su una Costituzione destinata a valere negli anni, ma un voto su un governo temporaneamente in carica.

9. Il «tecnicismo» della riforma, rivolta a «razionalizzare i percorsi decisionali e a renderli più spediti ed efficienti»
No, perché questa è la razionalizzazione d’una trasformazione essenzialmente incostituzionale, che rovescia la piramide democratica. Le decisioni politiche, da tempo, si elaborano dall’alto, in sedi riservate e poco trasparenti, e vengono imposte per linee discendenti sui cittadini e sul Parlamento, considerato un intralcio e perciò umiliato in tutte le occasioni che contano.

10. I partiti di sinistra, già al tempo della Costituente, avevano criticato il bicameralismo?
Si trattava, allora, di semplificare le istituzioni parlamentari per dare più forza alla rappresentanza democratica e fare del Parlamento il centro della vita politica (si parlava di «centralità del Parlamento»). La visione era quella della democrazia partecipativa o, nel linguaggio di Pietro Ingrao, della «democrazia di massa». Oggi è tutto il contrario: si tratta di consolidare il primato dell’esecutivo emarginando la rappresentanza, in quanto portatrice di autonome istanze democratiche.

11. La «paura del nuovo»
A noi non interessano «riforme» che riforme non sono, ma sono «consolidazioni» dell’esistente: un esistente che non ci piace affatto perché portatore di disgregazione costituzionale e di latenti istinti autoritari.

12. Il «no» per l’immobilismo
Sono più importanti le istituzioni o coloro che operano nelle istituzioni? La risposta è la seguente: istituzioni imperfette possono funzionare soddisfacentemente se sono in mano a una classe politica degna e consapevole del compito di governo che è loro affidato, mentre la più perfetta delle Costituzioni è destinata a funzionare malissimo in mano a una classe politica incapace, corrotta, inadeguata.

13. L'abolizione del Cnel e la riduzione dei «costi della politica»
A parte il Cnel, che in effetti s’è dimostrato in questi anni una scatola quasi vuota, la riduzione dei costi della politica avrebbe potuto essere perseguito in diversi altri modi: riduzione drastica del numero dei deputati, perfino abolizione pura e semplice del Senato in un contesto di garanzie ed equilibri costituzionali efficaci.

14. Il «serio lavoro» fatto da numerosi esperti
A cominciare dai «saggi» del presidente della Repubblica, passando per la Commissione governativa, per le tante audizioni parlamentari di distinti costituzionalisti, fino ad approdare al Parlamento e al ministro competente per le riforme costituzionali. Posto che il Senato rimane, il bicameralismo anche e, se la seconda Camera non si arenerà su un binario morto, i suoi rapporti con la prima Camera daranno luogo a numerosi conflitti, le questioni costituzionali non sono mai solo tecniche. Ciò che si sta realizzando, per l’effetto congiunto della legge elettorale e della riforma costituzionale, è l’umiliazione del Parlamento elettivo davanti all’esecutivo.

15. I Brunetta e gli Zagrebelsky dalla stessa parte
Chi pensa di vedere in questa concordanza un motivo di divertimento, e non una seria ragione per dubitare circa il valore dei cambiamenti costituzionali in atto, non fa che confessare candidamente un suo retro-pensiero. Questo: che tra una Costituzione e una legge qualunque non c’è nessuna differenza essenziale; che, quindi, se sei in disaccordo politico con qualcuno, non puoi essere in accordo costituzionale con lui, perché tutto è politica e nulla è Costituzione.

Il documento integrale scritto da Gustavo Zagrebelsky lo potete trovare qui.