26 giugno 2019
Aggiornato 22:00
Scontro De Bortoli - Renzi

Renzi vs De Bortoli: Boschi finita in mezzo allo scontro fra due egomaniaci che hanno la stessa visione del mondo

Il conflitto di interessi continua a essere uno strumento di lotta politica. Valeva al tempo di Berlusconi come oggi. In realtà non importa nulla a nessuno: viene tenuto in vita come utile strumento di pressione politica

ROMA - L’antipatia di Ferruccio De Bortoli verso Matteo Renzi e il suo carrozzone di "parvenu" è cosa nota. Due mondi lontani sotto tanti punti di vista. Il duello, dettato dallo scontro caratteriale tra due uomini ego riferiti e non da divergenze culturali sostanziali, iniziò in tempi non sospetti, quando sulle colonne del Corriere della Sera l’allora direttore scrisse allusioni molto pesanti inerenti la relazione tra il brillante sindaco fiorentino e la famosa massoneria toscana.

L'inizio dello scontro
Il 24 settembre del 2014, in un editoriale recante il titolo «Il nemico allo specchio» scriveva: «L’oratoria del premier è straordinaria, nondimeno il fascino che emana stinge facilmente nel fastidio se la comunicazione, pur brillante, è fine a se stessa. Il marketing della politica se è sostanza è utile, se è solo cosmesi è dannoso. In Europa, meno inclini di noi a scambiare la simpatia e la parlantina per strumenti di governo, se ne sono già accorti. Le controfigure renziane abbondano anche nella nuova segreteria del Pd, quasi un partito personale, simile a quello del suo antico rivale, l’ex Cavaliere. E qui sorge l’interrogativo più spinoso. Il patto del Nazareno finirà per eleggere anche il nuovo presidente della Repubblica, forse a inizio 2015. Sarebbe opportuno conoscerne tutti i reali contenuti. Liberandolo da vari sospetti (riguarda anche la Rai?) e, non ultimo, dallo stantio odore di massoneria».

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Il direttore cede il posto ma Renzi si schianta
Sei mesi dopo, nella primavera del 2015, De Bortoli lascia la direzione del Corriere della Sera: la ragione ufficiale viene trovata nella volontà del nuovo assetto societario che vede Urbano Cairo come nuovo azionista di maggioranza relativa. Scalata insolita quella del presidente del Torino F.C., quasi pigra, concessa dal salotto buono dell’industria, e della finanza, italiana per molti motivi: in primis che Rcs era da tempo un carrozzone pieno di debiti che non creava più egemonia culturale nella buona borghesia italiana. Ma nelle difficili righe del commiato Ferruccio De Bortoli rincara la dose su Matteo Renzi, che definisce «caudillo», «maleducato di successo», «uno che disprezza le istituzioni e mal sopporta le critiche». Il menù quindi è completo. Parole che mettevano in luce la frattura tra la proprietà vecchia e nuova, la parte torinese (Agnelli-Marchionne e Cairo), che invece verso il premier innovatore aveva solo parole di miele. De Bortoli quindi se e va, lasciando dietro di sé una lunga scia di veleno e giurando vendetta.

Il precedente del referendum del 4 dicembre
Che arriva, la prima parte, nel periodo antecedente il fatidico giorno del referendum costituzionale del 4 dicembre scorso, in cui avviene la Caporetto renziana. Il già direttore del Corriere della Sera e Sole 24 Ore, più volte, è l’unico giornalista dell’establishment che dichiara il suo voto contrario al referendum della coppia Renzi-Boschi. Le sue parole sono pacate nei contenuti, ma sferzanti e vagamente irridenti verso il primo ministro: «Il presidente del Consiglio italiano, dopo aver paventato le dimissioni in caso di sconfitta, ha saggiamente fatto marcia indietro. E si è reso conto che prefigurare sconquassi, nel caso di una soluzione avversa, esaspera fragilità del sistema istituzionale ed economico italiano che in parte non esistono. Insomma, l'allarme è eccessivo. Una democrazia che teme così tanto un voto popolare si dimostra incerta al di là dei propri limiti. L'Austria non finirebbe - e nemmeno l'Europa - se andasse al potere Hofer; l'Italia non scivolerebbe nel caos se dovesse vincere il no», chiosa. Insomma De Bortoli è convinto che non ci sarà l'apocalisse nel caso in cui Renzi dovesse perdere il referendum. E, certo, aggiunge, «ci sono buone ragioni per il sì e altrettante per il no. Chi scrive voterà no ma non pensa che la vittoria del sì apra la strada a una deriva autoritaria». L’esito referendario è noto. Matteo Renzi cade in disgrazia e trascina con sé Maria Elena Boschi. Il primo si rialza, grazie alla fedeltà del partito che affonda le radici in antiche tradizioni comuniste – il capo non si contesta mai – mentre la seconda viene parcheggiata in una zona d’ombra del governo.

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Maria Elena Boschi, corpo estraneo del renzismo
Sparare su di lei è come sparare sulla Croce Rossa. Al recente incontro del Partito Democratico svoltosi al Lingotto, che ha visto il trionfo a la ripartenza di Matteo Renzi, era impossibile non notare l’apatia con cui il parterre accoglieva le parole della ex ministra. Un discorso vuoto, non ascoltato dal pubblico, che mal tollera la presenza di questa giovane ragazza a cui non riconosce carattere e spessore culturale. Dieci minuti di parolette concesse in virtù dell’amicizia verso il capo, a cui lei è sempre fedelissima. E qui giunge la seconda parte della vendetta di De Bortoli: ovvero la «denuncia» di un una supposta interferenza della ministra nelle disgrazie della banca di papà, con Unicredit. Tutti minacciano querele, tutti si indignano, tutti confermano ma uno solo tace: l’ex amministratore delegato di Unicredit Ghizzoni, poi caduto in disgrazia proprio durante il governo Renzi. Lui, che sa, perché dovrebbe essere la persona che avrebbe ricevuto le presunte parole di Maria Elena Boschi, tace. E come noto, chi tace acconsente.

Scontro tra ego, la politica è lontana
Ora si può pensare qualsiasi cosa della vicenda, che è facilmente riassumibile nell’italico motto:«tengo famiglia». Il conflitto di interesse continua ad essere un vulnus grave, che inghiotte democrazia e fiducia, e lo è oggi a maggior ragione, perché giunge dopo trenta anni di retorica anti-berlusconiana portata avanti dalla sedicente sinistra. La quale nei lunghi anni di governo non è stata in  grado di produrre una legislazione degna del problema. Nella polemica, da cui emergerebbe la presunta ingerenza della ex ministra, si può anche comprendere la sudditanza del giornalismo italiano verso i poteri forti. Ferruccio De Bortoli non raccontò due anni fa, all’apice del potere renziano, ciò che denuncia nel libro che ha in questi giorni presentato con grandi polemiche. Al tempo tacque, dimostrando così che nemmeno il direttore del maggior quotidiano italiano poteva essere realmente indipendente. Al massimo poteva punzecchiare, come fece, quel potere che gli imponeva di posticipare il racconto della sua verità. Bene farebbe chi sta cavalcando questa polemica a tener conto anche di questa scansione temporale.