18 ottobre 2019
Aggiornato 03:30
Il fil rouge dalla brexit al referendum renziano

Brexit, Trump e «No, grazie»: così il popolo quest’anno si è preso il diritto di «parola»

Lo scorso anno è stato caratterizzato da una forte impronta populista e l'élite, per giustificare la sua inadeguatezza, si appella a un «eccesso di democrazia». Ma il popolo vuole riprendersi il suo posto

Matteo Renzi.
Matteo Renzi. Shutterstock

ROMA - Da qualche stagione a questa parte la frattura più in voga e politicamente centrata è quella «popolo contro élite». Ossia sentimento popolare, declinato e intermediato il più delle volte da una classe dirigente che si vuole connessa alle richieste dal basso, da una parte e architettura dirigista di determinati poteri sovranazionali e dei leader che a questi sottendono dall’altra. Il 2016 – dopo tante avvisaglie iniziate da un decennio con la bocciatura via referendum della costituzione europea – è stato l’anno della trasformazione della protesta emotiva ed irrazionale in affermazione politica. Ciò è successo nelle «capitali d’Occidente», ossia nel Regno Unito e negli Usa, ma anche – seppure con motivi diversi - nella capitale del mondo classico, Roma. E tutto fa pensare che anche l’anno nuovo, il 2017, possa rappresentare un’ulteriore conferma di questo trend che sta preoccupando le élite globaliste spiazzate dall’avanzata di movimenti, protagonisti e partiti tramutatisi nel giro di poco tempo da fenomeni di costume a competitor politici che mettono in discussione seriamente la democrazia dell’alternanza.

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L’impronta populista
Tutto questo è avvenuto grazie al «popolo», che si è conquistato anche per tale motivo lo scettro di parola dell’anno. Ciò si è visto sia nella sua declinazione politica e ipertrofica – «populista» – sia nel portato più ampio, come voto di massa trasversale e determinante per i referendum in Uk e in Italia. Dove ha potuto, insomma, il popolo quest’anno ha lasciato un’impronta o un segnale tangibile. È successo con la crescita strutturale dei cosiddetti movimenti sovranisti – in Austria, ad esempio, il Fpo ha sfiorato la vittoria alle Presidenziali, in Francia il Front National è il primo partito, in Olanda è in testa nei sondaggi e così via – ma è divenuto un fenomeno epocale con la vittoria del fronte del «leave» nel Regno Unito, vittoria che ha determinato la Brexit e che ha rappresentato, per dimensioni e conseguenze, la più grande affermazione a guida populista in Europa.

L’élite reagisce: «Troppa democrazia»
Un risultato così dirompente e apertamente anti-establishment, questo dell’uscita del Regno Unito dall’Ue, che ha visto una reazione scomposta da parte del network culturale e politico che sostiene (di fatto acriticamente) le istituzioni comunitarie. Una reazione che ha visto addirittura il gotha del pensiero progressista o tecnocratico londinese richiedere apertis verbis di «rivedere» e correggere il responso che proprio il popolo aveva sentenziato. E, come era prevedibile, la contromossa non è rimasta sull’isola. In Italia abbiamo avuto Mario Monti, ad esempio, che ha affermato con serenità come interrogare il popolo sulla Brexit sia «stato un eccesso di democrazia». Mentre, a proposito del referendum sulla riforma costituzionale in Italia, è stato il fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari, schieratosi con il governo Renzi e con il «sì», a spingersi oltre nel sostenere come «l’oligarchia è la sola forma di democrazia».

Il popolo vuole il suo posto
Insomma, sovranità popolare sì ma fino a quando «conferma» fiducia negli asset delle burocrazie o sui dogmi del politicamente corretto. E invece il popolo si è preso una bella rivincita su tutta questa «narrazione» o su chi crede che sia possibile «socializzare la globalizzazione» solo verso il basso. Il caso della vittoria di Donald Trump, poi, è stato paradigmatico ed esiziale per il mondo dell’informazione e per la reputazione degli opinion maker: il tycoon miliardario – dato per perdente e avversato da tutto il sistema mediatico americano e non solo – ha sconfitto la candidata ufficiale dell’establishment a stelle e strisce e dell’Ue, Hillary Clinton, svelando allo stesso tempo lo iato ormai quasi insormontabile, una vera e propria non comunicazione, tra classi dirigenti e popolo. Quest’ultimo, insomma, è tornato prepotentemente al centro della scena in questo 2016 sconfessando alcuni totem – dal post-Obama al «femminile» all’inevitabilità dell’Ue fino al renzismo di casa nostra – e richiedendo ai governi prima di tutto la difesa e la promozione del proprio sistema sociale, il vincolo cioè che tiene in piedi il concetto di democrazia rappresentativa. In caso contrario il popolo – esercitando l’ultima carta a disposizione chiamata sovranità politica - ha dimostrato ampiamente di che cosa è capace.