5 giugno 2020
Aggiornato 07:30
Il referendum metterà alla prova il Partito Democratico

Il PD a un passo dal baratro. Ed è solo una guerra per il potere

L'ha detto Gianni Cuperlo: il rischio di rottura è alto. Nel PD è in corso una guerra fratricida solo apparentemente ideologica: in realtà, l'unica idea per cui si combatte è quella di comandare

ROMA - Le divisioni, i dissapori, le antipatie personali, e differenze ideologiche. Il Partito Democratico ha solo più qualche mese di vita? L’esperimento voluto da Walter Veltroni, che doveva unire per sempre la sinistra post-comunista e i cattolici ex democristiani si avvita dentro un vortice che potrebbe portare alla scissione nei mesi successivi all’esito referendario.

Rischio di rottura
Solo due giorni fa, Gianni Cuperlo, commentando le parole di Renzi che criticavano pesantemente l’ex primo ministro Massimo D’alema, utilizzava termini definitivi: «Il Segretario ha sbagliato, rischio di rottura è alto». Parole che giungono da un uomo pacato, poco avvezzo alle polemiche e molto al compromesso.

Il tradimento
Ma ormai è evidente che le due anime del Partito Democratico non si battono più su temi reali, sulle cose di cui si compone la realtà, ma su piani inclinati composti prettamente da dinamiche umane: antipatie, sospetti, e soprattutto «tradimento»«Lui (Cristo), fra dodici scoperse i tradimento in uno solo. Io, in dodicimila, l’ho scoperto in tutti.» Questo dice Riccardo III di Shakeaspeare nella prima scena.

La fase conclusiva di un rapporto
Quando subentra la logica del «tradimento» è evidente che ci si trovi nella fase conclusiva di un rapporto. Renzi considera un traditore D’Alema, e la varia minoranza, perché non vogliono mollare il potere all’interno del partito. Cuperlo, D’Alema, Speranza, in parte Bersani considerano il Segretario del loro partito un traditore perché «berlusconiano», amico di Verdini, antidemocratico, arrogante e presuntuoso.

Dall'analisi al livore umano
E’ molto difficile dire dove l’analisi delle cose termini e inizi il livore umano: probabilmente in questo momento i canali comunicativi interni non solo sono interrotti, sono definitivamente compromessi per motivi caratteriali. Perché sul piano ideologico, nonostante le recenti svolte contestatrici della minoranza, è molto complicato rintracciare palesi differenze di pensiero.

Renzi nel solco dei predecessori
Molte delle riforme portate avanti da Renzi - si pensi al Job act - sono nel solco del programma neoliberista che il centro sinistra di Prodi ha sempre avuto e attuato: si pensi al durissimo «Pacchetto Treu» del primo governo Prodi. Certo, quelle di Renzi sono misure estreme, ma che affondano le radici in un solido passato. Lo stesso D’Alema, come noto, tentò di affossare l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori.

Non rivoluzione, ma riforme
Lo scrittore maremmano Luciano Bianciardi, anarchico e genio, nel lontano 1971, scriveva che «il Pci era l’unica organizzazione comunista del mondo che non predica la rivoluzione ma le riforme». Ovviamente, le riforme di Renzi non fanno che affossare ulteriormente il Paese, e rispondono ai desiderata del mondo finanziario che di fatto ci governa dal 2011: ma che coloro che hanno sempre avuto un orizzonte culturale assimilabile a quello che definiscono in camera caritatis «il ducetto», oppure «Marchionne», non possono ergersi a rivoluzionari.

Solo un'idea: comandare
Semplicemente, vogliono eliminarlo politicamente, e per fare questo sono anche disposti, dopo il referendum, a dare vita a un nuovo partito di sinistra che metta insieme tutti i vari pezzetti di quel mondo diviso e litigioso. «Siamo a un passo dalla rottura totale adesso, pensa dopo il referendum» confidava qualche sera fa un parlamentare torinese alla festa dell’Unità di Torino. «In tanti anni di politica non ho mai visto una balcanizzazione simile – continuava – e in tutto questo la politica c’entra molto poco. Esiste solo un’idea, quella di comandare. Come quelli che urlano in spiaggia».

Con il No, espulsioni
Nel caso, probabile, in cui il No prevalga al referendum, risultato che comporterà un bombardamento finanziario sull’Italia, nel Partito Democratico – questo è lo scenario che si paventa in questi giorni – si procederà ad espulsioni pesanti? In primis Massimo D’Alema, ormai nemico pubblico numero uno di Matteo Renzi? Saranno giorni molto impegnativi, l’Italia sarà senza alcun dubbio sotto attacco finanziario: e sulla testa dell’ex Primo Ministro cadrà la responsabilità politica di questa situazione. I giornali, e le televisioni, vicine a Matteo Renzi spareranno a palle incatenate. E così farà anche Giorgio Napolitano, presidente emerito della Repubblica?

Con il Sì, la scissione
Nel caso in cui vincesse il Sì, è probabile che la corrente di minoranza sconfitta chieda un congresso anticipato del Partito democratico, dove tenteranno di disarcionarlo. Con ogni probabilità, D’Alema e compagni uscirebbero sconfitti: i militanti non esistono più e le primarie sono strumenti ottime per far votare gruppi organizzati. La tradizione di sinistra, mai smentita, prevede che a fronte di una sconfitta la parte minoritaria non accetti il risultato e porti avanti una scissione.

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