21 luglio 2019
Aggiornato 19:00
Dopo l'annuncio del segretario alla Difesa Usa Carter

La Libia e il paradosso italiano: se sono gli Usa ad annunciare che siamo (o saremo) in guerra

Siamo al paradosso: a rompere il silenzio sul ruolo dell'Italia in Libia è stato il segretario alla Difesa Usa Ash Carter, che ha parlato di un intervento militare a guida italiana. Non ha parlato, però delle condizioni poste da Roma: la formazione di un governo libico e la sua autorizzazione. Condizioni molto lontane dal realizzarsi

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi.
Il presidente del Consiglio Matteo Renzi. Shutterstock

TRIPOLI - Mentre continua ad essere rimandato, in Libia, il voto di fiducia alla Camera dei rappresentanti sul nuovo governo, l'attivismo militare dell'Occidente sembra crescere ogni giorno di più. La portaerei francese Charles de Gaulle, infatti, sta attraversando il Canale di Suez per entrare nelle acque del Mediterraneo Orientale, dove potrebbe partecipare a operazioni militari insieme all'Egitto del presidente-generale Abdel Fatah al Sisi. Ma a quanto pare non sono solo i francesi, gli inglesi e gli americani ad essere coinvolti in prima linea nella crisi con un dispiegamento di forze speciali. O perlomeno, tra poco potrebbe non essere più così. Perché il segretario alla Difesa americana Ashton Carter ha annunciato che in Libia ci sarà un intervento militare a guida italiana, visto che l'Italia, oltre ad aver chiesto un ruolo di primo piano, è anche il Paese geograficamente più vicino alla polveriera nordafricana. Un annuncio che lascia poco spazio all'immaginazione: se ancora non siamo in guerra, vi entreremo tra poco.

L'ambiguità di Roma
Ma la cosa più paradossale è che l'annuncio non sia giunto da un ministro dell'esecutivo italiano, bensì direttamente dagli Stati Uniti. In Italia, invece, nessuno sa niente, oppure, se qualcosa si sa, si preferisce rimanere nella vaghezza. Una tiepida conferma è giunta dal ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, che, da New York, ha affermato: «Il livello di pianificazione e di coordinamento tra i diversi sistemi di difesa su un possibile contributo alla sicurezza della Libia è a un livello molto avanzato che va avanti da parecchie settimane». Peccato che, come prime condizioni per l'intervento, Roma continui a richiedere  la formazione di un governo di accordo nazionale e l'autorizzazione di questo governo: condizioni che, oltre a non essere per nulla vicine dal realizzarsi (anzi, per ora sembra tutt'altro), non sono neppure in alcun modo rispettate dagli alleati occidentali che hanno già posato i propri piedi sul suolo libico. 

La difficile posizione italiana
Per capire come stanno effettivamente le cose, Lorenzo Cremonesi del Corriere della Sera si è recato sulla quarta sponda, dove ha subito incontrato, atterrando nella capitale, gli uomini delle squadre speciali americane, francesi ed inglesi. Degli italiani, invece, ancora nessuna traccia. Per il resto, è una Tripoli schizofrenica quella fotografata dal giornalista, dove la popolazione rimane largamente scettica a proposito della formazione del governo, se non addirittura ostile. C'è chi, addirittura, definisce il neo-premier Fayez al Serraj «un burattino nelle mani degli stranieri. Come del resto è il generale Khalifa Haftar, che a Tobruk vorrebbero imporci come prossimo ministro della Difesa, ma che in passato fu un fedele di Gheddafi». Parole che mettono ancora più in dubbio la possibilità, attesa con ansia dal governo italiano, che si raggiunga presto un accordo e che siano gli stessi libici a dare il consenso a un intervento internazionale. Il che mette di fatto Roma in una situazione molto difficile: perché, se il governo non si formerà e non autorizzerà l'intervento internazionale, l'Italia dovrà decidere se scontentare le pressioni degli alleati perdendo il suo ruolo di guida, oppure rivedere la propria posizione, accodandosi a un intervento non richiesto e quindi scricchiolante già in partenza.

La pacca sulla spalla dagli Usa
Tuttavia, il sito israeliano Debka file ha rivelato un'indiscrezione secondo cui Italia, Francia e Egitto avrebbero raggiunto un accordo per lanciare un'offensiva contro l'Isis a fine aprile o a maggio. L'ufficiale che guiderà la missione sarebbe il generale Paolo Serra, 59enne torinese, con esperienze in Kosovo, Afghanistan e Libano, già consigliere militare dell'emissario ONU in Libia Martin Kobler. Tutto pronto, quindi? Lucio Caracciolo, direttore di Limes, ha qualche dubbio in proposito. Intervistato da ilsussidiario.net, ha sostenuto che quella di Carter è stata una dichiarazione «più formale che sostanziale», «una dichiarazione a futura memoria e a futuro invio di un contingente italiano, che però non mi pare per nulla vicino». Secondo Caracciolo, peraltro, il problema del nostro governo è quello di «non dare troppa pubblicità a fatti che già avvengono e di cui sappiamo poco»: il timore è che per rappresaglia l'Isis possa compiere attentati in Europa. Ad ogni modo, continua a rimanere poco chiaro l'obiettivo strategico della missione: obiettivo che dovrà essere chiarito dal governo in Parlamento quando richiederà l'autorizzazione per intervenire. Ieri, per iniziativa delle opposizioni, questa procedura è stata formalmente avviata. Al momento, però, l'unica cosa certa è che la chiarezza necessaria su obiettivi e strategia di un ipotetico intervento, almeno da parte del governo italiano, ancora non c'è. La situazione è talmente ambigua che l'annuncio di Carter - giunto a infrangere il più totale silenzio delle nostre istituzioni - rischia di assomigliare all'ennesima «pacca sulla spalla» da parte degli Usa. Un contentino, insomma, per convincerci a sostenere una missione che parte già con i presupposti più sbagliati.