Tasse sui prodotti europei

Trump e i dazi punitivi sui prodotti europei, cosa c'è dietro l'ultima mossa di The Donald

L'amministrazione Trump sta per introdurre una serie di dazi punitivi del 100% sui prodotti europei e sarà colpito anche uno dei simboli del made in Italy: la Vespa della Piaggio. Ma ecco cosa cè dietro la mossa di Trump

STATI UNITI – L'amministrazione Trump sta studiando l'introduzione di una serie di dazi punitivi fino al 100% su una serie di prodotti europei, tra i quali ci sarebbe anche uno dei simboli mondiali più celebri del made in Italy: la Vespa prodotta dalla Piaggio. Ma ecco cosa c'è davvero dietro la mossa di The Donald.

LEGGI ANCHE: "Trump stoppa la guerra di Obama contro il carbone. E se non fosse poi cos' male?"

In arrivo dazi punitivi del 100% sui prodotti europei
L'Unione europea serra i ranghi e si prepara alla controffensiva, mentre alcuni media internazionali (statunitensi) celebrano l'ultimo trionfo di The Donald e altri (continentali) descrivono come un sopruso la decisione dell'amministrazione Trump di imporre dazi punitivi del 100% su 90 prodotti europei. A essere colpiti sarebbero, tra gli alti, l'acqua Perrier e il formaggio Rocquefort, insieme a uno dei simboli più celebri al mondo del made in Italy: la Vespa prodotta dalla Piaggio. Ma cosa si nasconde davvero dietro quella che appare come l'ennesima bravata del magnate americano che rischia di compromettere le esportazioni comunitarie e quindi anche la stentata ripresa economica di tutta l'Europa?

Stavolta The Donald non c'entra
In realtà, almeno questa volta, The Donald c'entra poco o nulla con la faccenda. C'entrano, invece, le proteste dei produttori di carne di manzo americani che negli ultimi anni hanno assistito alla drastica riduzione delle loro esportazioni verso l'Europa. La storia parte da molto lontano, precisamente dal 1996, quando Washington accusò i paesi europei di contrastare le importazioni di carne americana (alimentata a ormoni e per questo bandita in Europa) e ottenne la sanzione del bando Ue in questione da parte del Wto, che diede quindi ragione agli Stati Uniti d'America.

La diatriba tra l'Ue e i produttori di carne statunitensi
Nel 2009 Usa e Ue decisero di risolvere la questione stringendo un patto: l'Europa avrebbe consentito l'accesso al mercato comunitario a 20mila tonnellate (poi diventate 40mila) di carne di manzo di alta qualità (quindi priva di ormoni nel rispetto delle regole Ue) e in cambio gli Stati Uniti avrebbero rinunciato ad alcuni dazi ritorsivi sui prodotti europei che minacciavano di applicare. L'accordo sembrava aver messo la parola fine all'annosa vicenda, ma poiché i contingenti di carni promessi dall'Ue riguardavano anche altri paesi, Bruxelles preferì avallare le importazioni provenienti dall'Australia, dall'Argentina e dal Canada riducendo via via le importazioni dagli Usa e mandando in malora gli affari dei produttori americani.

«America first» e le altre promesse di Trump
Oggi è arrivata la resa dei conti, ma di questi dazi proibitivi contro i prodotti europei si parla da diversi anni, a causa delle reiterate proteste degli allevatori di manzo statunitensi, e stavano per essere introdotti già durante l'amministrazione Obama. The Donald si limiterà a dare compimento a una vicenda pregressa, ma la sua parola sarà perfettamente in linea con le promesse annunciate durante la campagna elettorale per la presidenza, quando al grido di «America first» annunciò agli americani, tra le altre cose, anche la creazione di 25milioni di nuovi posti di lavoro. Il protezionismo trumpiano, d'altronde, punta proprio a incentivare la produzione e l'occupazione americana riducendo il commercio con i paesi vicini.

Le incognite del «Trumponomics»
E' quello che il giornalista di Bloomberg Tyler Cowen ha descritto - definendolo «Trumponomics» - come «un nuovo approccio alla ridistribuzione della ricchezza, che si concentra sui posti di lavoro e sulle regioni geografiche invece che sui trasferimenti di reddito». Finora le politiche economiche orientate alla crescita di tutti i paesi occidentali hanno avuto come obiettivo quello di far aumentare le dimensioni della torta-ricchezza nazionale e globale, ma quasi tutte hanno fallito. The Donald sta cercando di fare qualcosa di diverso: non punta a una torta più grande, ma a una distribuzione differente delle sue fette. Allo scopo di assicurarne qualcuna in più agli Stati Uniti d'America. La sua visione del mondo, d'altronde - da figlio qual è di un grande magnate immobiliare -, si basa proprio su un’idea dell’economia fondata sulla ricerca della rendita, alla base della quale c'è la convinzione che al mondo esista una quantità fissa di ricchezza, che non può crescere ma solo essere ridistribuita. Naturalmente il protezionsimo è dannoso per l'economia degli altri stati e non sappiamo neanche se Trump riuscirà nella sua impresa. Ma in un tempo in cui le disuguaglianze economiche e sociali sono il vero problema dell'economia globale, provare a riportare la distribuzione della ricchezza al centro dell'agenda della politica economica nazionale è senz'altro un esperimento interessante.