25 giugno 2017
Aggiornato 16:00
Le borse imprevedibili

Effetto Trump sui mercati, le banche incredibilmente brindano. Mentre la Apple trema

Dopo sedici anni, nel giorno dell'elezione di Trump, la borsa di New York ha raggiunto il suo massimo storico a quota 18.807 punti. Il Nasnaq, invece, arranca

Il neopresidente Usa Donald Trump
Il neopresidente Usa Donald Trump (Gino Santa Maria / Shutterstock.com)

WASHINGTON - Un immenso interrogativo attraversa le menti e i cuori dell’umanità. Dall’operaio del Michigan al banchiere di Hong Kong, tutti si stanno chiedendo: «e adesso?». E adesso cosa farà quest’uomo che nessuno si aspettava, bizzarro e stralunato, ma di fatto il più potente del mondo? Cosa farà quest’uomo che decise di correre come presidente in una notte del 2011, dopo essere stato umiliato dal presidente Obama con dei giochi di parole durante una cena di gala? Abbraccerà il pragmatismo istituzionale, anche in virtù della sua scarsa preparazione politica, o avanzerà come un carro armato?

Nuovo Giulio Cesare?
«Se non puoi battere il tuo nemico, fattelo amico» diceva Giulio Cesare. Questa pare essere la prima reazione generale a quel dubbio: cercare il consenso dell’uomo che ha appena bussato alla porta del mondo e ha la forza per stravolgere tutto. Lo fa il presidente Obama al termine di un colloquio surreale definito però «eccellente». Lo fa il nostro presidente del Consiglio che telefona al nuovo Cesare statunitense e tenta così, goffamente, di recuperare il pacchiano e irrituale sostegno a Hillary Clinton durante la campagna elettorale. Lo fa anche quest’ultima, salvando la decenza istituzionale. Lo fa soprattutto Wall Street, che si lancia in una serie di rialzi spettacolari, quando tutti si aspettavano catastrofi. Oppure, in questo caso, il processo è opposto? Chi sta andando incontro a chi?

Perché accade questo?
Cosa temono i poteri finanziari e le multinazionali che hanno governato il mondo negli ultimi venti anni? Due fattori sono predominanti nei peggiori scenari di questi soggetti. Il primo: la fine della droga monetaria. Da tempo immemore la Banca centrale Usa ha i tassi di interesse bloccati intorno allo zero. Questo significa denaro a buon mercato che viene drenato dal sistema finanziario cresciuto a dismisura, che di fatto ha arricchito a dismisura le élite che giocano sulla auto riproduzione del denaro da se stesso. Nel 1999 il presidente degli Stati Uniti era Bill Clinton, Wall Street veleggiava intorno ai 10mila punti e il capo della Federal Reserve, Alan Greenspan, usava queste parole: «Quotazioni assurde, valori fuori mercato. Wall Street ha un bolla senza precedenti».

Dopo 16 anni la borsa di NY raggiunge il suo minimo storico
Dopo sedici anni, nel giorno dell'elezione di Trump, la borsa di New York ha raggiunto il suo massimo storico a quota 18.807 punti. Le correzioni sono state due, nel 2001 e nel 2007, ma non sufficienti a sgonfiare l’enorme speculazione finanziaria. Che anzi, forte della sua assurdità, è consapevole che una politica monetaria restrittiva farebbe travolgere un sistema che è sì malato, ma immune da ogni tentativo di controllo. Gli intoccabili di Wall Street, come la gang di Al Capone, sono sicuri di sé. Conoscono la propria forza, con cui hanno già superato le minacce di Obama senza pagar dazio: anzi, rafforzandosi. Ora c’è un tipo un po’ stravagante, ma che difficilmente potrà avventurarsi in una guerra contro il settore finanziario.

Cosa c'entra Wall Street con Renzi e il referendum
Il settore finanziario è convinto quindi di essere un bullo troppo grande e troppo pericoloso per poter essere minacciato. A maggior ragione dopo che i primi «spifferi» hanno fatto girare il nome di Jamie Dimon, capo di Jp Morgan, come ministro del Tesoro. Tale nomina potrebbe interessare l’Italia in particolar modo, perché Jamie Dimon è l’uomo che può «salvare» Monte Paschi Siena – suo è il piano relativo all’aumento di capitale da cinque miliardi – nonché il deus ex machina della riforma costituzionale italiana. Un uomo, ovviamente, molto vicino al presidente del Consiglio Matteo Renzi. Oppure potrebbe esserci Steve Mnuchin, ex banchiere di Goldman Sachs, che in passato lavorò nella squadra di George Soros. Wall Street, e quindi l’economia-casinò che drena il denaro pubblico per riprodurlo, pare essere rassicurata da queste ipotesi, e si lancia in aumenti sostanziosi.

Nasdaq in ribasso: arrivano i dazi?
Ma non tutta Wall Street. Perché il settore tecnologico, il Nasdaq, ovvero il paniere che raccoglie i titoli della new economy, registra molto meno entusiasmo, e quindi cala. Se Trump deve farsi amico i colossi finanziari di Wall Street perché non può sconfiggerli, ben altro trattamento pare voler riservare ai magnati della California che hanno accumulato immense fortune. Nel mirino potrebbe esserci il colosso per eccellenza, la Apple. La multinazionale della mela ha molto da perdere dalla presidenza Trump. Se questo manterrà la promessa di dazi in entrata, la vita delle fabbriche cinesi dove vengono prodotti centinaia di milioni di pezzi con il logo della mela morsicata sarà più complicata.

La Apple trema
La Apple, e altre multinazionali che hanno delocalizzato la loro produzione per abbattere il costo del lavoro, potrebbero essere costrette a riportare in patria almeno una parte della linee di montaggio, il che significa più lavoro per i colletti blu statunitensi, ma soprattutto un deciso taglio nelle plusvalenze della società più ricca del mondo. Mr. Cupertino, in questo momento, è l’americano più preoccupato da cosa potrebbe fare il nuovo presidente. La Apple è forte, ma molto meno che in passato.

Ce la farà The Donald?
Donald Trump ha il potere per fare tutto ciò? Solo in parte. E’ vero che i repubblicani controllano anche il Congresso, ma al Senato, ad esempio, gli servono cinque voti democratici in ogni caso. Hanno 55 senatori contro i 45 degli avversari, e la quota per far passare le leggi è posizionata a 60. E’ il bilanciamento dei poteri statunitense: che ogni quattro anni eleggono un imperatore che però ha le mani legate. Quando Matteo Renzi si riferisce agli Usa come modello di velocità e decisionismo istituzionale non sa di cosa parla. I lacci che potrebbero fermare Trump non sono solo normativi: il partito repubblicano, una buona parte, condivide solo in parte le ipotesi protezioniste del nuovo presidente. Per non parlare dell’avversione umana che gli alti papaveri del partito gli hanno sempre dimostrato.