4 agosto 2020
Aggiornato 06:30
Ecco cosa verrà chiesto all’Italia

Libia, le ragioni del rapimento dei due italiani: fermare l’operazione militare di Renzi, e via libera ai flussi migratori

La zona dove sono stati rapiti i due italiani Bruno Cacace e Danilo Calonego, più un canadese, è un pezzo sterminato di deserto ricchissimo e strategico. Ecco cosa vogliono in cambio del rilascio degli ostaggi.

LIBIA - Ghat è una piccola località libica lontana da tutto ma al centro delle scorribande di predoni del deserto, terroristi islamici dell’Isis, tuareg insorti, mercanti d’armi e di esseri umani, terroristi islamici di Boko Haram e milizie fondamentaliste algerine. Si trova nella regione del Fezzan, al centro di un territorio ricco di idrocarburi, oggetto di concupiscenza da parte di numerosi soggetti, uno più pericoloso dell’altro. I giacimenti petroliferi, un paio dei quali dalle capacità «enormi», sono dieci. La zona dove sono stati rapiti i due italiani Bruno Cacace e Danilo Calonego, più un canadese, è quindi un pezzo sterminato di deserto ricchissimo e strategico (LEGGI CHI SONO I DUE ITALIANI RAPITI)

La situazione sul campo: Daesh, Tuareg, Boko Haram e Isis
Formalmente il luogo dove è avvenuto il rapimento fa parte della porzione della Libia sotto il controllo del governo centrale, riconosciuto dalla comunità internazionale, con a capo Fajez al Serraj. In realtà si tratta di un corridoio largo 400 km e lungo 1000 attraversato da Daesh, Tuareg, Boko Haram, più vari signori locali che vivono e dominano politicamente. Questi soggetti, per motivi diversi, combattono contro le truppe di Serraj. Non in virtù di una solidarietà ideale, ma per il semplice principio secondo cui il nemico del mio nemico è mio amico: la ragione principale della riproduzione frattale delle guerre medio orientali. L’obbiettivo di ognuno è accaparrasi la produzione petrolifera, o gli affari derivanti, della zona, potenzialmente notevole. In tale contesto si muove senza dubbio la figura del generale Haftar, facente capo della potente fazione di Tobruk che rifiuta di riconoscere la legittimità del governo di centrale di Serraj. Haftar e le sue truppe operano molto lontano da dove sono stati rapiti i due tecnici italiani: almeno cinquecento chilometri di deserto separano Ghat al territorio sotto il controllo di Haftar. Ma non c’è dubbio che quanto accaduto ai nostri connazionali gli sia di aiuto.

Coincidenze: la pressione politica verso l'Italia di Renzi
Il primo aspetto da sottolineare, nei casi in cui vengono rapiti degli occidentali: l’assoluta condivisione di tale gesto da parte delle varie milizie che operano sul terreno. Non è possibile che isolati gruppi di banditi azzardino operazioni simili per chiedere un riscatto. Il rapimento di un occidentale comporta l’aumento delle pressione militare, e il relativo rallentamento dei vari traffici che avvengono. La zona, come accennato in precedenza, è una tappa importante per il commercio di armi, droga e soprattutto esseri umani. Quindi il rapimento dei due italiani deve essere inquadrato in un contesto di pressione politica verso l’Italia. Di questi giorni, particolarmente convulsi, la notizia che il nostro paese sta per inviare una brigata di paracadutisti – duecento soldati – della Folgore nella zona appena conquistata dal generale Haftar (LEGGI COSA PREVEDE LA MISSIONE "IPPOCRATE" DI RENZI). Zona petrolifera, storicamente riconducibile a ingenti investimenti italiani nel settore degli idrocarburi. Certo la richiesta di aiuto da parte del Serraj all’Italia, accettata, cade sotto l’ombrello del cosiddetto «aiuto umanitario». E così il governo Renzi ha presentato l’operazione al Parlamento e alla stampa. Ma duecento paracadutisti della Folgore, è molto probabile, non si limiteranno a soccorrere sul campo i feriti e costruire ospedali da campo.

Cosa sta facendo l'intelligence italiana in Libia
Si rammenti inoltre che, fin dallo scorso aprile, abbiamo la certezza che nell’est della Libia, quindi poco lontano dal luogo del rapimento, operano forze dell’intelligence italiana. Lo scopo di tale presenza è semplice: controllare cosa fa Haftar, e soprattutto controllare cosa fa il suo alleato, la Francia. Quindi, da circa quattro mesi l’intelligence italiana sta informando la comunità internazionale che Haftar e la Francia combattono una guerra contro il governo riconosciuto di Serraj, supportato da Stati Uniti, Italia e Gran Bretagna. Combatte una guerra che ha come obbiettivo la conquista dei campi petroliferi del paese: guerra che sta vincendo.

La questione dei flussi migratori
Ma non si tratta solo di petrolio: il territorio conquistato da Haftar allarga il controllo della costa di quest’ultimo di altri 300 km, portandolo dal confine con l’Egitto a Sirte. Una linea costiere perfetta da cui gestire con estrema comodità il flusso di profughi che dal centro Africa, e non solo, tenta di arrivare in Italia. Ricordiamo, anche in questo caso, che le parole pronunciate da Matteo Renzi ieri («Risolvere il problema delle migrazioni di massa operando in Africa», VEDI IL VIDEO «Se l'Europa non fa la sua parte faremo sa soli»), se diventassero realtà – come non si sa – farebbero collassare il traffico di esseri umani che arricchisce predoni, islamisti e banditi più o meno governativi di ogni sorta.

Dove possono essere finiti i due italiani?
Lo schema prevede che gli occidentali rapiti vengano portati immediatamente al di là del confine del paese dove sono stati prelevati. L’Algeria potrebbe essere un approdo: è un'alleata francese e nel sud si muovono signori locali che hanno autonomia politica. Non è un territorio infiltrato dalle milizie dell’Isis, che vengono stroncate con una dura repressione. Nel caso in cui i rapiti fossero stati portati in Niger la situazione sarebbe grave: le milizie di Boko Haram sono particolarmente feroci e fuori controllo, ben armate. Rimane l’opzione dell’Isis, che di fatto sarà quella più spinta mediaticamente. Ovviamente è certo il coinvolgimento di Daesh, ma sicuramente solo sul piano pratico e non su quello politico.

Cosa verrà chiesto all’Italia?
Dimentichiamo i soldi, uno specchietto per le allodole. Sicuramente si pagherà un riscatto, ma l’obiettivo di chi sta portando avanti questa operazione non è sicuramente il denaro. Al governo italiano, e quindi a Renzi, verrà chiesto di non operare più militarmente nelle zone contese. Di rendere innocui i soldati presenti sul campo e magari anche di revocare l’utilizzo della base di Sigonella da parte degli statunitensi. Verrà quindi domandato di cedere sul piano del controllo delle risorse petrolifere. In cambio la vita dei due italiani e, ovviamente, un accordo sui flussi migratori.