18 giugno 2019
Aggiornato 08:30
Le responsabilità di Bush e Obama

Il ritorno della Grande Russia, e il disastro Obama nel mondo

Il deterioramento dei rapporti con Mosca è in gran parte frutto di più di un decennio di politiche americane deliberatamente orientate a limitarne l'influenza. E ora?

NEW YORK - Lo abbiamo visto plasticamente all'ultimo G20 cinese: il difficile incontro tra Barack Obama e Vladimir Putin sulla Siria da un lato; le numerose e importanti bilaterali che hanno scandito l'agenda del leader russo dall'altro. Due fotografie tanto eloquenti quanto impietose dello stato attuale degli ambigui e contraddittori rapporti dell'Occidente con la Russia e delle loro conseguenze. Tema che - inutile sottolinearlo - è un capitolo centrale della politica estera americana, attualmente al centro del dibattito nelle campagne dei due sfidanti per la Casa Bianca Hillary Clinton e Donald Trump.

L'occasione persa di Obama
La bilaterale tra Putin e Obama tanto attesa e annunciata dalla stampa sul conflitto siriano si è di fatto conclusa, se non in un nulla, con un poco di fatto. Ciò che è immediatamente emerso su quel freddo incontro è stato il «deficit di fiducia» denunciato fin da subito da Obama nei confronti del suo interlocutore, un presupposto che ha di fatto preannunciato la decisione americana di rifiutare la proposta di coordinamento con Mosca nella lotta contro lo Stato islamico. Se poi un risultato - con la tregua concertata a Ginevra - lo si è raggiunto, lo si deve al duro lavoro diplomatico condotto in mezzo a mille e più difficoltà, peraltro più volte arenatosi e ad oggi ancora traballante. Secondo Stephen Cohen, celebre firma di The Nation, con quel gesto ad Hangzhou Obama ha di fatto perso un'importante occasione per incoraggiare una distensione con Mosca, rendendo ancora più difficile la possibilità di raggiungere un accordo duraturo con il Paese.

I successi di Mosca
Veniamo all’accordo firmato in Siria, e, in generale, alla complessa situazione nel Paese. Il patto siglato a Ginevra sul cessate il fuoco tra il segretario di Stato americano John Kerry e il suo omologo russo Sergej Lavrov, oltre a costituire certamente una speranza (pur traballante) per il travagliato Paese mediorientale, è anche la definitiva attestazione del ruolo da playmaker conquistato dalla Russia da un anno a questa parte. Mosca, lungi dal patire l’isolamento a cui Washington avrebbe voluto condannarla a seguito della crisi ucraina, decidendo di intervenire in Siria a fianco del governo legittimo di Assad e contro l’Isis è riuscita a tornare a pieno diritto al tavolo delle grandi potenze.

Il ritorno della Russia nel Medio Oriente e nel mondo
Non era affatto un’impresa facile: da un lato perché Mosca attraversava un periodo economicamente difficile, a causa del combinato disposto del deprezzamento del rublo, della caduta dei prezzi del petrolio e delle sanzioni occidentali, dall’altro a causa dell’atteggiamento occidentale di «stizza» nei confronti suoi e del presidente siriano Assad. E invece, Mosca è riuscita a far passare la sua linea, riabilitando a livello negoziale e nell'ambito della lotta contro Daesh la figura del pur controverso Presidente siriano – fino a poco prima il principale target della coalizione internazionale a guida americana –. E intanto, mentre portava avanti questa difficile missione, riconquistava autorevolezza agli occhi del mondo e si imponeva come un inevitabile interlocutore per le potenze occidentali. Al punto che ad oggi, il Cremlino potrebbe farsi mediatore in un altra, fondamentale crisi per il Medio Oriente: quella israelo-palestinese.

La debolezza di Obama e la difficile eredità di Bush
E tutto ciò, agli occhi di certa parte dell’opinione pubblica americana, fortemente imbevuta di propaganda anti-russa, è uno dei principali errori di Obama. Il quale viene paradossalmente accusato allo stesso tempo da parte dei «russofobi» di essere stato troppo debole nei confronti di Mosca, e da parte dei «russofili» di aver contribuito a deteriorare le relazioni con la Russia, restaurando un clima da Guerra fredda. Entrambe le prospettive hanno un che di fondato, ma, per completezza di informazione, bisogna dire che l’attuale Presidente non è in toto responsabile del deterioramento di cui parliamo: perché Obama ha raccolto la difficile eredità dell’amministrazione di George W. Bush. Le cui decisioni in politica estera tra il 2002 e il 2007 sono spesso state decisamente poco apprezzate dal Cremlino.

La guerra in Iraq
Prima, la guerra in Iraq, dibattuta a lungo alle Nazioni Unite tra due schieramenti contrapposti: da un lato, Gran Bretagna, Spagna e Stati Uniti sostenitori dell’intervento, dall’altro, Francia, Germania e Russia contrari. Mosca era legata all’Iraq da importanti rapporti economici, ma non si può dire che la sua posizione fosse di lassismo e opportunismo: la strategia del Cremlino - quando ancora si pensava che Saddam possedesse un pericoloso arsenale chimico - era infatti quella di continuare a cercare una soluzione alla questione in seno all’ONU. Insistere,dunque, sulla via diplomatica, anche imponendo ulteriori sanzioni potenzialmente contrarie agli interessi stessi di Mosca. Sappiamo tutti com’è andata a finire la questione, e negli anni a venire Putin non si risparmiò di definire più volte un «grave errore» la decisione americana. La storia gli ha dato ragione.

Lo scudo missilistico voluto da Bush
Ma non è solo sul terreno iracheno che l’amministrazione Bush ha dato del filo da torcere al Cremlino: perché nel 2002 l’allora Presidente annunciò la volontà di dispiegare un sistema di intercettazione missilistica in Europa. Annuncio puntualmente seguito, un anno dopo, da una discutibile denuncia del trattato ABM, pilastro della de-escalation nella corsa agli armamenti nel periodo della Guerra fredda. Il programma missilistico americano – che prevedeva lo stanziamento di una base di intercettazione in Polonia e di un centro radar in Repubblica Ceca – fu ufficialmente giustificato con la necessità di difendersi da Iran e Corea del Nord, ma era chiaro che dietro vi fosse l’intenzione  di limitare l’influenza internazionale di Mosca sorretta dal suo arsenale militare: posizione sostenuta anche da Pechino.

Obama sulle orme del predecessore
Nel 2009, il nuovo Presidente Obama optò per un ridimensionamento del progetto di Bush, con una riduzione degli armamenti contemplati e un cambio di gestione: il programma non fu più in capo alla sola Washington, ma alla Nato. Cosa che (lo si può facilmente immaginare) non rassicurò in alcun modo il Cremlino, almeno a livello della minaccia percepita. Non da ultimo, dell’amministrazione Bush bisogna ricordare il sostegno con generosi finanziamenti di movimenti per la cosiddetta «democratizzazione» in Georgia e in Ucraina (Rivoluzione arancione), con tutte le conseguenze che conosciamo.

La controversa alleanza con Poroshenko
Dal canto suo, Obama non si è più di tanto discostato da questa impostazione: basti pensare alla gestione americana della crisi ucraina. Come sottolinea lo stesso Cohen, il presidente ucraino Petro Poroshenko ha di fatto cambiato l'ordine delle azioni necessarie per l'attuazione del pacchetto di misure «Minsk-2», dichiarando che la ripresa del controllo del confine con la Russia dovrebbe essere il primo passo del piano di pace e non quello conclusivo, come è scritto negli accordi. Il tutto, verosimilmente, con  il silenzioso beneplacito di Washington.

Come ne usciamo?
Il risultato di tutto ciò è stata la nuova Guerra fredda che stiamo vivendo oggi, 27 anni dopo la caduta del muro di Berlino. E la domanda da farsi è: come uscirne? Da un lato, bisogna puntualizzare che, tra i Paesi europei, si stia facendo largo una posizione di sempre maggiore dissenso rispetto alla direzione impressa dagli Usa nei rapporti con la Russia.Una posizione che non si è ancora concretizzata nella «disobbedienza» all'egocentrismo di Washington - sia chiaro -, ma di certo l'Unione europea è consapevole che è nei suoi diretti interessi coltivare buone relazioni con il vicino ex sovietico. Dall’altro lato, bisognerà posticipare la risposta a dopo l’appuntamento più atteso dell’anno: le elezioni americane...