18 ottobre 2019
Aggiornato 08:30
La nuova denuncia di Varoufakis, un anno dopo le sue dimissioni

La strategia dell'Europa che «ammazzerà» definitivamente la Grecia

Il fatto che per mesi non abbiamo più sentito parlare di Grecia non significa che l'austerity abbia funzionato. Tutt'altro: il Paese sta vivendo la più grave crisi umanitaria europea del 21esimo secolo

GRECIA - La tragedia greca è stata vissuta - a livello mediatico - a fasi alterne. Un picco di attenzione lo scorso anno nei mesi estivi, fino a quando il premier Alexis Tsipras non ha apposto la sua firma sull'accordo di «salvataggio» (per così dire) che ha letteralmente spaccato Syriza, e costretto lo stesso Tsipras a convocare nuove elezioni. Poi, il silenzio assoluto, con giusto qualche breve interruzione in occasione delle controverse (a dir poco) intercettazioni che hanno coinvolto due funzionari dell'FMI, e della recente firma dell'ultimo accordo. Quel silenzio potrebbe far pensare che la crisi sia acqua passata, che il «caso Grecia» sia ormai chiuso e archiviato. Sbagliato: perché, come suggerisce in un editoriale sul New York Times l'ex ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis, Atene sta ancora pagando a caro prezzo lo «schiaffo» ricevuto da Bruxelles ormai un anno fa.

Le controproducenti cure di austerità
La Grecia è soggetta da anni a durissime ricette di austerità; dal 2013, più di un terzo dei greci vive al di sotto della soglia di povertà, e, dal 2014, pensioni e salari sono stati tagliati per ben 12 volte. In pratica, la Grecia è stata sottoposta a «cure di austerità» 9 volte più consistenti di quelle imposte all'Italia e 3 volte più imponenti di quelle portoghesi. E mentre tra il 2009 e il 2014 l'Italia è cresciuta di un modesto 2% e l'economia portoghese si contraeva dell'1%, il reddito nazionale greco calava di un catastrofico 26,6%, più o meno lo stesso di quanto accaduto all'America durante la Grande Depressione.

Dalla crisi economica alla crisi umanitaria
Il risultato? Un'autentica crisi umanitaria, forse la peggiore mai vissuta in Europa - scrive Varoufakis - nel 21esimo secolo. Il tutto, nonostante l'impegno preso da Syriza di fronte agli elettori a trovare una soluzione alla crisi: una soluzione che, però, non sarebbe dovuta passare ancora per ricette di austerità, nuove tasse e tagli alle pensioni, ma per interventi che avrebbero dovuto stimolare la crescita economica. Inutile dirlo, la ricetta originaria con cui Syriza è andata al governo non è affatto piaciuta ai creditori e alla tecnocrazia europea. Che infatti hanno fatto capitolare il governo Tsipras, costringendolo a firmare un nuovo patto lacrime e sangue in cambio di nuovi prestiti.

Le conseguenze dell'austerità
Un piano, però, destinato a fallire in partenza. Perché una volta che le nuove misure sono state implementate, il reddito greco, che aveva cominciato a salire una volta sospesa l'austerity, è di nuovo tragicamente crollato. E la recessione è ricominciata a pieno regime. Il che ha aumentato il numero di crediti incapaci di fruttare interessi nei bilanci delle banche – il 45% del loro numero complessivo –, e sono stati negati prestiti ad aziende potenzialmente remunerative e attive nell'export. Nel 2014, quasi la metà delle famiglie greche non aveva nessun membro adulto stabilmente occupato, e i tagli alla spesa pubblica hanno fatto sì che negli ultimi 2 anni meno del 10% dei disoccupati abbia potuto ricevere un sussidio statale. Le piccole imprese sono state stroncate dalle tasse, e all’orizzonte si staglia un’ondata di pignoramenti di case. Gli ospedali greci mancano di tutto il necessario, e le università non possono permettersi la carta igienica. E ad Atene, le uniche attività che sembrano sempre più fiorenti sono le mense dei poveri.

La strategia di Frau Merkel
Intanto, in Germania Angela Merkel – il cui gradimento è già stato messo a dura prova, nel corso dell'ultimo anno, dalla crisi migratoria – continua a non voler ammettere davanti al Parlamento che i prestiti di salvataggio alla Grecia sono insostenibili, e non potranno mai essere ripagati finchè la spirale dell’austerity continuerà ad avviluppare il Paese. Ed è proprio per questo, e cioè per sostenere l’illusione che quei prestiti saranno restituiti secondo le tempistiche previste dall’accordo, che Frau Merkel ha insistito per fissare un obiettivo di bilancio che Varoufakis definisce «assurdo» (un surplus primario pari al 3,5% del Pil per ogni anno a partire dal 2018, quasi l'equivalente del budget militare americano).

L'ultima beffa
Non solo: se in passato il Fondo Monetario Internazionale sembrava spingere per ridimensionare il debito greco, nell’Eurogruppo della scorsa settimana le speranze si sono dissolte, o, perlomeno, sono state posticipate al 2018. E anziché ridurre l’obiettivo di bilancio, si è in pratica deciso di proseguire sulla strada senza uscita dell'austerità: se l’obiettivo del 3,5% verrà mancato (e, secondo l'ex ministro greco, lo sarà), scatteranno infatti in automatico nuovi tagli e nuove tasse. Che poi era ciò che in extremis Varoufakis aveva proposito prima di dimettersi, ma come misura sostituiva all’austerity. Ora, invece, il provvedimento è stato preso in aggiunta all'austerità già prevista. In parole povere, giusto quello che serve alla Grecia per essere stroncata definitivamente.