20 febbraio 2020
Aggiornato 23:00
Scenari futuri

La santa alleanza tra Obama e gli sceicchi per vincere la guerra del petrolio

Il costo della benzina inferiore all’euro e il gasolio sotto gli ottanta centesimi. E, paradossalmente, la possibilità che tutte le auto rimangano a casa. Ecco dove ci porterà la guerra, senza armi, del petrolio in Medio Oriente

RYAD - Come appare piccolo e irrisorio il referendum italiano sulle trivelle di fronte ai terremoti che ci attendono. Immaginate: il costo della benzina inferiore all’euro e il gasolio sotto gli ottanta centesimi. Ma nessuno in grado di beneficiare di questo calo dei prezzi, anzi: la possibilità che tutte le auto rimangano a casa e ci si trovi in una situazione come gli anni Settanta, quando le strade erano deserte e ci si muoveva sui pattini a rotelle. Al tempo era l’austerity, oggi è la deflazione. Pochi lo sanno: oggi c’è così tanto petrolio in giro per il mondo che non si sa dove stoccarlo. Centinaia di petroliere vagano per gli oceani, perché a terra non è più possibile scaricarlo. E così anche i treni son riempiti e tenuti fermi, in attesa che qualcosa accada.

Non Marx, ma un ritorno al feudalesimo
Uno scenario schizofrenico, per molti versi psichiatrico. Come scrive John Reich – economista di fama internazionale ed ex ministro del lavoro con il presidente Obama – nel suo volume «Salvare il capitalismo» (Fazi Editore), è evidente che il capitalismo sta collassando, ma quello che verrà dopo non sarà ciò che prevedeva Marx, bensì il feudalesimo, con relativo abbattimento della borghesia piccola, media e grande, nata con la Rivoluzione francese.

Il petrolio al posto dei missili
Una matassa ingarbugliata quella del petrolio, il combustibile dell’Occidente, in cui vari nodi non riescono a sciogliersi. Alcuni: il rapporto, politico, militare e religioso, tra Iran e Arabia Saudita. La guerra statunitense alla Russia, combattuta sia militarmente che economicamente. La produzione di shale oil. La fine del chavismo in Venezuela. La guerra dei cambi tra euro e dollaro. E, come ultima prospettiva in presenza di conquiste tecnologiche ancora da fantascienza, la scoperta e l’utilizzo di immensi giacimenti di petrolio in Antartide.

Un sistema ormai fuori controllo
Partiamo da un punto fermo: le scorte di greggio mondiali tendono apparentemente ad infinito, perché dipendenti dalla tecnologia estrattiva: può apparire un controsenso fisico, ma così è. Dove si buca, dipendentemente dalla tecnologia che si usa, si trova. Il picco di Hubbard (la fine della produzione del petrolio a buon mercato, cioè sotto i 150 al barile) paventato qualche anno fa, è miseramente venuto meno appena le multinazionali del petrolio – foraggiate dal governo Usa – hanno iniziato ad investire in tecnologia. Il prezzo è crollato da 150 dollari al barile a 40. E probabilmente collasserà fino a 20. Questo perché lo shale/fracking, sebbene sia in fase di rapido esaurimento, come sostiene l’Agenzia Internazionale dell’Energia, ha permesso una produzione abbondante oltre ogni necessità. L’era del combustibile fossile, probabilmente, finirà quindi perché ce n’è troppo.

Iran contro Arabia Saudita, il ritorno al VII secolo
Una guerra combattuta, al momento, senza l’utilizzo di armi, ma non meno cruenta. La fine delle sanzioni al Paese degli ayatollah voluta dal presidente Usa ha ulteriormente aggravato la situazione. Gli iraniani hanno riversato sul mercato milioni di barili di petrolio, così si è innescato un meccanismo competitivo distruttivo con l’Arabia Saudita che, a sua volta, ha aumentato la sua produzione nel tentativo di far crollare l’Iran e la Siria. L'ultimo, risibile, tentativo in sede Opec di trovare una accordo sul prezzo minimo, quindi bloccando la produzione, è fallito miseramente. Teheran ha annunciato che nei prossimi anni inonderà ancor più il mercato, portando la produzione a 6 milioni di barili giornalieri. I sauditi hanno reagito minacciando l’ascesa della loro produzione fino a 12. Il fine di questo scontro è chiaro: la distruzione dell’altro e l’imposizione del proprio modello religioso: sciita contro wahabita, fanatismo contro fanatismo. La guerra sui prezzi di entrambi i regimi, come insegna la Teoria dei Giochi quando si è in presenza di dinamiche «loose- loose», porta al collasso di entrambi i «giocatori» con scenari apocalittici. Infatti, già ora, l’Arabia Saudita può vantare indicatori diseconimici della sua produzione di petrolio e, per sopravvivere, dato anche lo stile di vita irrazionale che va di gran moda da quelle parti, sta allargando spaventosamente il suo debito pubblico.

Far fallire la Russia, la caduta di Putin
Abituati ai ricchi tempi di Eltsin che aspettava ordini da Washington e regalava le risorse naturali del Paese al primo che gli offriva un goccetto di vodka, la politica nazionalista di Putin è stata mal digerita da tutte le amministrazioni statunitensi, in particolare da quella che ha vinto il premio Nobel per la pace, quella di Obama. L’assedio militare in Europa, ormai palese, e il crollo del prezzo del petrolio non possono che far gioire l’amministrazione statunitense che lavora pervicacemente affinché il prezzo del petrolio scenda a livelli così bassi da far collassare l’economia russa. La Russia per sopperire ai prezzi bassi ha reagito nell’unico modo possibile: ha aumentato la produzione e si schierata al fianco dell’Iran, alleato strategico e militare in Siria. La Russia è il secondo produttore mondiale dopo l’Arabia Saudita.

Tutti contro tutti, oppure esiste una strategia
Premesso che, al momento, gli unici che stanno perdendo questa pericolosa partita sono i cittadini europei, si possono inquadrare due tipi di scenari. La prima, probabilmente la più tragica, prevede che il sistema sia governato dal caos. Un tutti contro tutti che, da manuale matematico alla mano, porterebbe al crollo del sistema e alla sconfitta di tutti. Altrettanto folle, ma per certi versi meno inquietante, è l’ipotesi che almeno vi sia un disegno in questo momento storico, apparentemente, irrazionale. Se la guerra del petrolio combattuta a suon di aumento di produzione dovesse perdurare, è ipotizzabile che i primi tre Paesi a cedere sarebbero Russia, Iran e Venezuela: i nemici strategici di Stati Uniti e Arabia Saudita. Che, seppur dissanguati, uscirebbero da questo conflitto in una situazione di produzione in stato di monopolio.

Iran: «La ragione della caduta del petrolio è una cospirazione politica di certi Paesi contro il mondo islamico»
Questa ipotetica congiura, corroborata da evidenze sostanziali, è però stata, parzialmente, disinnescata dal presidente Putin che recentemente ha dichiarato: «Tutti noi vediamo l’abbassamento del prezzo del petrolio. Ci sono un sacco di discussioni sulle cause. Potrebbe essere un accordo tra Usa e Arabia Saudita per punire l’Iran e minare le economie della Russia e del Venezuela? Potrebbe esserlo». Più deciso invece il presidente iraniano Rohani: «La ragione principale della caduta del petrolio è una cospirazione politica di certi Paesi contro gli interessi delle regioni del mondo islamico. L'Iran e le persone delle regioni non dimenticheranno questo affronto contro gli interessi del mondo islamico».

Come prima della Guerra del Golfo...
In un recente articolo dell’inizio del 2015 di Larry Elliot del Guardian – quindi ancora ben lontani dalla fase acuta della guerra petrolifera attuale – l’ipotesi della congiura arabo-statunitense trova conforto. Secondo il giornalista inglese ciò che sta accadendo è molto simile alla situazione antecedente alla prima Guerra del Golfo, quando l’Arabia Saudita portò il prezzo del barile a 10 dollari provocando così la destabilizzazione del regime di Saddam Hussein.