25 luglio 2021
Aggiornato 14:00
E se avesse ragione al-Sisi?

La strumentalizzazione del caso Regeni e le vere «mire» dell'Occidente

Ci sono tante, troppe cose nel tragico caso Regeni che non quadrano. Al punto da far pensare che la «condanna» sommaria, perpetrata dai media occidentali, dell'ex amico al-Sisi nasconda dell'altro. Ecco gli incredibili retroscena di una vicenda che è ancora lontana dall'essere chiarita

IL CAIRO – L’Italia non si dà pace per la morte di Giulio Regeni. La famiglia di Giulio non ha pace, e neppure Giulio l’avrà, finché non si sarà fatta luce sulle circostanze misteriose che hanno portato a quella spietata e ingiusta uccisione. Eppure, trovare la verità potrebbe essere ancora più complicato del previsto. Perché dietro la tragedia del giovane ricercatore potrebbe nascondersi molto di più di quello che si pensa: equilibri (o meglio, disequilibri) internazionali compresi. 

L'ipocrisia occidentale su al-Sisi
La cosa più triste è che, come spesso accade in questi casi, la drammatica fine di un innocente e lo strazio dei suoi familiari finiscono per passare in secondo piano. O meglio, per diventare un simbolo, un monito di qualcos'altro. In questo caso, la notizia dell’ingiusta sorte patita da Regeni ci è servita come denuncia dell’ipocrisia dell’Occidente. Un Occidente che si è subito detto «amico» del regime del generale al-Sisi, spesso etichettato troppo superficialmente come «moderato», o almeno «più moderato» di quello di Mubarak e della Fratellanza musulmana. E invece, l’Egitto si è rivelato essere un colosso dai piedi d’argilla: un Paese a sua volta a rischio di proliferazione jihadista, dove gli oppositori del regime vengono pesantemente perseguitati e dove, per di più, i diritti umani più basilari sono sistematicamente violati. Nello stesso Egitto il caso del giovane italiano ha sollevato un polverone mediatico: giorni fa, la madre di Khaled Said, un ragazzo pestato a morte ad Alessandria dalla polizia nel 2010 e da allora considerato il primo martire della rivoluzione egiziana, ha inviato un breve messaggio su YouTube alla madre di Regeni. Le ha offerto le sue condoglianze e l’ha ringraziata per essersi schierata dalla parte dei numerosi egiziani vittime di tortura nel loro Paese. Ma anche i media locali hanno chiesto a gran voce che sulla vicenda venga fatta luce al più presto. E mentre circola in Egitto e all’estero il nome del generale della sicurezza nazionale che potrebbe essere il responsabile della morte del ricercatore, un'altra parte della stampa riprende l'ammonizione di Gamal Abu Dhikri, ex-consigliere del ministro degli Interni, che denuncia un vero e proprio complotto internazionale in atto: «Dobbiamo sostenere gli apparati di sicurezza e non cercare di rovesciarli».

L'incombente presenza... di Obama
In effetti, anche se la stampa di mezzo mondo pare aver già emanato la sua sentenza di condanna al regime, sul caso Regeni continua a gravare un enorme dubbio: il dubbio che la tragedia possa essere stata in qualche modo «strumentalizzata» dall’Occidente per favorire un nuovo regime change. A sostenerlo, il giornalista Maurizio Blondet, insospettito dalla vera e proprio campagna mediatica in corso nel nostro Paese da ormai varie settimane. Campagna certamente comprensibile, se non fosse che, in casi simili, non era mai avvenuta con tanta veemenza. Se fino a poco tempo fa, infatti, al-Sisi veniva dipinto come colui che avrebbe restituito all’Egitto la stabilità e garantito la democrazia, oggi è diventato, per la stampa occidentale, «il mostro fascista, il Pinochet cairota». Ma il motivo di fondo di tale cambiamento non sarebbe tanto legato a Regeni, quanto al fatto che al-Sisi avrebbe «deluso la sua stessa borghesia». Innanzitutto, il generale non sembra disposto a fare da spalla all’Occidente nella sua battaglia contro l’Isis. In più, il successore di Mubarak, agli occhi degli americani, sarebbe troppo filo-russo.Così,Obama avrebbe deciso di riconsegnare l’Egitto ai Fratelli Musulmani. Non certo dei campioni di democrazia (del resto neppure al-Sisi si è dimostrato tale), ma perlomeno nemici dell’Isis.

I «veri» colpevoli
Lo scenario descritto da Blondet potrebbe rimettere in discussione anche l’ipotesi di una responsabilità dei servizi egiziani. In pratica, al-Sisi, nelle sue pur incomplete e confuse giutificazioni, potrebbe quasi avere ragione: a ridurre senza vita il giovane ricercatore italiano non sarebbero stati i servizi segreti, ma - per usare le sue parole - «gente malvagia». Un po’ perché i segni di tortura rinvenuti sul corpo di Regeni andrebbero ben oltre a qualsiasi pratica messa in atto da servizi «tradizionali» contro sospetti agenti nemici. Quei segni, come ben scrive Giorgio Rapanelli,  sarebbero più simili a «sevizie colme di perfido godimento nel procurarle e volte infine ad uccidere». Un po’ perché i servizi avrebbero avuto tutti gli strumenti per non far rinvenire il corpo seviziato. E facendolo ritrovare, «è stato come se si fosse voluto mettere in difficoltà il regime del presidente Abdel Fatah al Sisi nei confronti di un Paese ‘amico’ come l’Italia e a livello internazionale». In pratica, i responsabili potrebbero addirittura essere gli stessi nemici di al-Sisi, «ex amico» dell’Occidente. E divenuto scomodo al punto da strumentalizzare la morte di un giovane e promettente italiano pur di toglierlo di mezzo.