26 settembre 2020
Aggiornato 15:30
L'ultimo capolavoro della diplomazia europea

Amica di Erdogan, nemica di Putin. Così l'Europa sceglie da che parte stare

Proprio mentre siglava il suo «patto d'amicizia» con il sultano Erdogan, Bruxelles partoriva un nuovo «capolavoro di diplomazia», suggellando 5 illuminanti «linee-guida» che regoleranno i suoi rapporti con la Russia da qui ai prossimi anni. Una scelta di opportunismo, servilismo e incredibile miopia

BRUXELLES - Mentre gli occhi dell'Europa erano puntati sull'odioso accordo sui migranti stretto con la Turchia, la tecnocrazia europea era impegnata a partorire un altro «capolavoro» della sua diplomazia. Lo scenario, questa volta, riguarda i rapporti con l'acerrimo nemico del nostro nuovo «partner» Erdogan, la Russia, a due anni dall'annessione della Crimea e dall'inizio della nuova guerra fredda in cui l'Occidente si è sciaguratamente imbarcato. Il documento licenziato, approvato all'unanimità - ha voluto sottolineare Federica Mogherini - dai 28 Paesi membri, contiene cinque illuminanti principi-guida che dovrebbero ispirare le nostre relazioni con la Russia da qui ai prossimi anni. L'unanimità era stata già raggiunta, casualmente, il 14 marzo, cioè ben tre giorni prima del vertice del 17 marzo: una astuta mossa per evitare che sul punto più controverso, il rinnovo automatico delle sanzioni a Mosca, qualcuno - come Renzi o Orban - potesse mettere i bastoni tra le ruote. Così, proprio mentre ci facevamo amico l'ambiguo sultano turco, le cinque linee guida partorite dall'intransigenza europea dettavano il futuro delle nostre relazioni con Putin, che, a quanto si legge, ancora per un po' è destinato a rimanere un «nemico» anziché un partner strategico.

I cinque punti
Primo punto: è necessario che la Russia lasci il Donbass e liberi la Crimea, occupata «illegalmente» ormai due anni fa. E pazienza se ciò che l'Occidente, nel caso di Mosca, ritiene «illegale» - e cioè cambiare i confini «con la forza» - lo ha fatto tante volte con la massima disinvoltura nel corso della sua storia. Ultimo caso, l'intento in Siria di rovesciare Assad - non un campione della democrazia, ma pur sempre un governatore legittimamente eletto -, sostenendo l'opposizione «moderata» e finendo per rinfocolare le scintille dello jihadismo. Secondo punto: rafforzare le relazioni con i partner asiatici e l'Asia centrale, con il tacito scopo di cercare fornitori alternativi di gas e greggio. Il terzo si ricollega al precedente: rafforzare l'elasticità e la collaborazione europea, soprattutto con riguardo alla sicurezza energetica e alla comunicazione strategica: tradotto, cercare di rendersi indipendenti dalla Russia in materia energetica e diventare sempre più efficienti nel contrastare la «propaganda» del «nemico». Quarto, continuare ad alimentare partnership selettive con la Russia in determinati teatri internazionali, come il Medio Oriente, la Siria, le migrazioni e il terrorismo. Il che significa che Mosca rimane un nemico da punire con le sanzioni, ma negli scenari più delicati dove abbiamo interesse a collaborare dovrà essere disposta a supportarci. Per chiudere in bellezza, il quinto punto sancisce la «volontà di sostenere sempre più la società civile russa e di investire nei contatti personali, scambi e politiche», con particolare riguardo ai «giovani»: e il supporto, neanche a dirlo, sarà tanto più volenteroso quanto più si indirizzerà a chi, in Russia, vorrebbe favorire un cambio di regime. Vecchio e intramontabile vizio delle democrazie occidentali.

Opportunismo
Inutile dire che questi cinque principi sono basati - come ha spiegato a Maurizio Blondet G. Doctorow, coordinatore europeo dello American Committee for East West Accord, Ltd, «sulla premessa della superiorità morale, politica, economica dell’Europa sul suo rozzo vicino dell’Est e la credenza che, se agisce unita, può portare la bestia ad ammettere la sua inferiorità e strisciare in ginocchio». E soprattutto su un principio di puro opportunismo: la Russia rimane nostro nemico, il «bando» continuerà, ma ci attendiamo da Mosca che ci offra la sua collaborazione «selettiva» laddove ci conviene averla come alleata. Come in Siria, dove l'annuncio di Putin in merito al ritiro delle forze russe ha lasciato a bocca aperta l'Occidente, abituato ad accusare Mosca di essere un ostacolo per la pace. Invece, non solo la Russia ha deciso di «favorire» la soluzione politica, ma lo ha fatto da una posizione strategica assolutamente privilegiata per guidare i giochi, proprio mentre gli Usa di Obama assistono - un po' di buon grando un po' impotenti - allo sgretolarsi della propria influenza regionale.

La scelta dell'Europa
A ristabilire i ruoli ci ha pensato Bruxelles: che, se non può impedire che la Russia torni al tavolo delle potenze internazionali, può quantomeno cercare di renderle l'obiettivo più complicato da raggiungere. Senza ricordarsi che storicamente lo spirito russo è sempre stato determinato e resistente anche di fronte alla situazione economica più difficile. Basti vedere gli ultimi mesi: le sanzioni, che certamente stanno mettendo alla prova Mosca, non le hanno però impedito di «aggirare» il bando occidentale e ritornare in prima fila in Medio Oriente e quindi sulla scena globale. Senza contare, poi, che il prezzo di quei provvedimenti ricade anche sulla stessa Europa. Che è assolutamente disposta a sborsare miliardi alla Turchia che finanzia l'Isis, ma con Putin ritiene «immorale» trattare. E che, pur di rimanere servile e ubbidiente nei confronti degli Usa, non esita a tirarsi la zappa sui piedi. A livello economico, strategico e diplomatico.