2 marzo 2021
Aggiornato 09:30
Ha ragione Renzi: è come l'orchestra che suona sul Titanic

Il naufragio dell'Unione europea

L'iceberg è all'orizzonte. La triplice crisi che attanaglia il Vecchio Continente - quella migratoria, quella economica, e quella che si consuma alle sue porte -, sembra non lasciargli scampo. C'è chi pensa che un'Europa a più velocità potrebbe essere il salvagente cui aggrapparsi. Ma la situazione pare decisamente compromessa.

BRUXELLES - Si scrive «Unione europea», si legge «Disunione europea». Sarebbe interessante sapere che cosa avrebbe detto Altiero Spinelli, tra i redattori del Manifesto di Ventotene che sancì la promozione dell'unità europea, se avesse potuto assistere allo spettacolo tutt'altro che edificante di cui l'Europa di oggi sta dando prova. Proprio a Ventotene si è appena recato il presidente del Consiglio Matteo Renzi, ormai da settimane - si sa - impegnato in un braccio di ferro con Bruxelles che non sembra dare grossi risultati. Il suo gesto di deporre i fiori sulla tomba di Altiero Spinelli, tornando dove tutto è cominciato, potrà anche essere evocativo, ma oggi rischia di rimanere sul piano della pura retorica. Perché giorno dopo giorno, lo stato di salute dell'Unione europea pare decisamente peggiorare.

Come funziona oggi l'Europa
Stretta da una triplice crisi - quella migratoria, quella economica, e quella che si consuma alle sue porte -, l'Europa di oggi sembra in grado di reagire solo (o quasi) accapigliandosi, o, com'è d'abitudine a Bruxelles, rimandando di mese in mese le decisioni più importanti, per poi non prenderle mai. L'ultimo esempio di come l'Unione funziona oggi - e non certo di come sarebbe dovuta funzionare nelle menti dei suoi fondatori -  è l'ultimatum diretto contro lo sfortunata Grecia, già vittima quest'estate dell'accordo lacrime e sangue che l'ha resa schiava dei tecnocrati di Bruxelles. E come allora rischiò di essere espulsa dall'eurozona, oggi la si minaccia di chiuderla fuori da Schengen, e di lasciarla sola a gestire i migranti che sbarcano sulle sue coste (che non potranno più scappare verso il Nord). Ecco come funziona oggi la solidarietà europea: nel frattempo, l'Ue si è imbarcata in un accordo-ricatto a molti zeri con la Turchia perché il Paese mediorientale - già oberato di profughi e per loro decisamente inospitale - blocchi i flussi verso il Vecchio Continente. Un patto che, oltre ad essere per diverse ragioni controverso, difficilmente potrà dare risultati positivi.

Tra appelli e minacce
Un altro tassello di questo caos è rappresentato dalla procedura di infrazione che pesa su Roma, colpevole (come la Grecia) di non identificare i migranti sbarcati e di essere troppo lenta nell'aprire gli hotspot. Peccato che, dei 160mila ricollocamenti previsti per i prossimi due anni, ne siano stati portati a termine 497. E' insomma un rischio particolarmente tangibile che quei centri di identificazione in Italia e Grecia rimangano luoghi di detenzione a tempo indeterminato per migliaia di migranti. Proprio in tale prospettiva, il commissario europeo all'Immigrazione Dimitri Avramopoulos ha indirizzato un appello «a tutti i ministri degli Interni per ricordare loro che sono legati alla decisione di redistribuire in tutta l’Unione i rifugiati arrivati in Italia e in Grecia. Dobbiamo cambiare marcia sul fronte del ricollocamento. È giunto il momento di realizzare ciò che è stato deciso. Solidarietà e responsabilità sono due impegni chiaramente contenuti nei Trattati». Che poi quell'appello riesca a smuovere qualcosa, allo stato attuale delle cose, pare decisamente improbabile.

Più velocità: la soluzione?
Ma un altro segno dei tempi (cattivi) che corrono è stata la riunione, tenutasi il 9 febbraio a Roma (dove il primo trattato fu firmato sessant'anni fa), tra i sei Paesi fondatori. Una riunione motivata dalla comune preoccupazione per la becera fine che sta facendo l'Ue, un tentativo in extremis di salvare il salvabile. E il «salvagente» a cui ci si è disperatamente aggrappati è quello che, fino a poco tempo fa, era un tabù: il concetto di «Europa a più velocità». Perché un tempo l’obiettivo ufficiale era quello di marciare con un unico passo anziché in ordine sparso, ma ora, di fronte all'evidenza di una dispersione irrecuperabile, l'unica flebile speranza è quella di organizzare il caos, piuttosto che cercare di eliminarlo. Così, Francia, Italia, Germania, Belgio, Olanda e Lussemburgo hanno perorato l'idea di creare un'«unione dentro l'Unione», una prima comunità stretta di Paesi tra loro simili all'interno di una realtà decisamente più eterogenea. 

L'iceberg all'orizzonte
Chissà se un'idea del genere potrà risparmiare all'Ue la tragica fine verso cui pare avviata. La sospensione di Schengen per due anni non depone a favore di questa ipotesi; e neppure depongono a suo favore i tanti precedenti che hanno visto la Germania in prima linea a scavalcare gli interessi di altri Paesi, specialmente quando in ballo ci sono stati gli affari economici. Del resto, un poco più disilluso pare ultimamente anche il premier Renzi, che ieri ha descritto, a Bloomberg, l'Europa con una vivida ed efficace metafora: «L’Unione è come l’orchestra che suona sul Titanic». Che poi lui pensi di poter fare qualcosa per non farla schiantare contro l'iceberg è un'altra storia. Di certo, il naufragio sembra sempre più vicino. E questa volta, ad affondare non sarebbero i tanti barconi di disperati che pesano sulla coscienza del Vecchio Continente.