15 ottobre 2019
Aggiornato 23:00
Un prezzo che potrebbe aggirarsi sui 20 miliardi di euro

Putin non perdona. Ecco il prezzo salatissimo che Erdogan pagherà per il suo azzardo

Il sultano Erdogan ostenta sicurezza, ma in realtà è ben consapevole delle ripercussioni che il precipitare dei rapporti con Mosca potrà avere sul Paese. Perché, fino a prova contraria, è Putin ad avere il coltello dalla parte del manico, e quel coltello è anche particolarmente affilato

ANKARA - Se c'è una cosa che è stata subito chiara, dopo che un jet russo Su-24 è stato abbattuto settimane fa al confine con la Siria da parte di Ankara, è che Tayyp Recep Erdogan se la sarebbe vista brutta. Gli azzardi, d'altronde, hanno un prezzo, e quello del presidente turco, che pure aveva un obiettivo ambizioso - in primis quello di mettere zizzania tra Russia e Nato e seminare caos per perseguire i propri interessi mediorientali - pare averlo particolarmente salato. Così, quando proprio oggi il capo del Cremlino ha ribadito pubblicamente di non credere alla versione turca dell'"errore del pilota", consigliando caldamente ad Ankara di non ripetere l'azzardo, non ha fatto altro che riproporre un messaggio molto chiaro: la Russia non perdona, e soprattutto non ha intenzione di perdonare Erdogan.

Contraccolpi economici
E a rendersene conto saranno probabilmente gli stessi turchi, dato che la crisi diplomatica in corso potrebbe avere forti ripercussioni sull'economia del Paese. Ankara sembra esserne consapevole, tanto che, proprio in concomitanza con il precipitare dei rapporti con la Russia, è stato diffuso un nuovo annuncio «pubblicitario» che suona eloquentemente così: «Gira il tuo volto verso la Turchia, sarai sorpreso dalla sua velocità, stupito dalla sua perseveranza e crescerai con la nostra partnership commerciale». Tale «spot» non è affatto casuale, visto che le sanzioni imposte da Mosca e la decisione di mettere in stand-by i negoziati per il Turkish Stream  avranno un prezzo salatissimo.

Un ricco interscambio 
Il rischio sempre più concreto è che la Turchia finisca per cadere nel baratro della recessione, vanificando gli sforzi accumulati per diventare potenza emergente nell'area: non è un caso che, nel terzo trimestre dell'anno, sia cresciuta del 4%. Ma tale percentuale potrebbe ben presto calare a picco: perché le sanzioni imposte da Putin sui prodotti del vicino costeranno verosimilmente ad Ankara ben 20 miliardi di euro. L’interscambio tra Turchia e Russia si aggira oggi tra i 30 e i 35 miliardi di dollari, di cui l’80% circa è rappresentato da export russo in Turchia, e l’obiettivo dei due presidenti Putin ed Erdogan era di raggiungere i 100 miliardi entro il 2023. E' chiaro che, ad oggi, entrambi dovranno dimenticarsi di tali rosee previsioni, ma i danni saranno particolarmente dolorosi per Ankara. Del resto, le sole importazioni di frutta, verdura e pollame da parte russa valgono un miliardo di euro. Per non parlare, poi, del turismo: perché per i biglietti aerei e i pernottamenti i russi spendono 4 miliardi l'anno. E' subito apparso provocatorio il recente invito dell'ente del Turismo russo a non recarsi in vacanza in mari esteri (tra i quali la meta turca è sempre stata in cima alla lista), ma di sfruttare, ad esempio, la Crimea come nuova località turistica. Ma quell'uscita un po' burrascosa a livello diplomatico esprime esattamente lo stato delle cose: Mosca, ad Ankara, non la farà passare liscia.

L'arma segreta di Putin
Del resto, Putin ha tra le mani un'arma che a Erdogan può fare seriamente paura: l'energia. La Turchia, storicamente dipendente dalla Russia su quel fronte, versa infatti nelle casse di Gazprom più di 30 miliardi di dollari l'anno per ricevere 30 miliardi di metri cubi di metano. E tutti i suoi sforzi per liberarsi dal giogo di Mosca sono valsi a ben poco. I cospicui investimenti sulle rinnovabili, infatti, si sono rivelati insufficienti per sostentare un Paese dalla crescita sempre più rapida e ambiziosa, e l'implementazione dei progetti su Nabucco, il gasdotto voluto da Ue e Usa che la Turchia si era offerta di ospitare, è attualmente non pervenuta. Ecco perché per Ankara il Turkish Stream è tanto importante: diventando la porta in Europa della pipeline russa, si sarebbe garantita appalti per due miliardi di dollari, ricche royalty su 16 milioni di metri cubi gas a buon mercato e fornitura di metano a prezzo politico.

Chi ha il coltello dalla parte del manico
In questo panorama, è lampante come sia Putin ad avere il coltello dalla parte del manico. A dimostrarlo, le evidenti oscillazioni dei vertici turchi in reazione alle misure imposte da Mosca: se Erdogan ha orgogliosamente rivendicato l’autosufficienza del Paese, il ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu non ha escluso di chiedere alla Russia l’annullamento delle sanzioni, mentre il primo ministro Ahmet Davutoglu ha cautamente dichiarato di non avere intenzione di alimentare la tensione e di non prevedere contro-sanzioni, che «non sarebbero capite dal popolo russo». Ad aggiungere benzina sul fuoco, poco dopo l'annuncio del congelamento dei negoziati per il Turkish Stream, è giunta la decisione del colosso dell'atomo Rosatom di interrompere lo sviluppo della centrale atomica di Akkuyu, che doveva essere la prima su suolo turco, mandando così all'aria un appalto da 20 miliardi. «Se perderemo le forniture troveremo alternative», ha dichiarato Erdogan, che si è subito messo in affari con Qatar e Azerbaijan per limitare i danni. Eppure, quando il sultano finge di chiedersi perché «le relazioni tra Ankara e Mosca debbano essere danneggiate da un errore di un pilota», mostra in realtà di avere lucida coscienza di quanto, quell'«errore», potrebbe costargli caro. Al punto da affrettarsi a cercare «piani B» e a lanciare ambiziose strategie propagandistiche per convincere gli stranieri a «girare il proprio volto verso la Turchia».