12 dicembre 2019
Aggiornato 15:00

Un'ottima annata per Vladimir Putin

Il capo del Cremlino ha tenuto l'annuale discorso alla nazione davanti all'Assemblea federale. Un discorso che testimonia quanto, negli ultimi 12 mesi, le cose, per la Russia, siano radicalmente cambiate

MOSCA - E' un giorno importante per la Russia: il giorno in cui, come ogni anno, il suo presidente Vladimir Putin indirizza un discorso all'Assemblea federale. Tempo, si potrebbe dunque dire, di bilanci, con un 2015 ormai agli sgoccioli e un 2016 che, a settembre, presenta un appuntamento importantissimo: le elezioni presidenziali. Ma il 2015, per Mosca, non è stato un anno come tanti: è stato l'anno della riscossa. Lo si evince bene dalle parole rivolte dal capo del Cremlino alle Camere riunite, messaggio in cui i temi internazionali hanno decisamente prevalso su quelli di politica interna. Nessuna dimostrazione più palese di quanto la Russia sia stata in grado, in 12 mesi, di ribaltare completamente lo scacchiere geopolitico globale e, soprattutto, la propria posizione rispetto a quest'ultimo.

Un infausto 2014
Il 2014 non era stato affatto un anno semplice. Tutt'altro: prima la definitiva perdita del controllo su Kiev e su gran parte dell'Ucraina; quindi, l'isolamento internazionale a seguito dell'annessione della Crimea, a gran voce definita «illegale» dall'Occidente (forse dimentico delle tante simili - o peggiori - violazioni commesse negli anni); ancora, le conseguenze economiche delle sanzioni, ma anche del crollo del rublo e del prezzo del petrolio. Proprio nel momento in cui Putin pareva essersi riabilitato grazie alla risoluzione del problema armi chimiche siriane, la crisi ucraina e i problemi economici in patria sembravano averlo messo definitivamente all'angolo.

Due G20 a confronto
Ma la défaillance è durata relativamente poco, di certo meno di quanto ci si sarebbe aspettati. Basti paragonare i due ultimi G20, quello di Brisbane e quello di Antalya. Nel 2014, Barack Obama gongolò perché il suo rivale era «isolato dal punto di vista internazionale», David Cameron dichiarò di non fidarsi del leader russo, Stephen Harper, l'ex primo ministro canadese, intimò al capo del Cremlino di «andarsene dall'Ucraina». All'incirca dodici mesi dopo, nello stesso summit tenutosi in Turchia, l'ostilità verso Putin è sembrata (quasi) dissolta; il capo del Cremlino si è confrontato animatamente con Obama e con il suo consigliere per la sicurezza Susan Rice; ha incontrato molti leader europei, conducendo colloqui produttivi sulla crisi siriana; ha pronunciato un discorso di grande impatto, anche enunciando davanti all'assemblea Onu riunita le responsabilità dei propri rivali nell'ascesa dell'Isis. Insomma - scrive giustamente The Guardian - Putin è stato «l'uomo che tutti volevano incontrare»

Una vera rivoluzione
Le ragioni di questa «rivoluzione» sono sotto gli occhi di tutti: l'interventismo russo in Siria ha rotto l'inerte immobilismo di Obama e dei suoi alleati, costringendo l'Occidente a ripensare la propria strategia per non rischiare di vedersi definitivamente strappato il proprio ruolo in Medio Oriente. E a maggior ragione dopo gli attentati di Parigi, la riabilitazione (seppur non ufficiale) dello zar sembra innegabile: Nicolas Sarkozy ha subito auspicato una coalizione con la Russia: «Abbiamo bisogno di tutti per abbattere Daesh, inclusi i russi», ha dichiarato. Lo ha seguito a ruota Francois Hollande, che si è espresso più volte a favore di una stretta collaborazione con Mosca, e ha anche incontrato Putin nella sua «offensiva diplomatica» dei giorni immediatamente successivi alle stragi. E tale posizione, ormai, si sta sempre più diffondendo nelle cancellerie europee, che vedono nell'intervento muscolare di Mosca, più che una minaccia, un'opportunità. Lo stesso Obama ha decisamente cambiato tono: se all'inizio aveva fortemente condannato la strategia russa, profetizzandone peraltro un destino di fallimento, oggi riconosce il «rivale» Putin come un interlocutore necessario. Non solo: il capo del Cremlino è addirittura stato in grado di avere la meglio (per ora) sul nodo fondamentale di tutta la questione: Bashar al Assad. Pare infatti ormai accettata la permanenza di Assad durante i negoziati che, pare, dureranno 18 mesi e saranno supervisionati dall'Onu. Anche in questo caso, un grosso cambiamento da quando Obama e l'Occidente avevano come indiscutibile priorità la messa fuori gioco del dittatore siriano il prima possibile.

Un successo a 360 gradi
E di questa rinnovata «luna di miele» con l'Occidente si è accorta addirittura la Turchia, che, con l'abbattimento del jet russo, ha cercato di mettere opportuna zizzania tra la Nato e Mosca, indebolendo la posizione di quest'ultima in Siria (oltre che a livello internazionale). Un avvertimento davanti al quale, però, Putin non si è lasciato intimidire, cominciando fin da subito a prendere le «dovute» contromisure. Perché, avrà pensato, non sarà di certo Ankara a far sì che Russia perda tutto l'incredibile vantaggio accumulato in questi mesi. Parallelamente, Putin risulta vittorioso anche su un altro fronte, quello da dove tutto è cominciato: l'Ucraina. Perché, nonostante ancora patisca le sanzioni internazionali e i loro infausti effetti sull'economia, è comunque riuscito ad ottenere una «tacita tolleranza» dello status quo. Nonostante le tante contestazioni e minacce, insomma, sembra proprio che la «russificazione» della Crimea sia destinata ad essere accettata, volenti o nolenti. Non è un caso, in effetti, che anche quest'anno Forbes abbia incoronato il capo del Cremlino come «l'uomo più potente del mondo». Che annata, Vladimir.