2 agosto 2021
Aggiornato 07:00
Il futuro della Siria

Siria, gli obiettivi della Turchia e il tanto odiato fattore curdo

Le priorità turche in Siria - mettere fine al regime di Bashar al Assad, stabilire una «zona di sicurezza» e impedire che i curdi siriani acquistino terreno nella zona settentrionale del Paese - non hanno finora portato ad alcun esito concreto. Cosa succederà adesso?

ANKARA - Com'è noto, le priorità turche in Siria - mettere fine al regime di Bashar al Assad, stabilire una «zona di sicurezza» e impedire che i curdi siriani acquistino terreno nella zona settentrionale del Paese - non hanno finora portato ad alcun esito concreto. Se infatti la cacciata di Assad risulta attualmente al secondo posto negli obiettivi rincorsi dall'Occidente in Siria, anche la «zona di sicurezza» tanto voluta da Ankara non ha trovato riscontro da parte dell'alleato americano. E nemmeno per quanto riguarda i curdi siriani la Turchia ha ottenuto quello che voleva, dal momento che i militanti curdi dell'Unità di difesa popolare (YPG, che Ankara a differenza di Washington ritiene essere un'organizzazione terroristica) risultano essere la principale forza alleata di terra dell'USA sul suolo siriano. Ma anche Putin ha recentemente chiamato il governo di Assad e l'ala politica del YPG a collaborare - un invito per ora non realizzato, almeno non in termini ufficiali. I curdi siriani, dal loro canto, hanno però affermato di essere disposti a collaborare per combattere l'Isis con chiunque voglia una «Siria laica e democratica». L'obiettivo del YPG resta quello di prendere il controllo della sponda occidentale dell'Eufrate - possibilità aborrita da Ankara - sull'impedimento della quale ci sarebbe stato un tacito accordo con gli USA - che in cambio avrebbero ottenuto lo scorso luglio l'utilizzo della base militare Incirlik per condurre le operazioni contro l'Isis. Ora però, alla luce degli ultimi sviluppi, secondo l'analista Cengiz Candar, «se la Russia dovesse fornire un aperto sostegno al YPG nella sua lotta a liberare la frontiera siriana settentrionale dall'Isis, una tale mossa potrebbe complicare non solo i rapporti tra gli USA e la Russia, ma anche la cooperazione tra Washington e Ankara».

Critiche ad Ankara per l'appoggio anti-curdo
Intanto però non si placano le critiche che continuano ad arrivare alla Turchia riguardo all'appoggio che è accusata di fornire a gruppi jihadisti in Siria in funzione anti-Assad e anti-curda. Secondo quanto riportato dal Washington Post, l'amministrazione di Obama avrebbe recentemente chiesto ad Ankara di sigillare il proprio confine con la Siria per assicurarsi che lo Stato islamico non riceva rifornimenti passando attraverso il confine turco, una richiesta che interesserebbe parte della frontiera tra la città turca di Kilis e la città siriana di Jarablus. Questa soluzione, tuttavia, non sarebbe ritenuta facilmente praticabile da parte di Ankara, un cui funzionario citato dallo stesso quotidiano, afferma che «chiudere la frontiera non sarebbe sufficiente a risolvere i nostri problemi e non rappresenterebbe una risposta alle richieste della Turchia».

Turcomanni o jihadisti
Intanto, mentre a seguito del posizionamento dei razzi antimissili S-400 della Russia in territorio siriano si sono interrotte sia le operazioni aeree turche che statunitensi, Mosca continua a bombardare la zona montuosa tra il confine turco e la città siriana di Latakia, popolata dai turcomanni. Le brigate turcomanne sono anche forze di opposizione "moderate" che lottano con il regime di al Assad, sostenute e armate da Ankara a tal scopo. Ma diversi esperti sottolineano come, a dispetto di quando afferma il governo di Ankara, la zona è teatro di scontro di forze avversarie dove i turcomanni sono in realtà un'esigua minoranza, mentre invece altre forze che combattono contro l'esercito di Assad sono jihadisti (per la maggior facenti parte del gruppo qaidista al Nusra) stranieri tra cui risultano anche numerosi militanti ceceni e caucasici. La questione degli «aiuti umanitari» ai turcomanni

Il caso dei tir turchi carichi di armi diretti in Siria
Curiosamente il nome dei turcomanni era comparso anche quando nel maggio di quest'anno, quando si era registrato il caso dei tir dell'intelligence turca con armi dirette in Siria. «Un complotto per portare me, il presidente Recep Tayyip Erdogan e il capo dei servizi segreti Hakan Fidan alla Corte penale internazionale», ha detto oggi il premier Ahmet Davutoglu commentando la vicenda. Il caso, va ricordato, pochi giorni fa ha portato all'arresto di due giornalisti del quotidiano Cumhuriyet, che ha diffuso la notizia, con l'accusa di spionaggio e di supporto al terrorismo, come pure all'imprigionamento dei tre militari responsabili della perquisizione dei tir. La notizia apparsa su Cumhuriyet diceva che i tir dell'intelligence portavano in Siria armi e jihadisti, riportando le prove di immagini riprese dal fascicolo della procura che facevano vedere munizioni nascoste sotto scatole di medicinali. Sono «aiuti umanitari diretti ai turcomanni» aveva detto l'allora premier Erdogan, che qualche giorno fa ha ripreso la questione affermando che "non farebbe differenza anche se ci fossero state armi». Eppure secondo alcuni osservatori c'è una grossa differenza.

La Turchia davanti alla Corte Penale Internazionale?
«La Turchia è andata oltre il limite in Siria e non riesce più a tornare indietro», ha affermato oggi in un'intervista il giornalista Fehim Tastekin, uno degli esperti più autorevoli della questione siriana. «Anche se ormai si accorgono che le loro previsioni riguardo al carattere, alla capacità di resistenza e al sostegno del regime di Assad erano estremamente inesatte non sono in posizione di poterlo ammettere. Quanto è stato fatto in Siria è così grave che potrebbe portare la Turchia alla Corte penale internazionale. Lo scenario più pericoloso per Ankara è che il regime siriano resti in piedi. Per questo motivo si trovano nella situazione di chi ha perso tutto al gioco d'azzardo e cerca di cambiare il gioco a proprio favore. Ankara non può proseguire la sua visione quando attori internazionali, con gli Usa in testa, stanno cambiando il loro approccio alla questione. E nonostante tutte le linee rosse che tracciano, rientreranno mano a mano nella stessa linea degli USA», conclude l'esperto.

(con fonte Askanews)