24 novembre 2020
Aggiornato 01:01
Fronte inglese del «no» all'Ue in crescita

L’inarrestabile ascesa dei pro-Brexit

Nel lontano 1975, gli inglesi votarono per l'appartenenza al Mercato comune europeo. Oggi, con un referendum sull'Unione europea sempre più vicino, le cose potrebbero andare molto diversamente...

LONDRA – Era il lontano 1975, quando gli inglesi furono chiamati, mediante referendum, a esprimersi sull’appartenenza al Mercato comune europeo. In quel caso, la vittoria del «sì» fu piuttosto scontata: perché a combattersi il sostegno dell’opinione pubblica c’era il gruppo a favore dell’uscita (gli antenati degli «euroscettici»), quello a favore dell’appartenenza, e il governo, allora retto dalla Tatcher, che si schierava con questi ultimi. Gli scettici di allora furono silenziati dall’argomento secondo cui l’appartenenza a un’«organizzazione di libero mercato» non avrebbe che potuto apportare enormi vantaggi al Regno Unito. Oggi, quarant’anni più tardi, c’è da scommettere che buona parte degli inglesi avrebbero qualcosa da obiettare.

Trattative di Cameron in stallo
Dal 1975 ad oggi, in effetti, molte cose sono cambiate. L’Unione europea ha deluso le aspettative di buona parte dei suoi membri, non riuscendo a evolversi in quella vera unione politica che era nelle intenzioni dei suoi fondatori. Eppure, non da subito i sondaggi hanno registrato appieno l’insoddisfazione degli inglesi: i partiti tradizionali si sono schierati in fretta e furia per l’appartenenza all’Ue, e il fronte pro-Brexit è rimasto, per molto tempo, tragicamente diviso. Inoltre, pare che anche il primo ministro David Cameron, rieletto sulla promessa di garantire il referendum, non se la passi troppo bene in merito alle trattative aperte con Bruxelles. Secondo il Telegraph, infatti,  i negoziati si sarebbero arenati a un punto di stallo, a causa del rifiuto del premier britannico di portare sul tavolo dell’Ue proposte concrete in merito alla revisione dei trattati. Diverse fonti europee avrebbero confessato al giornale la propria impaziente apprensione per la mancanza di dettagli precisi da parte del governo inglese. Pare che Downing Street stia soppesando le tempistiche di azione tenendo conto dell’andamento dei sondaggi, che la crisi migratoria potrebbe aver influenzato pesantemente a favore di un «no» all’Ue.

Pro-Brexit sempre più agguerriti
In effetti, lo stesso Telegraph registra una recente crescita del fronte britannico degli eurocettici, sospinti sì dalla crisi migratoria, ma anche dalle prime iniziative politiche degne di nota volte a «compattare» l’esercito di chi tifa per la Brexit. Arron Banks, un uomo d’affari finanziatore e sostenitore dell’Ukip, e Richard Tile, influente agente immobiliare inglese, sono riusciti, dopo mesi di trattative, a riunire una coalizione con quasi tutti i gruppi anti-Ue sotto la sigla di «Leave.eu».  La nuova «formazione politica» (se così si può chiamare) ha pubblicamente ricevuto il sostegno dello stesso leader dell’Ukip, Nigel Farage. Il quotidiano birtannico sospetta che, proprio come accaduto nelle ultime elezioni, i sondaggi si rivelino  comunque poco affidabili: molti inglesi, infatti, potrebbero non aver detto la verità, tenendo nascosta la propria intenzione di sostenere la Brexit. In ogni caso, con l’endorsemente pro-Brexit di Banks e Tile, cade anche il tipico argomento secondo cui il mondo degli affari sarebbe contrario a un divorzio da Bruxelles. Al contrario, sempre più businessmen inglesi si starebbero convincendo che l’uscita dall’Ue è una buona idea, non solo nell’ottica di recuperare la propria sovranità nazionale, ma anche in quella di salvaguardare la competitività della produzione britannica nel mercato globale.

Immigrazione e Schengen
Naturalmente, anche la crisi migratoria sta giocando un ruolo importante a sostegno del fronte «Brexit». La vista di un’Europa divisa, indecisa e incapace di dare una risposta a lungo termine convincerà probabilmente molti inglesi a schierarsi per l’uscita. Sulla questione, poi, Cameron ha una posizione unica in Europa: il tentativo è quello di collegare la gestione delle frontiere esterne all’Ue con quella della libertà di movimento interno all’Unione, a discapito del trattato di Schengen. Il ministro degli Esteri Philip Hammond ha fatto capire che gli inglesi non sopportano l’«ipocrisia» di quei Paesi come l’Ungheria e la Polonia che difendono i propri confini con ogni mezzo, mentre sono irremovibili sulla validità del sistema di Schengen e sulla libertà di movimento dentro lo spazio dell’Ue. Al contrario, la Gran Bretagna vorrebbe mettere un freno anche all’immigrazione intra-europea, intenzione che gli altri leader non vedono di buon occhio. Persino il fedele alleato danese ha preso le distanze. E gli irlandesi, anch’essi fuori da Schengen, dimostrano molta più disponibilità. Inoltre, con la sua posizione sicura nella Camera dei Comuni, il governo è esposto più di prima a quell’ala del partito conservatore - fino a un terzo dei deputati - che ha sempre respinto in modo rumoroso e militante ogni istanza proveniente da Bruxelles, Strasburgo o Francoforte. Oggi quell’ala richiede che al momento del referendum il partito si astenga. Insomma, quel 1975 pare, per gli inglesi, sempre più lontano. Perché in quarant’anni, il numero di chi crede che, senza questa Europa, si stia solo meglio ha raggiunto livelli all’epoca inimmaginabili. Che la Gran Bretagna sia davvero la prima a decidere per il divorzio?